News ed Eventi
Michael Kenna e l’omelia del Primo Maggio

MICHAEL KENNA PRESENTA LA MOSTRA “PAESAGGI D’EMILIA”

03/05/2016
Gloria Soverini

Michael Kenna e l’omelia del Primo Maggio

Michael Kenna ha presentato la sua mostra “Michael Kenna – Paesaggi d’Emilia” a Reggio Emilia il Primo Maggio parlando dall’altare di una chiesa.

 

Non poteva che succedere nelle terre che hanno visto nascere “Peppone e Don Camillo”: è domenica Primo Maggio, il Sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi sull’Altare della Chiesa di San Giacomo, seduto vicino a Massimo Mezzetti, Assessore alla Cultura dell’Emilia Romagna, e al Presidente della Provincia Giammaria Manghi.

Tutto grazie ad un fotografo come Michael Kenna, che ha richiamato così tanti partecipanti alla conferenza stampa di presentazione della sua mostra alla Galleria 13 da richiedere una location decisamente più ampia… quanto una chiesa 🙂

Anche lui esordisce con un aneddoto in proposito, nel suo bellissimo inglese:
Quando ero piccolo i miei genitori avrebbero voluto che diventassi prete… sarebbero sicuramente felici di sapere che sto parlando davanti ad una chiesa piena la domenica mattina!

 

Ma partiamo dall’inizio: sono le 11.15, io e Simone Poletti ci aggiriamo intorno alla Galleria assieme ad altre decine di persone che ne affollano l’interno e l’esterno; mi presento a Sara Cavagnari, la Direttrice della Galleria, e sgomito per riuscire a vedere le stampe di Kenna ai sali d’argento su carta baritata. Silenziose nonostante la folla, bellissime nonostante sia Emilia. No, bellissime proprio perché È Emilia.

 

Quando LUI arriva mi sale un nodo in gola e mi sento come se stessi per vedere da vicino il cantante del mio gruppo preferito. “È solo un fotografo“, mi dico per calmarmi e non sembrare agitata, ma quel solo inciampa subito e io resto con la 6D in mano e gli occhi lucidi, aspettando qualche centimetro in più per riuscire a fotografarlo.

L'arrivo di Michael Kenna
L’arrivo di Michael Kenna

Vengono sbrigate le pratiche burocratiche: foto con le autorità, la Direttrice, alcune domande; io esco non appena una donna alla mia sinistra dice a qualcuno “Ecco, ma dov’è l’originalità in queste foto?“. Esco prima di diventare maleducata. Del resto, ognuno ha diritto ad avere un’opinione, no?
(ok, ma sempre sempre? :D)

Siamo così tanti che riempiamo la via e il sagrato della Chiesa di San Giacomo di fronte, dove andremo ad ascoltare Kenna non appena Ite, missa est.
Lui è tutto un sorriso, saluta con calore, si fa immortalare nei selfie dentro ai cellulari.

La chiesa si svuota, ora tocca a noi. Si riempiono i posti a sedere, molti stanno in piedi. Sembra di essere alla messa di Natale o di Pasqua, e realizzo che sto per sentire l’omelia più bella di sempre.

È solo un fotografo, ma siamo tutti in religioso silenzio.
Così Kenna comincia a parlare e dice che il suo rapporto con la fotografia è piuttosto tradizionale, fatto di pellicole, lunghi tempi d’esposizione e ricerche altrettanto prolungate, una posizione contro il caos odierno del digitale che lo porta all’introspezione e alla solitudine del pensiero con se stesso.

Fotografo quello che non si vede.

In riferimento al suo vagare e scattare in Emilia Romagna, dice che si è sorpreso di come ogni singolo metro sia lavorato ed abitato, di come ovunque ci sia traccia dell’uomo e del suo lavoro; ecco perché, aggiunge, quello che fotografa è il rapporto fra gli uomini e l’ambiente.

Fotografare i luoghi è come avere un rapporto d’amicizia con qualcuno: come accade con un amico che conosci da 30 anni, fotografare un luogo che hai già visitato e scattato ti permette di avere con esso un rapporto ancora più profondo.

Per lui non si tratta tanto di cercare la novità, ma di rinnovare il dialogo con gli elementi che lo circondano.
A chi gli chiede come faccia a rendere così belle quelle cose che per noi sono normali e quotidiane, Kenna risponde

Non sono io che faccio diventare belle le cose: la meraviglia è ovunque, là fuori, nell’Universo.

Un brivido prolungato. Chi conosce l’inglese resta a bocca aperta prima che la traduttrice intervenga.
So che le sue parole riportate non hanno lo stesso effetto di quando eravamo lì, in quella chiesa, perché era nella voce il senso più profondo, la chiave di volta.

