News ed Eventi
Il Metodo SPRITZ! per Photoshop e il fotoritocco

UNO SPRITZ FOTOGRAFATO DA GIORGIO CRAVERO

02/08/2019
Simone Poletti

Il Metodo SPRITZ! per Photoshop e il fotoritocco

Per dieci anni tutti hanno insegnato Photoshop e il fotoritocco come si insegna matematica a scuola.

Beh, sai cosa? Non funziona!

È il momento di cambiare approccio e diventare dei fighi della post in modo semplice e divertente!

Ti è mai capitato di partecipare ad uno di quei workshop di Photoshop in cui ti fanno sedere tutti in fila (come a scuola), poi un tizio inizia a parlare e lo fa per ore e ore (come a scuola)?

Sempre lo stesso tizio (o tizia) ti spara lì 200/300 nozioni che non capisci (come a scuola) e nel frattempo cerchi di prendere appunti, seguire quello che dice, guardare la proiezione, ecc…

Alla fine della lezione non ci hai capito un cazzo (come a scuola) e con ogni probabilità dovrai chiedere ad un amico di darti ripetizioni.

Come a scuola appunto 😉

(In alcuni di questi workshop mi hanno detto che non si possono nemmeno fare domande durante la lezione… Minchia! Neanche a scuola!)

C’è un piccolo problema: Photoshop non si impara a memoria e un corso fatto come una lezione delle medie è davvero inutile. Oltre che faticoso e noioso.

Lo ammetto, all’inizio anche io ho fatto i corsi a “lezione frontale”.

Però ho capito molto presto che non funzionava come volevo (anche se tutti mi facevano i complimenti) e che si poteva fare meglio.

Così ho reso i workshop dal vivo più interattivi, facendo domande e chiedendo agli allievi di farne tante, il più possibile.

Ho inserito esercitazioni progressive, commentando insieme risultati, lavorando in gruppo per alcune parti più “creative”.

Abbiamo messo a disposizione degli allievi monitor EIZO e tavolette Wacom, li ho “sfidati” a creare immagini insieme.

Insomma, come sempre in FotografiaProfessionale, cambiamo le cose di continuo per farle funzionare meglio 😉

Si può fare ancora meglio, così ho creato il Metodo SPRITZ! per imparare Photoshop e il fotoritocco in modo divertente e veloce!

Ogni tanto mi fisso con qualcosa e inizio a studiare (mai fatto a scuola, ma per ciò che mi appassiona sì).

Così ho approfondito le discipline per l’apprendimento attivo, di cui si parla molto da anni soprattutto nelle scuole materne ed elementari.

Ho anche due amiche, Monica e Valentina, che si occupano di questo: Monica ha una scuola bilingue che utilizza questi metodi e Valentina li insegna a genitori ed insegnanti.

Mi sono chiesto “Può essere utile e rendere la cose più semplici a chi studia fotografia e post?” Mi sembrava di sì, quindi ho sfruttato le mie conoscenze e mi sono dato da fare 🙂

Ho scoperto che tante delle cose che fanno parte dei fondamenti di questo metodo di insegnamento e apprendimento le facevamo già. Altre erano alla base dei corsi di Ekis, alcuni tenuti dal mio socio Andrea Grassi. Ma altre cose non le avevo mai sperimentate o l’avevo fatto in modo molto limitato.

L’Apprendimento Attivo: imparare divertendosi e partecipando.

L’Active Learning è una forma di apprendimento in cui l’insegnante si impegna a coinvolgere direttamente gli studenti nel processo di apprendimento attraverso la partecipazione attiva alla lezione, la discussione dei materiali di lavoro, l’impegno in giochi di ruolo, casi di studio, brevi esercizi scritti, autovalutazione, ecc…

L’Apprendimento Attivo può prevedere anche esercizi e giochi, diverse disposizioni dell’aula in base all’obiettivo della lezione, la suddivisione in gruppi di lavoro autonomi.

Cos’è il Metodo SPRITZ? Come funziona?

