News ed Eventi
Questa foto NON ha pixel rossi: la color correction del cervello

ROSSO SENZA ROSSO: LA CORREZIONE COLORE DEL CERVELLO

02/03/2017
Gloria Soverini
2 commenti ]

Questa foto NON ha pixel rossi: la color correction del cervello

In questa foto mancano totalmente i pixel rossi: e allora perché continuiamo a vedere le fragole rosse?
È tutta una questione di costanza del colore, una bellissima illusione ottica che è, di fatto, frutto della color correction del nostro cervello.
Ecco come funziona!

 

Lo scorso weekend è stato il secondo anniversario della foto del famoso vestito, te la ricordi?
È quella dell’abito che, nel 2015, ha diviso il web fra chi diceva che fosse di colore blu e nero, e chi bianco e oro (che incubo!)

Blu e nero o bianco e oro? ARGH!
Blu e nero o bianco e oro? ARGH!

Capita proprio a fagiolo un’altra foto che sta facendo egualmente parlare di sé.

È stata realizzata da Akiyoshi Kitaoka, Professore di Psicologia all’Università giapponese Ritsumeikan specializzato nella creazione di illusioni ottiche.
Da quello che puoi vedere nel tweet qui sotto, questa foto non contiene pixel rossi nonostante le fragole appaiano chiaramente di quel colore.

LEGGI TUTTO >>

Post-produzione
La postproduzione una volta non esisteva!

RED VELVET COLLECTION

21/08/2015
Simone Conti
1 commento ]

La postproduzione una volta non esisteva!

Recentemente sono stato a una piccola mostra fotografica ospitata in una galleria d’arte a San Francisco. La mostra era dedicata ad alcune foto, oggi assolutamente iconiche, scattate nel 1949 dal fotografo Tom Kelley a una giovane attrice assolutamente sconosciuta all’epoca. Il compenso per la modella fu di $50. Le immagini di cui sto parlando furono usate per un calendario, stampato da John Baumgarth & Son, una tipografia di Chicago, in oltre 9 milioni di copie. Le immagini erano foto di nudo, però, e all’epoca erano troppo “forti” per essere presentate al pubblico nella loro forma originaria. Vennero pertanto postprodotte. In un’era senza Photoshop, la modella venne rivestita in fase di stampa!

La storia non finisce qui… Le immagini vennero poi vendute a Hugh Hefner nel 1953 e una di queste fece la sua apparizione sul paginone centrale di PlayBoy. Hai capito chi era la modella? No?

LEGGI TUTTO >>

Recensioni
Catturare il colore con un click: ho scoperto Cube e l’ho provato per te!

COLORE AL CUBO?

20/07/2015
Simone Poletti

Catturare il colore con un click: ho scoperto Cube e l’ho provato per te!

Il rapporto con il colore per me è sempre stato meraviglioso quanto complesso: è uno di quegli amori travagliati, fatti di grandi attimi di passione e momenti bui, piccoli tradimenti, menzogne e mezze verità, ma anche attrazioni irresistibili e sguardi languidi.

Lo so, sembro un cretino, ma se lavori nel campo della post, della fotografia o della grafica puoi capirmi benissimo.

Il colore è una bellezza sfuggente, una sirena che nel buio ti mostra la coda e poi scappa via, lasciandoti con un palmo di naso.

Quante volte ho inseguito il colore perfetto, quante ore passate davanti ad un monitor acceso, Photoshop in Color Lab e un pezzo di tessuto o di rivestimento appoggiato sulla scrivania, da rendere perfettamente. Quanto tempo ed energia spesi nella ricerca della corrispondenza perfetta!

Per questo, quando qualche settimana fa ho incontrato Cube, me ne sono immediatamente interessato, come un cane da tartufo che annusa il prelibato tubero.

L’ho ordinato grazie ad un’offerta ricevuta via mail, ho pagato i miei 149,00 dollari USA e me lo sono ritrovato sulla scrivania pochi giorni dopo.

Ma… di cosa si tratta? Cos’è Cube?

Ecco il piccolo Cube
Ecco il piccolo Cube

LEGGI TUTTO >>

News ed Eventi
Ho visitato la mostra su Cartier Bresson a Roma, e…

L’INGRESSO ALL’ARA PACIS

04/12/2014
Gloria Soverini
2 commenti ]

Ho visitato la mostra su Cartier Bresson a Roma, e…

Non posso che cominciare il racconto della mia visita con una parola: emozione.