 

 

Abbiamo però le sue foto, che puoi ammirare alla Galleria 13 dal 6 Maggio al 28 Giugno (per le info su indirizzo ed orari, clicca qui)

Sono una ventina le fotografie in mostra, selezionate dal lavoro esposto a Palazzo Magnani nel 2010 per la mostra “Immagini del settimo giorno” realizzata grazie al progetto curatoriale di Sandro Parmiggiani, nella quale è stato presentato il Catalogo Skira con testi di Pierre Bonhomme, Ferdinando Scianna e Sandro Parmiggiani.

Spero di essere riuscita a trasmetterti un po’ di quella atmosfera! Se non dovesse bastare, trovi altre foto dell’evento sulla nostra pagina Facebook 🙂
Fammi sapere cosa pensi dell’opinione della signora di cui sopra! ;))

A presto,
Gloria

Fotografia
Ho conosciuto l’Impossibile! Ero tutt’orecchi…

I AM ALL EARS

08/08/2015
Simone Conti
1 commento ]

Ho conosciuto l’Impossibile! Ero tutt’orecchi…

Come tutte le estati, visto che gli impegni lavorativi tendono ad assottigliarsi (quest’anno non è il caso!), dedico sempre un po’ più di tempo alla formazione personale. Proprio perché con Fotografia Professionale sono in prima fila come trainer in svariati workshop, sono il primo a riconoscere valore nell’aumentare le conoscenze. Imparare a fare nuove cose o capire come fare meglio quelle che sono già in grado di fare da tempo, ma anche il confronto con altri professionisti e, perché no, anche con gli appassionati è, per me, sempre stimolante e interessante.

Spesso ho frequentato workshop dove ero al corrente di praticamente tutto quanto compreso nel programma, ma sempre sono “tornato a casa” arricchito, con qualcosa in più per il mio bagaglio di esperienza.

Quest’anno ho conosciuto l’Impossibile!

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News ed Eventi
Ho visitato la mostra su Cartier Bresson a Roma, e…

L’INGRESSO ALL’ARA PACIS

04/12/2014
Gloria Soverini
2 commenti ]

Ho visitato la mostra su Cartier Bresson a Roma, e…

Non posso che cominciare il racconto della mia visita con una parola: emozione.

È stato un anno di lavoro intenso e di grandi soddisfazioni; sono stata impegnata anche nei weekend tra workshop e matrimoni, per cui ho avuto poco tempo da dedicare al resto. Quando ho deciso di tenermi libera per un weekend a fine novembre per recarmi a Roma, una città che amo, è stato naturale andarmi a cercare tutte le mostre in corso in modo da avere un planning ed ottimizzare la permanenza 😉

Con Simone Poletti a seguito, il sabato mattina è stato subito dedicato alla retrospettiva su Henri Cartier-Bresson proveniente dal Centre Pompidou di Parigi, inaugurata il 26 settembre al Museo dell’Ara Pacis.

Dopo una breve passeggiata, eccoci arrivati; mi sento già euforica!

Optiamo per il biglietto d’ingresso integrato per visitare sia il Museo che la mostra; l’Ara Pacis si può fotografare senza flash, ahimè divieto assoluto per Cartier-Bresson – e ne sarebbe valsa la pena viste le sale e l’allestimento. Mi devo rassegnare subito 🙂

Accedendo direttamente dal Museo, dobbiamo attraversare qualche corridoio per raggiungere l’inizio effettivo del percorso espositivo, e intanto mi sforzo di tenere lo sguardo rivolto verso i miei piedi per non sbirciare in anticipo le foto che vedrò fra poco… che fatica!

L’allestimento è stato organizzato cronologicamente tenendo conto delle fasi della vita e del lavoro di Cartier-Bresson, in modo da mostrarne l’evoluzione sottolineando le influenze che di volta in volta hanno contraddistinto un cambio di stile o di scelta dei soggetti.

Dopo l’introduzione, si parte con le prime fotografie – ce n’è anche una di Henri a 12 anni, nel 1920, con la sua macchina fotografica – e i primi schizzi e dipinti, perché la pittura è stata l’attività cui ha dedicato più tempo fino alla fine degli Anni 20; scriveva, infatti, “Ho sempre avuto la passione per la pittura. Da bambino, la facevo il giovedì e la domenica, ma la sognavo tutti gli altri giorni”.

Se la pittura mostra l’influenza di Cézanne prima e delle geometrie poi con la realizzazione di dipinti che seguono i principi della sezione aurea, la fotografia è un chiaro rimando al surrealismo e ad Eugène Atget.