Il metodo SPRITZ! per imparare Photoshop e il Fotoritocco è il riassunto di tutta la mia esperienza sul campo come ritoccatore professionista e soprattutto come formatore.

S sta per STRATEGIA: approccio strategico al fotoritocco.

Perché quando hai davanti un’immagine non sai mai da dove iniziare per correggerla?
Perché tutti ti insegnano un approccio “tattico” fatto di tecniche separate o di “segreti” che funzionano solo con quei valori e quelle immagini.
La correzione delle immagini richiede un approccio STRATEGICO: per fare sì che ogni tecnica e ogni regolazione vada nella giusta direzione, all’interno di un piano preciso!

Avere un approccio strategico ti consentirà di sfruttare al meglio le tue risorse ed essere più veloce ed efficace.

P sta per PRATICA: Photoshop si impara con tanta pratica.

Pratica, tanta tanta pratica. Nulla più dell’esperienza diretta ti consentirà di ottenere risultati.

Nel metodo SPRITZ! ogni tecnica viene spiegata, mostrata e messa subito in pratica.
Esercitazioni, prove, errori e correzioni: è così che otterrai risultati più in fretta!

R sta per RIPETIZIONE: la ripetizione rende perfetti (o quasi 😉 ).

Non c’è arma più potente della pratica e della ripetizione per far sì che una cosa entri a far parte di te. Ogni cosa e ogni tecnica viene ripetuta e utilizzata di continuo per tutto il corso in combinazione con quelle nuove.
Così non impari solo le tecniche: scopri come metterle insieme nel tuo flusso di lavoro!

I sta per IMMERSIONE: immersione in un ambiente professionale.

Il modo migliore per raggiungere un livello da Pro è lavorare con professionisti veri e con strumenti e tecniche professionali.
Per questo in ogni corso il team di professionisti di FotografiaProfessionale è lì per supportarti in ogni momento.

Ambiente professionale vuol dire anche attrezzature professionali: monitor EIZO, fotocamere FujiFilm, tavolette Wacom, luci e attrezzatura Apromastore.

T sta per TECNICA: tecniche semplici per risultati professionali.

La pratica comanda, ma la tecnica è fondamentale.
Le mie tecniche personali per ottenere risultati professionali in tempi ridottissimi.
Photoshop non è fatto di tecniche complicatissime da fisico termonucleare ma di tecniche SEMPLICI, che combinate insieme ti permetteranno risultati incredibili!

E la Z? Z sta per ZOT!, i “colpi di fulmine” per dominare Photoshop!

Gli ZOT! sono tecniche velocissime e super efficaci, consigli e trucchi del mestiere da vero ritoccatore che ti insegnerò durante questo corso.
Non solo: per ogni ZOT! ho creato una scheda fisica (di cartoncino) fighissima con ogni passaggio della tecnica illustrato, con tanto di scorciatoie da tastiera e consigli.

Cosa succede in un corso SPRITZ?

Beh, per prima cosa non è detto che succeda ciò che ti aspetti 😉
I corsi dal vivo fatti con il metodo SPRITZ! cambiano ogni anno, ma sicuramente ti puoi aspettare che:

1) I tavoli saranno divisi a gruppi di 4 postazioni o magari a ferro di cavallo, o in cerchio.

2) Parteciperai attivamente alla decisione degli argomenti da trattare: c’è un programma, ma sarà sempre tagliato “su misura” del gruppo.

3) Lavorerai INSIEME ai tuoi colleghi: vi confronterete per tutta la durata del corso, imparando l’uno dall’altro.

4) Farai esercitazioni e lavoro pratico, correggerai le esercitazioni dei tuoi colleghi e loro le tue.

5) Imparerai divertendoti e facendo esperienza diretta.

6) Potrai fare TUTTE le domande che vuoi. Anzi, iniziamo subito, hai domande? Scrivile qui sotto 🙂

7) Mano a mano che ci addentriamo in Photoshop e nel fotoritcco imparerai tecniche progressivamente più fighe!

