Fotografia
Dottore, mi prescriva un po’ di Fotografia

“HIDDEN PSICHIATRIC HOSPITALS” © GEORGE GEORGIOU

03/09/2014
Gloria Soverini

Dottore, mi prescriva un po’ di Fotografia

“Ogni volta che facciamo una foto, anche con il cellulare, fermiamo un attimo e riveliamo il nostro mondo interiore almeno quanto quello esteriore; questo perché percepiamo l’80% degli stimoli sensoriali attraverso gli occhi e quindi la componente visiva è molto importante nelle esperienze emotive.”

Queste sono le parole di Judy Weiser, psicologa ed arte-terapista, che nel 1975 scrive il primo articolo nel quale utilizza il termine “Fototerapia” per definire una tecnica di counseling in cui il terapista interagisce con il paziente attraverso le fotografie (di famiglia, autoscatti, foto scattate dal paziente o addirittura da altri) affinché possano riemergere ricordi sepolti e pensieri inconsci in maniera non-verbale.

Insomma, cosa significa?
Che una fotografia può evocare emozioni in maniera così forte e tangibile che, in alcuni casi, è possibile scoprire molto più di sé che non attraverso le parole 🙂
Forse anche tu avevi già avuto questo pensiero, proprio come me; ecco perché ho voluto approfondire l’argomento, andando a scovare qualche riferimento “scientifico” e storico che comprovasse una convinzione nata da un grande amore verso il mezzo fotografico.
Se hai mai pensato alla fotografia come “terapia”, da quale esperienza è scaturita questa opinione? LEGGI TUTTO >>

Fotografia
Vanitas vanitatum et omnia… Selfie!

UNO DEI NUMEROSI AUTORITRATTI DI VIVIAN MAIER

18/04/2014
Gloria Soverini

Vanitas vanitatum et omnia… Selfie!

Davanti all’obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede che io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte

Così ha scritto Roland Barthes nel suo libro “La Camera Chiara” (che ti consiglio di leggere, se non lo conoscessi già!); ti faccio una domanda: cosa succede quando il soggetto della foto e il fotografo sono la stessa persona?
Poco male, almeno fino a non molto tempo fa: l’autoscatto, perché era così che si chiamava, è una pratica ampiamente condivisa nel mondo della fotografia, e non mi riferisco unicamente agli amatori ma anche ai grandi; non solo, l’autoritratto trova da sempre un suo riconoscimento nel mondo della pittura. I maestri si cimentano con la propria arte come specchio per scoprirsi rileggere se stessi attraverso il proprio stile.

© Robert Doisneau, Autoritratto
© Robert Doisneau, Autoritratto

@ Sally Mann, Autoritratto
@ Sally Mann, Autoritratto

Van Gogh, Autoritratto
Van Gogh, Autoritratto

Il tema che vorrei indagare insieme a te è davvero molto complicato; può sembrare superficiale e banale, ma io credo che il dibattito sul selfie (ecco, l’ho detto) scateni discussioni alla pari delle guerre “Canon VS Nikon” (non ci credi? Leggi l’articolo di Simone Conti a tal proposito) o “Post-produzione sì VS post-produzione no” (tema in cui Simone Poletti si è spesso cimentato!)

L’argomento “selfie” è stato rigirato come un calzino, rivoltato come una frittata, approfondito in lungo e in largo, battuto, calpestato, messo alla gogna… non c’è pace.

Pochi giorni fa si leggeva, e si continua a leggere online, di una fantomatica ricerca condotta dalla APA (American Psychiatric Association, ovvero l’Associazione Psichiatri d’America) che evidenzierebbe come la “selfite” sia un vero e proprio disturbo mentale:  rivelerebbe infatti una “mancanza di autostima e lacune nella propria intimità” tali da portare il soggetto a compensare l’immagine di sé con una presenza costante e artefatta sui social network. Insomma, se soffri di disturbo narcisistico della personalità ti fai i selfie.
Ci sarebbero più gradi della “malattia” e distinguibili dal numero di selfie postati al giorno:
– soffri di selfite borderline se ti fotografi almeno tre volte al giorno, senza pubblicazione online;
– di selfite acuta, se ti autoscatti e pubblichi almeno 3 foto al giorno;
– di selfite cronica, se arrivi a circa 6 foto condivise al giorno.

Ecco i detrattori di questa pratica narcisistica condividere la notizia a più non posso… ma si tratta di una bufala!
Per qualcuno non cambia niente: chi riempie la propria bacheca di odiosi autoscatti non viene comunque benvisto, che lo dica uno psichiatrica o il proprio giudizio.

La Ragazza con l'Orecchino di Perla... ci è cascata anche lei!
La Ragazza con l’Orecchino di Perla… ci è cascata anche lei!
Gatto da selfie
Gatto da selfie

Il mese scorso ho letto un articolo sul Sette del Corriere della Sera, dove si dice:
“È fondamentale apparire come non si è, mostrarsi in un modo che stravolge completamente la fisionomia delle persone, dando agli autoscatti il potere di rendere tutti più interessanti: attraverso inquadrature, tagli, luci ed espressioni che falsificano la normalità“.
Ho trovato l’intero articolo piuttosto stimolante, ma questa parte che ho citato mi sembra un po’ esagerata o, per lo meno, troppo di parte.

Se di solito si cerca di avere un bello scatto, va da sé che con un selfie è se stessi che si cerca di far venire bene; se accettiamo il punto di vista di questo articolo, allora bisogna ammettere che la fotografia tutta intera è soprattutto una “documentazione dell’irrealtà” (cito dall’articolo) e non del reale. Il problema si sposta, quindi, dal selfie alla fotografia stessa… un bel casino, no? 😉
La fotografia non è forse tutta una scelta di tagli?

 

Perplessità da selfie
Perplessità da selfie

La fotografia da sempre ha avuto una fortissima valenza di documentazione, una prova di quello che c’è, che si può toccare con mano; è un atto di affermazione, un dire “io ci sono” anche quando non ci si fa un autoscatto: c’è sempre qualcuno dietro la macchina fotografica.
Credi che questo abbia a che fare con la “mania” di scattarsi foto in continuazione? O si tratta solo di una moda passeggera?
I selfie non sono spesso (anzi, quasi mai) una prova artistica e forse è questo che ci infastidisce: ogni giorno vediamo decine di volti, entriamo nella vita di persone che, chissà, magari non conosciamo neppure. È una violazione di privacy al contrario: nessuno ha più il diritto di scegliere cosa vedere e cosa no. Conosciamo l’arredamento delle case altrui, le abitudini alimentari, i cambi di acconciatura, le relazioni affettive; tutto si sviluppa davanti ai nostri occhi.
Tu, quando ti fai gli autoscatti, che cosa vuoi comunicare alla fine?

Questo fenomeno nasce come costola, ossicino, di quella che è la passione che ci accomuna: la fotografia. Volenti o nolenti 🙂
Tu come la pensi? Scrivimi un commento, dimmi la tua… o posta un selfie! 😀