La sezione successiva è dedicata ai viaggi fotografici, a partire da quello in Africa fra il 1930 e il 31; l’immagine che ne esce è quella di un insieme di fattori, come quelli ormai sedimentati del surrealismo e di Atget, con nuovi input dati dai rapporti con gli americani Levy, Caresse, Crosby, Gretchen e Powel, e dalla Nuova Visione Europea.

Riprese dall’alto, composizioni geometriche, ripetizione del motivo… la mano che tutti conosciamo inizia da qui. Nell’estate del 31 Cartier-Bresson raccoglie le sue fotografie in un quaderno a spirale, il “First album”, e decide di diventare un fotografo a tutti gli effetti.

Le fotografie del suo viaggiare fra Spagna, Italia, Germania, Polonia e Messico portano i segni, ancora, del surrealismo sviluppandone alcuni concetti: “bellezza convulsa” ed “esplosivo fisso” (André Breton), “erotico-velato” che sfrutta i poteri associativi e interpretativi degli oggetti avvolti, “magico-circostanziale”, quel concorso di circostanze che è una deflagrazione di senso, di rivelazione di nuovi significati, che è emblema della grande fiducia che Cartier-Bresson riponeva nella casualità (sempre di stampo surrealista).

La macchina fotografica è uno strumento meraviglioso per cogliere quel caso oggettivo”, scriveva.

Hyeres, 1932 © Henri Cartier Bresson
Hyeres © Henri Cartier Bresson

Seville, 1933 © Henri Cartier Bresson
Seville © Henri Cartier Bresson

André de Mandiargues, 1933 © Henri Cartier Bresson
André de Mandiargues © Henri Cartier Bresson

Portrait à Base de Rouge a Lèvres, 1931 © Henri Cartier Bresson
Portrait à Base de Rouge a Lèvres, © H.Cartier Bresson

Il surrealismo non lo influenza solo dal punto di vista artistico, ma anche politico: infatti, Cartier-Bresson condivide le posizioni comuniste ed antifasciste, e con queste premesse si avvicina, radicalizzando il suo pensiero politico, alla stampa comunista ed entra a far parte dell’AEAR (Associazione di scrittori ed artisti rivoluzionari).

Per il Ce Soir realizza un servizio fotografico sull’incoronazione di Giorgio VI, nel 1937, e più che concentrarsi sul re Henri fotografa soprattutto il pubblico presente: la folla è immensa e per vedere in molti fanno un largo utilizzo di strumenti, soprattutto di periscopi artigianali con specchi montati in cima che, per consentire la visione della scena, costringe chi ne fa uso a dare le spalle al re stesso. È proprio questo “voltafaccia” dei presenti ad interessare il fotografo, il quale vede tale azione come un atto rivoluzionario verso il potere.

Il cinema mi ha insegnato a vedere”, scrisse Bresson, ed è al cinema che è dedicata la sezione successiva; dopo aver fatto da assistente in 3 film per Jean Renoir, realizza un documentario sulla Guerra Civile Spagnola e durante la Seconda Guerra Mondiale entra nell’Unità Film e Fotografia della III Armata e nel Comitato di Liberazione dei Fotogiornalisti.

Il cinema è visto come il mezzo migliore per il suo impegno militante perché si rivolge ad un pubblico più ampio della fotografia e riesce a far passare meglio il messaggio.

Gira “Le retour”, un film sul ritorno dei prigionieri, ed è incredibile la serie di fotogrammi esposti che mostrano una collaborazionista che viene riconosciuta dalla donna che aveva denunciato.

Arriviamo quindi alla svolta da reporter: nel febbraio del 1947 Cartier-Bresson inaugura la sua prima retrospettiva al MoMA di New York e sceglie di diventare un fotoreporter a pieno titolo.

Mesi dopo fonda l’agenzia Magnum assieme a Capa, Seymour, Rodger e Vandivert, che lo impegnerà fino al 1970; in tutti questi anni compie moltissimi viaggi in tutto il mondo e collabora con i maggiori giornali internazionali realizzando un gran numero di servizi.

In mostra se ne possono ammirare diverse testimonianze, tra le quali alcune immagini del 48 che ritraggono la fine del Kuomintang in Cina per la rivista “Life”, quelle realizzate durante i funerali di Gandhi in India il 31 gennaio del 48 e le immagini scattate in Russia nel 54 dopo la morte di Stalin, volutamente “banali” per mostrare che i russi erano uguali agli altri uomini.

Mentre porta avanti l’attività da reporter, Henri prosegue con i suoi progetti personali: fra il 1644 e il 1961 esegue dei ritratti su commissione, che ne mostrano un lato più “insicuro”.

Per me fare un ritratto è la cosa più difficile, è un punto interrogartivi poggiato su qualcuno”.