8) Per ogni tecnica e concetto fondamentale riceverai una scheda ZOT! con tutte le info che ti servono per essere autonomo.

9) Sceglierai le immagini da correggere e se vuoi puoi portare le tue.

10) Alla fine raggiungerai un livello che ora non ti aspetti neanche.

Tutto questo e tanto tanto altro è il Metodo SPRITZ!

Ti assicuro che sarà divertente, intenso, impegnativo e diverso da tutto quello che hai provato fino ad oggi.

Non vedi l’ora di provare?

Bene, il prossimo corso è proprio Photoshop SPRITZ! a novembre, a Parma.

Clicca qui sotto per iscriverti!

Ci vediamo fra Spritz e livelli,

a presto 😉

 

Simone Poletti

News ed Eventi
Adobe ti costringe ad aggiornare: facciamo chiarezza

22/05/2019
Francesca Pone

Adobe ti costringe ad aggiornare: facciamo chiarezza

Negli ultimi giorni è iniziata a circolare una notizia da parte di Adobe che ha preoccupato diversi utenti.

Alcuni di voi ci hanno scritto per avere informazioni in merito: cerchiamo, allora, di fare chiarezza sulla tempesta che ha colpito le vecchie suite Creative Cloud 😉

 

 

È stata una semplicissima mail da parte di Adobe a spaventare gran parte degli utilizzatori: l’azienda, infatti, sta comunicando agli utenti delle vecchie versioni di Adobe Creative Cloud che non dispongono più della licenza per utilizzare il pacchetto. Se intendono ancora fruirne, allora devono aggiornare la suite alle versioni più recenti.

Ma quello che più ha spaventato i clienti non è tanto il dover aggiornare la suite, accettando anche costi più elevati, bensì l’avviso da parte di Adobe di poter incorrere in potenziali denunce da terze parti per l’utilizzo (senza permesso) del software non aggiornato.

 

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Interviste
La visual engineering di Steve Giralt

STEVE GIRALT

30/04/2019
Francesca Pone

La visual engineering di Steve Giralt

Il mondo della comunicazione si sta evolvendo e, con esso, anche le tecnologie e i processi stanno cambiando. Il tempo ha dato vita a nuove tecnologie che sono entrate, sempre più, a far parte della nostra vita: parliamo dei bracci robotici sì, ma non solo.

Steve Giralt, visual engineer, ha sfruttato questi nuovi processi per ripensare e ricreare gli schemi della fotografia e del video: dall’incontro fra ingegneria e fotografia sono nati contenuti mai visti, dinamici ed unici e Steve ha lasciato campo libero alla propria creatività creando nuovi modi di vedere il quotidiano.

Così sono volata dall’altra parte dell’oceano (solo con la testa, purtroppo) e ho fatto qualche domanda a Giralt e al suo modo tutto innovativo di dedicarsi alla fotografia.

 

 

Steve Giralt
Steve Giralt

 

FP: Raccontati: chi è Steve Giralt?

SG: Nato da subito come fotografo, sono diventato poi un regista ed infine mi sono affermato come visual engineer.

Sono originario di Miami, ma poi ho lasciato la città per studiare fotografia pubblicitaria al college, presso il Rochester Institute of Technology di New York.

 

FP: Quando e come è cominciata la tua professione da fotografo?

SG: Faccio parte della prima generazione di cubani-statunitensi di Miami. Ho avuto per la prima volta tra le mani una macchina fotografica al liceo, quando realizzavo qualche scatto durante gli eventi sportivi scolastici. Ho apprezzato il poter acquisire competenze in camera oscura e mi sono innamorato della magia della fotografia.

 

 

Dopo il liceo ho trovato lavoro come fotografo per realizzare ritratti per gli annuari scolastici, ma poco dopo ho lasciato per poter studiare fotografia a New York.