È stato un anno di lavoro intenso e di grandi soddisfazioni; sono stata impegnata anche nei weekend tra workshop e matrimoni, per cui ho avuto poco tempo da dedicare al resto. Quando ho deciso di tenermi libera per un weekend a fine novembre per recarmi a Roma, una città che amo, è stato naturale andarmi a cercare tutte le mostre in corso in modo da avere un planning ed ottimizzare la permanenza 😉

Con Simone Poletti a seguito, il sabato mattina è stato subito dedicato alla retrospettiva su Henri Cartier-Bresson proveniente dal Centre Pompidou di Parigi, inaugurata il 26 settembre al Museo dell’Ara Pacis.

Dopo una breve passeggiata, eccoci arrivati; mi sento già euforica!

Optiamo per il biglietto d’ingresso integrato per visitare sia il Museo che la mostra; l’Ara Pacis si può fotografare senza flash, ahimè divieto assoluto per Cartier-Bresson – e ne sarebbe valsa la pena viste le sale e l’allestimento. Mi devo rassegnare subito 🙂

Accedendo direttamente dal Museo, dobbiamo attraversare qualche corridoio per raggiungere l’inizio effettivo del percorso espositivo, e intanto mi sforzo di tenere lo sguardo rivolto verso i miei piedi per non sbirciare in anticipo le foto che vedrò fra poco… che fatica!

L’allestimento è stato organizzato cronologicamente tenendo conto delle fasi della vita e del lavoro di Cartier-Bresson, in modo da mostrarne l’evoluzione sottolineando le influenze che di volta in volta hanno contraddistinto un cambio di stile o di scelta dei soggetti.

Dopo l’introduzione, si parte con le prime fotografie – ce n’è anche una di Henri a 12 anni, nel 1920, con la sua macchina fotografica – e i primi schizzi e dipinti, perché la pittura è stata l’attività cui ha dedicato più tempo fino alla fine degli Anni 20; scriveva, infatti, “Ho sempre avuto la passione per la pittura. Da bambino, la facevo il giovedì e la domenica, ma la sognavo tutti gli altri giorni”.

Se la pittura mostra l’influenza di Cézanne prima e delle geometrie poi con la realizzazione di dipinti che seguono i principi della sezione aurea, la fotografia è un chiaro rimando al surrealismo e ad Eugène Atget.

La sezione successiva è dedicata ai viaggi fotografici, a partire da quello in Africa fra il 1930 e il 31; l’immagine che ne esce è quella di un insieme di fattori, come quelli ormai sedimentati del surrealismo e di Atget, con nuovi input dati dai rapporti con gli americani Levy, Caresse, Crosby, Gretchen e Powel, e dalla Nuova Visione Europea.

Riprese dall’alto, composizioni geometriche, ripetizione del motivo… la mano che tutti conosciamo inizia da qui. Nell’estate del 31 Cartier-Bresson raccoglie le sue fotografie in un quaderno a spirale, il “First album”, e decide di diventare un fotografo a tutti gli effetti.

Le fotografie del suo viaggiare fra Spagna, Italia, Germania, Polonia e Messico portano i segni, ancora, del surrealismo sviluppandone alcuni concetti: “bellezza convulsa” ed “esplosivo fisso” (André Breton), “erotico-velato” che sfrutta i poteri associativi e interpretativi degli oggetti avvolti, “magico-circostanziale”, quel concorso di circostanze che è una deflagrazione di senso, di rivelazione di nuovi significati, che è emblema della grande fiducia che Cartier-Bresson riponeva nella casualità (sempre di stampo surrealista).

La macchina fotografica è uno strumento meraviglioso per cogliere quel caso oggettivo”, scriveva.