Questo suo pensiero si traduce nella realizzazione degli scatti: in presenza del soggetto, infatti, fa di tutto per farsi dimenticare, restando distante, giocando soprattutto con gli sfondi ed il rapporto fra modello ed ambiente, più che con quello modello-fotografo.

Sartre © H.Cartier Bresson
Sartre © H.Cartier Bresson

Giacometti © H.Cartier Bresson
Giacometti © H.Cartier Bresson
Matisse © H.Cartier Bresson
Matisse © H.Cartier Bresson

Fino a questo momento, le foto in mostra sono soltanto in bianco e nero; è a questo punto che io e Simone ci troviamo davanti ad alcune stampe a colori, semplicemente… bellissime!

Un monitor provvede a mostrarcene altre, ed è davvero un peccato che nemmeno sul web si riescano a reperire perché, sì, sono proprio meravigliose per quanto Cartier-Bresson abbia scritto che “il colore era una necessità professionale, non un compromesso ma una concessione; era un mezzo di documentazione e non di espressione artistica”.

Forse per la difficoltà di gestire velocemente lo scatto con la pellicola a colori, meno sensibile e quindi con tempi più lunghi, Henri non si è mai dedicato al colore con una grande spinta – ma posso assicurare che la sua produzione non monocromatica è altrettanto affascinante 🙂

L’esposizione prosegue con una parte dedicata alle inchieste che Cartier-Bresson realizza in modo autonomo, non su commissione ma sotto la spinta e l’urgenza della carta stampata, poiché affrontano alcune grandi questioni sociali in una combinazione di “reportage, filosofia e analisi (sociale, psicologica e altro)” che sfocia in quella che si definisce un’antropologia visiva.

Sono visivo. Osservo, osservo, osservo. È con gli occhi che capisco”.

In mostra ce ne sono diversi esempi, ed è spesso la folla a fare da protagonista (ad esempio, si vedano la “Messa di Billy Graham” del 55 e il pubblico delle “Corse dei Cavalli” a Thurles, in Irlanda, del 52): per Henri la folla è infatti il luogo più stimolante e rappresenta un esercizio per la composizione.

Billy Graham © Henri Cartier Bresson
Billy Graham © Henri Cartier Bresson

Realizza anche una serie di immagini sul rapporto fisico tra uomo e macchina e sulle icone del potere, simili a fotomontaggi allo stato naturale, per ricordare che nel Novecento le immagini sono diventate vettori essenziali della politica, comprese le sue.

Prima di arrivare alla serie “American Way of Life” sulla società dei consumi, realizzata fra gli Anni 50 e 70, sono incredibili le foto raccolte sotto il nome “La danza delle città”, in cui Cartier-Bresson torta ad uno stile più contemplativo e “pulito”, con una composizione più essenziale.

Chiudiamo, dopo quasi due ore di percorso (ho anche preso appunti su un paio di fogli di fortuna, con buona pace di Simone Poletti), con le foto del “dopo Magnum”: si tratta di scatti dalla lunga durata e dai tempi dilatati. Henri si dedica a visitare mostre e musei, torna al disegno e si avvicina al Buddhismo; vediamo alcune foto di Cartier-Bresson scattate dalla moglie Martine Franck che lo ritraggono al Museo di Storia Naturale di Parigi, nel 1976, ed una del 67 mentre si sta facendo un autoritratto a matita – esposto nella parete a fianco assieme ad altri schizzi realizzati dal vero.

La fotografia è per me l’impulso spontaneo di un’attenzione visiva perpetua che coglie istante ed eternità. Il disegno con la sua grafologia elabora quello che la nostra coscienza ha colto di quell’istante.
La fotografia è un gesto immediato; il disegno una meditazione”.

Il percorso espositivo è come un cerchio, un ouroboro, in cui l’inizio e la fine si incontrano dopo un lungo peregrinare, come nella vita di Henri Cartier Bresson: disegno e fotografia aprono e chiudono la  sua attività di artista, fotoreporter e uomo di mondo, che ha saputo interpretare gli anni e lo scorrere del tempo in maniera onesta e sincera.

Ti consiglio assolutamente di fare come me: prenditi un paio di giorni per visitare questa retrospettiva – hai tempo fino al 25 gennaio 2015 – ed altre mostre (ne troverai sicuramente di tuo interesse). Ne uscirai ristorato e con una consapevolezza in più, perché poter vedere da vicino le fotografie di un grande maestro con il supporto delle tavole che accompagnano le sezioni, aiuta a comprenderne ancor meglio il lavoro e ad apprezzarlo ancora di più.

Al prossimo articolo, dedicato alla visita al Festival Internazionale di Fotografia sul Ritratto al MACRO di Roma 😉
Gloria