Hyeres, 1932 © Henri Cartier Bresson
Hyeres © Henri Cartier Bresson

Seville, 1933 © Henri Cartier Bresson
Seville © Henri Cartier Bresson

André de Mandiargues, 1933 © Henri Cartier Bresson
André de Mandiargues © Henri Cartier Bresson

Portrait à Base de Rouge a Lèvres, 1931 © Henri Cartier Bresson
Portrait à Base de Rouge a Lèvres, © H.Cartier Bresson

Il surrealismo non lo influenza solo dal punto di vista artistico, ma anche politico: infatti, Cartier-Bresson condivide le posizioni comuniste ed antifasciste, e con queste premesse si avvicina, radicalizzando il suo pensiero politico, alla stampa comunista ed entra a far parte dell’AEAR (Associazione di scrittori ed artisti rivoluzionari).

Per il Ce Soir realizza un servizio fotografico sull’incoronazione di Giorgio VI, nel 1937, e più che concentrarsi sul re Henri fotografa soprattutto il pubblico presente: la folla è immensa e per vedere in molti fanno un largo utilizzo di strumenti, soprattutto di periscopi artigianali con specchi montati in cima che, per consentire la visione della scena, costringe chi ne fa uso a dare le spalle al re stesso. È proprio questo “voltafaccia” dei presenti ad interessare il fotografo, il quale vede tale azione come un atto rivoluzionario verso il potere.

Il cinema mi ha insegnato a vedere”, scrisse Bresson, ed è al cinema che è dedicata la sezione successiva; dopo aver fatto da assistente in 3 film per Jean Renoir, realizza un documentario sulla Guerra Civile Spagnola e durante la Seconda Guerra Mondiale entra nell’Unità Film e Fotografia della III Armata e nel Comitato di Liberazione dei Fotogiornalisti.

Il cinema è visto come il mezzo migliore per il suo impegno militante perché si rivolge ad un pubblico più ampio della fotografia e riesce a far passare meglio il messaggio.

Gira “Le retour”, un film sul ritorno dei prigionieri, ed è incredibile la serie di fotogrammi esposti che mostrano una collaborazionista che viene riconosciuta dalla donna che aveva denunciato.

Arriviamo quindi alla svolta da reporter: nel febbraio del 1947 Cartier-Bresson inaugura la sua prima retrospettiva al MoMA di New York e sceglie di diventare un fotoreporter a pieno titolo.

Mesi dopo fonda l’agenzia Magnum assieme a Capa, Seymour, Rodger e Vandivert, che lo impegnerà fino al 1970; in tutti questi anni compie moltissimi viaggi in tutto il mondo e collabora con i maggiori giornali internazionali realizzando un gran numero di servizi.

In mostra se ne possono ammirare diverse testimonianze, tra le quali alcune immagini del 48 che ritraggono la fine del Kuomintang in Cina per la rivista “Life”, quelle realizzate durante i funerali di Gandhi in India il 31 gennaio del 48 e le immagini scattate in Russia nel 54 dopo la morte di Stalin, volutamente “banali” per mostrare che i russi erano uguali agli altri uomini.

Mentre porta avanti l’attività da reporter, Henri prosegue con i suoi progetti personali: fra il 1644 e il 1961 esegue dei ritratti su commissione, che ne mostrano un lato più “insicuro”.

Per me fare un ritratto è la cosa più difficile, è un punto interrogartivi poggiato su qualcuno”.

Questo suo pensiero si traduce nella realizzazione degli scatti: in presenza del soggetto, infatti, fa di tutto per farsi dimenticare, restando distante, giocando soprattutto con gli sfondi ed il rapporto fra modello ed ambiente, più che con quello modello-fotografo.

Sartre © H.Cartier Bresson
Sartre © H.Cartier Bresson

Giacometti © H.Cartier Bresson
Giacometti © H.Cartier Bresson
Matisse © H.Cartier Bresson
Matisse © H.Cartier Bresson

Fino a questo momento, le foto in mostra sono soltanto in bianco e nero; è a questo punto che io e Simone ci troviamo davanti ad alcune stampe a colori, semplicemente… bellissime!

Un monitor provvede a mostrarcene altre, ed è davvero un peccato che nemmeno sul web si riescano a reperire perché, sì, sono proprio meravigliose per quanto Cartier-Bresson abbia scritto che “il colore era una necessità professionale, non un compromesso ma una concessione; era un mezzo di documentazione e non di espressione artistica”.

Forse per la difficoltà di gestire velocemente lo scatto con la pellicola a colori, meno sensibile e quindi con tempi più lunghi, Henri non si è mai dedicato al colore con una grande spinta – ma posso assicurare che la sua produzione non monocromatica è altrettanto affascinante 🙂

L’esposizione prosegue con una parte dedicata alle inchieste che Cartier-Bresson realizza in modo autonomo, non su commissione ma sotto la spinta e l’urgenza della carta stampata, poiché affrontano alcune grandi questioni sociali in una combinazione di “reportage, filosofia e analisi (sociale, psicologica e altro)” che sfocia in quella che si definisce un’antropologia visiva.

Sono visivo. Osservo, osservo, osservo. È con gli occhi che capisco”.

In mostra ce ne sono diversi esempi, ed è spesso la folla a fare da protagonista (ad esempio, si vedano la “Messa di Billy Graham” del 55 e il pubblico delle “Corse dei Cavalli” a Thurles, in Irlanda, del 52): per Henri la folla è infatti il luogo più stimolante e rappresenta un esercizio per la composizione.

Billy Graham © Henri Cartier Bresson
Billy Graham © Henri Cartier Bresson

Realizza anche una serie di immagini sul rapporto fisico tra uomo e macchina e sulle icone del potere, simili a fotomontaggi allo stato naturale, per ricordare che nel Novecento le immagini sono diventate vettori essenziali della politica, comprese le sue.

Prima di arrivare alla serie “American Way of Life” sulla società dei consumi, realizzata fra gli Anni 50 e 70, sono incredibili le foto raccolte sotto il nome “La danza delle città”, in cui Cartier-Bresson torta ad uno stile più contemplativo e “pulito”, con una composizione più essenziale.

Chiudiamo, dopo quasi due ore di percorso (ho anche preso appunti su un paio di fogli di fortuna, con buona pace di Simone Poletti), con le foto del “dopo Magnum”: si tratta di scatti dalla lunga durata e dai tempi dilatati. Henri si dedica a visitare mostre e musei, torna al disegno e si avvicina al Buddhismo; vediamo alcune foto di Cartier-Bresson scattate dalla moglie Martine Franck che lo ritraggono al Museo di Storia Naturale di Parigi, nel 1976, ed una del 67 mentre si sta facendo un autoritratto a matita – esposto nella parete a fianco assieme ad altri schizzi realizzati dal vero.

La fotografia è per me l’impulso spontaneo di un’attenzione visiva perpetua che coglie istante ed eternità. Il disegno con la sua grafologia elabora quello che la nostra coscienza ha colto di quell’istante.
La fotografia è un gesto immediato; il disegno una meditazione”.

Il percorso espositivo è come un cerchio, un ouroboro, in cui l’inizio e la fine si incontrano dopo un lungo peregrinare, come nella vita di Henri Cartier Bresson: disegno e fotografia aprono e chiudono la  sua attività di artista, fotoreporter e uomo di mondo, che ha saputo interpretare gli anni e lo scorrere del tempo in maniera onesta e sincera.

Ti consiglio assolutamente di fare come me: prenditi un paio di giorni per visitare questa retrospettiva – hai tempo fino al 25 gennaio 2015 – ed altre mostre (ne troverai sicuramente di tuo interesse). Ne uscirai ristorato e con una consapevolezza in più, perché poter vedere da vicino le fotografie di un grande maestro con il supporto delle tavole che accompagnano le sezioni, aiuta a comprenderne ancor meglio il lavoro e ad apprezzarlo ancora di più.

Al prossimo articolo, dedicato alla visita al Festival Internazionale di Fotografia sul Ritratto al MACRO di Roma 😉
Gloria

Tecnica Fotografica
Fotografare in bianco e nero è più facile!

JUST TEASING

11/05/2014
Simone Conti
14 commenti ]

Fotografare in bianco e nero è più facile!

Lo so. Ne sono conscio. Sono sicuro che accadrà. In genere succede tutte le volte che tiro fuori questo argomento! Tutte le volte che ne parlo, anche se dichiaro anticipatamente il tono volutamente provocatorio, finisce sempre con un gran “polverone”. Magari questa volta sarà diverso… Vedremo…

Anche questa volta dichiaro apertamente il mio intento: sarò deliberatamente provocatorio!

Se vuoi conoscere cosa ne penso realmente seguimi per tutto l’articolo, altrimenti prendi per buono questo concetto…

Fare fotografia in bianco e nero è decisamente più semplice rispetto a farla a colori. Il bianco e nero è più semplice. Punto!

Anche durante il seminario Shape the Light in occasione di Fotografia Europea, domenica scorsa, ho parlato della cosa e naturalmente, come previsto, ho visto ben più di un sopracciglio inarcarsi!

La questione è fondamentalmente questa: credo che sia esattamente come scrivo e credo anche che ci sia una buona spiegazione, persino piuttosto logica, che possa convalidare la mia tesi.

Cosa ne dici? Vuoi saperne di più? Mi farebbe molto piacere sapere cosa ne pensi tu!

Ovviamente gli amanti del bianco e nero generalmente si inalberano di fronte a questa mia affermazione. E tu? Pensi anche tu che fare una buona fotografia a colori sia molto più complesso che realizzare la stessa immagine in bianco e nero?

Just Teasing - File in B&N così come uscito dalla mia Fuji X100S
Just Teasing – File in B&N così come uscito dalla mia Fuji X100S

Cerco di spiegarmi meglio! Quando parlo di facilità e semplicità mi riferisco, nello specifico, alla decodifica dell’immagine e non alla sua realizzazione tecnica in sé per sé. La tecnica rimane sostanzialmente la medesima sia nel caso del colore che per il bianco e nero. Quello che cambia, a mio parere, è la velocità in cui, durante la fase di composizione dell’inquadratura, si riesce a percepire della scena.

Analizzare una scena a colori è molto più complesso e ricco di distrazioni rispetto ad osservare una scena in bianco e nero. Decifrare un’immagine a colori richiede uno sforzo molto maggiore al nostro cervello visto che deve elaborare tutti i segnali provenienti dai coni oltre che dai bastoncelli presenti nei nostri occhi.

Just Teasing
Just Teasing

Recentemente, dopo una interessante chiacchierata con un amico fotografo che ha già fatto di questa scelta un’abitudine, ho deciso di impostare la mia Fuji X100S in modalità bianco e nero. In questo modo gli scatti in jpeg che produce sono completamente scevri dalla distrazione che il colore comporta. Nel mirino elettronico posso comporre senza distrazioni e ho comunque un file RAW che posso sviluppare a colori direttamente in macchina oppure con più calma sul Mac con Lightroom5. È incredibile quanto sia più semplice individuare e decifrare la struttura dell’immagine già in fase di composizione prima di scattare e ottenere, in questo modo, foto migliori.

Ti invito a provare! Probabilmente ti accorgerai che percepire l’illuminazione della scena è più immediato. Il contrasto della scena è più semplice da gestire e il tuo lavoro di composizione dell’immagine ne gioverà.

Gran Caffè - File B&N così come uscito dalla mia Fuji X100S
Gran Caffè – File B&N così come uscito dalla mia Fuji X100S

Questa naturalmente è anche la ragione per cui le immagini in bianco e nero piacciono molto di più… sono più semplici da decifrare, da capire, da decodificare e il nostro cervello, essendo tendenzialmente pigro… tende a risparmiare energia! Leggere un’immagine in bianco e nero è più semplice, quindi risulta più probabile che piaccia!

Gran Caffé
Gran Caffé

Cosa ne dici? Preferisci il colore o il bianco e nero? Cosa ne direbbe secondo te Henry Cartier-Bresson? Se Bresson avesse potuto scattare a colori, lo avrebbe fatto? 🙂

Ciao e buone foto

Simone Conti

"Tecniche Avanzate di Conversione e Correzione del Bianco e Nero" - Video-corso di FotografiaProfessionale.it

Tecnica Fotografica

MA IL COLORE… PUò AVERE LA FEBBRE?

08/04/2011
Simone Conti
1 commento ]

Ma il colore… può avere la febbre?

Classica lampadina a incandescenza

Molto spesso amici e appassionati di fotografia mi fanno questa domanda: «cosa significa temperatura colore? Come fa un colore ad avere una temperatura?»

 

Questa domanda sul colore, come molte altre, trova risposta nel mio nuovo ebook “La Teoria del Colore” in uscita la prossima settimana, ma su questo punto specifico vorrei dare una piccola anticipazione!

 

Se andiamo a ricercare la definizione di temperatura colore troveremo qualcosa come: “La temperatura colore di una sorgente luminosa corrisponde alla temperatura a cui occorre scaldare un corpo nero affinché esso emetta una radiazione luminosa di pari lunghezza d’onda”. Per comprendere meglio questa definizione occorre sapere che un corpo nero è un oggetto puramente teorico che ha la caratteristica di riuscire a trattenere interamente tutte le radiazioni incidenti e restituirle in uguale misura sotto altra forma di energia (es. assorbe luce e restituisce calore).

 

LEGGI TUTTO >>

Tecnica Post-Produzione

CON L’AIUTO DEL COLORE…VINCERò!!!

03/04/2011
Simone Poletti

Con l’aiuto del colore…vincerò!!!

Attacco Solare!

Perdonatemi la citazione che capirà solo chi è stato bambino negli anni ’80… 🙂 ma mi sembrava adattissima all’argomento.

Infatti, non so se lo avete notato, ma da qualche giorno in FotografiaProfessionale sembriamo tutti un po’ più vivaci e colorati, a parte Simona che, nonostante sia donna e appena arrivata, si aggira per gli uffici parlando di grigi neutri 128/128/128 e di dominio della dominanti…

Il colore è l’argomento “caldo” in questo inizio di primavera fotografica, dopo un inverno in Bianco e Nero…. e il controllo del colore è uno dei “poteri” più importanti, oserei dire fondamentali, per chiunque aspiri a diventare un super-eroe della post-produzione!

Infatti il colore è fondamentale nella creazione di immagini efficaci e piacevoli, il colore costituisce uno dei punti di attrazione principali di un’immagine, il controllo del colore è nella fotografia digitale una necessità!  Quindi va gestito e corretto nel modo milgiore possibile, va controllato e padroneggiato.

Ma come fare? Come avere il controllo assoluto delle cromie nelle immagini? Come destreggiarsi fra canali, metodi colore, percentuali di quadricromia, dominanti…? Come essere in grado di correggere le cromie in Lightroome e in Photoshop? Come capire cos’è un profilo colore e a cosa serve?

Beh, già il corso “Neutralizzare le Dominanti” di Simona Giglioli ci ha fornito delle solide e importanti basi sule quali lavorare… non lo avete ancora scaricato? Fatelo subito! Oltre a essere molto utile ed efficace, è anche gratuito!

Poste queste importanti basi, e assodato che la correzione cromatica parte da un’immagine corretta e quindi senza dominanti, possiamo iniziare a lavorare sulla correzione cromatica vera e propria, cioè sulla gestione del colore e di tutte le sue variabili.

Lo faremo presto con un attacco combinato senza precedenti!

Rimanete collegati e allerta, perchè le novità sul modo del colore sono imminenti, e multiple! 😉

Per ora buon lavoro, e occhio al colore!

Simone Poletti

Tecnica Fotografica

SBOCCIA LA PRIMAVERA… ESPLODE IL COLORE!

31/03/2011
Simone Conti

Sboccia la primavera… esplode il colore!

Rising from the Deep
Il colore blu

Arriva la primavera è la natura si risveglia attorno a noi. Il grigio piatto e monotono che caratterizza i mesi invernali qui nella Pianura Padana viene finalmente sostituito dal colore vivo e splendente dei boccioli e dei fiori.

 

Ora… io non sono un fotografo paesaggista o un naturalista, ma sicuramente sono affascinato dal colore e soggetto alla sua influenza. Non sono ovviamente l’unico… tanto che, proprio in questo periodo, qui in Fotografia Professionale, anche grazie all’aiuto delle nuove leve, Ingrid e Simona, sembra che il colore stia acquistando un’importanza sempre maggiore… che tra pochi giorni avrete modo di scoprire più in dettaglio!

Non voglio dilungarmi oltre sui prossimi prodotti, che saranno direttamente gli autori a presentarvi prestissimo, e vorrei spendere qualche parola sul colore e sull’influenza che ha nella nostra percezione visiva della realtà.

 

Il colore influenza gli stati d’animo e la percezione della realtà, tanto che storicamente certi colori sono stati legati a “doppio filo” a specifici stati d’animo. Ad esempio al colore rosso spesso si associa la rabbia e al bianco la purezza. Pensa, ad esempio alla parola “candore”: con questo termine identifichiamo sia l’essere di colore bianco (il candore del prato innevato) che l’essere puri e innocenti (il candore dei bambini).

Non sempre l’utilizzo del colore in fotografia riesce da solo ad evocare un emozione specifica, ma molto spesso è quell’elemento chiave che può rendere una fotografia veramente “potente”.

In fotografia il colore solitamente influenza un’immagine in due modi:

 

LEGGI TUTTO >>

in questo articolo si parla di...

, , , ,
Tecnica Post-Produzione

PROFONDITà COLORE, LAVORARE A 8 O A 16 BIT?

19/04/2010
Simone Poletti
3 commenti ]

Profondità colore, lavorare a 8 o a 16 bit?

Alcuni di voi mi hanno chiesto: “Meglio correggere le immagini a 16bit o a 8bit? E qual’è la differenza?”
Il numero di bit nell’immagine determina la “profondità colore” della stessa, cioè il numero di possibili tonalità di grigio in un pixel. La variazi0ne è esponenziale, quindi un pixel 16bit non contiene il doppio di possibili tonalità rispetto ad un pixel 8bit, ma molte di più. Un pixel a 8bit può contenere infatti 256 diverse tonalità di grigio, un pixel a 16bit ne può contenere 65536! Quindi nel pixel a 16 bit avremo la possibilità di 65536 variazioni di sumatura di grigio fra il bianco e il nero.
È evidente quindi che in una immagine a 16bit avremo molte più informazioni colore, molte più possibili gradazioni e una sensibilità alla corezione cromatica molto maggiore. Una immagine a 16bit interpreta quindi meglio la realtà fotografata, o comunque ci permette maggiori possibilità espressive nella variazione dei colori. Questo ci permette quindi di lavorare in maniera più raffinata, con risulatati milgiori e un controllo molto maggiore sul risultato finale. Io insisto molto, anche nei corsi, sulla necessità di avere il massimo controllo su quello che facciamo, sull’importanza di poter decidere come impostare ogni variabile e ottenere esattamente il risultato che vogliamo, e l’immagine a 16 bit permette sicuramente più di quella a 8bit di avere questo tipo di controllo.
Sempre meglio quindi lavorare a 16bit? Teoricamente si, ma è necessario fare dei distinguo.
I laboratori di stampa fotografica e le macchine da stampa offset gestiscono infatti immagini a 8bit, quindi è necessaria in ogni caso una conversione prima della stampa. Quindi può avere senso correggere cromaticamente (sia in fase di sviluppo del raw che in fase di correzione a Photoshop) l’immagine, per poi convertirla al momento della stampa. Capita però molto (troppo) spesso che i laboratori e le litografie non rispettino i profili colore che assegniamo alle immagini, modificandone irrimediabilmente la resa cromatica. Questo vale per immagini a 16 o a 8bit… pretendete SEMPRE che chi stampa rispetti i vostri profili o (ancor meglio e più semplice) informatevi sui profili colore in uso dallo satmpatore e correggete le immagini in base a quel profilo.

Inoltre c’è chi consegna alla stampa dei file in f.to jpeg (perchè pesano meno…) con conseguente perdita di informazioni colore a casusa della drastica compressione del jpeg.

Che senso può avere perdere tempo e fare tanta fatica per correggere un’immagine per poi salvarla in jpeg e perdere gran parte delle informazioni colore e della “morbidezza tonale” che permette l’elaborazione a 16bit?

Salvate le immagini in tif, avrete un file più pesante, ma non perderete informazioni nella conversione e tutto il vostro lavoro sarà preservato e valorizzato!

La correzione cromatica è un processo completo e complesso, che va dalla acquisizione dell’immagine fino alla consegna del file profilato allo stampatore e al controllo delle prove di stampa. Questo processo deve essere gestito in maniera coerente. Non ha infatti alcun senso lavorare immagini a 16bit (con i rallentamenti che ne conseguono a causa del peso del file) se poi si consegnano i file per la stampa in jpeg o se chi stampa agisce in maniera impropria sui profili colore. Lavorate le immagini a 16bit, ma poi convertitele in Tif (non in jpeg) a 8 bit per la stampa, e consegnatele a un laboratorio o a una litografia che ne faccia un uso corretto e che lavori rispettando i profili colore.

in questo articolo si parla di...

, , , ,