Così, concluso il college, mi sono trasferito di nuovo per poter affiancare altri fotografi ed iniziare a realizzare shooting per alcuni magazine. Pochi anni dopo, ho iniziato a dedicarmi alla fotografia di prodotto e ho avviato il mio primo studio a Manhattan: con il passare del tempo, ho cominciato a fotografare sempre di più, ad ottenere commissioni sempre più importanti e a realizzare grandi lavori pubblicitari. Sono davvero innamorato del lavoro che faccio: trovo affascinante il dover risolvere problemi.

 

FP: Da chi hai tratto ispirazione per realizzare i tuoi lavori e creare questo stile unico? Quali sono le tue icone di riferimento?

SG: Mi sono sempre ispirato più ai film che ad altri fotografi: quando guardo dei film, ne esco sempre ricco di tante nuove idee da poter realizzare nei miei scatti. Penso a Stephen Spielberg, a Tony Scott, ai fratelli Coen, Peter Jackson, Quentin Tarantino e molti altri.

 

FP: Ho visto che realizzi sia fotografie che video commerciali. Credi che foto e video siano due campi distinti o dipendenti l’uno dall’altro?

SG: Penso che la linea sottile che prima separava fotografia e video, in realtà, ora sia scomparsa completamente. Per me sono un’unica cosa: spesso io penso ad una storia per poterla prima raccontare con il video e poi anche con la fotografia.

 

FP: Che formazione hai seguito per arrivare ad essere chi sei oggi?

SG: Dopo aver studiato fotografia pubblicitaria, ho seguito e seguo tutt’ora alcuni corsi che sono stati di grande influenza per permettermi di fare il lavoro che faccio oggi. Ho partecipato a corsi di saldatura, di lavorazione del legno, realizzazione di circuiti elettronici e alimentatori; poi ho appreso come utilizzare software come Arduino e Maya e tanto altro.

Ho utilizzato tutte queste nozioni acquisite assieme alle mie conoscenze di fotografia per raccontare le storie che racconto oggi.

 

 

FP: Da dove nasce la definizione “Visual Engineering” e cosa significa?

SG: “Visual Engineering” descrive per me il lavoro che faccio e amo svolgere bene. Ho combinato insieme tecnologie ingegneristiche con tradizionali tecniche di fotografia e di video making per raccontare storie.

Penso che la storia che creiamo e come progettiamo uno strumento o un metodo abbiano una grande rilevanza nel modo in cui raccontiamo. Raramente utilizzo gli stessi strumenti e metodi due volte, cerco di innovare costantemente il modo in cui fotografiamo i diversi soggetti; questo vale sia per i miei progetti personali che per i lavori che ci commissionano.

 

FP: Che valore aggiunto dà l’applicazione dell’ingegneria agli effetti speciali che utilizzi in fotografia e video? Da dove nasce quest’idea?

SG: L’applicazione di nozioni ingegneristiche ci permette di catturare effetti visivi e punti di vista che non si sono mai potuti vedere prima. Ci permette anche di ottenere scatti più proficui dato che si commettono meno “errori umani” quando i robot fanno la parte più grossa del lavoro.

 

FP: Cosa significa dover lavorare con dei bracci robotici? Come ti trovi a lavorare con loro e quali funzioni hanno sul set?

SG: Amo i robot e nel mio studio utilizzo alcuni bracci robotici come miei fedeli assistenti: il braccio Bolt lo utilizzo per i movimenti di camera ad alta velocità, mentre gli altri due sono impiegati per muovere le luci o per realizzare movimenti in cui è necessaria tanta precisione. I bracci robotici mi permettono di avere tanta precisione e controllo sul set: io li programmo e loro fanno esattamente quello che chiedo loro di fare.

 

 

 

FP: Cosa c’è dietro la realizzazione di uno scatto fatto con l’aiuto di un braccio robotico? Sul set lavorano con te altre persone?

SG: In base alla tipologia di lavoro che c’è da fare, utilizzo i bracci robotici oppure vengo affiancato solo dal mio team. Ci sono lavori per i quali non utilizzo alcun robot e tutto quello che si vede è realizzato da persone in carne ed ossa: dipende tutto da qual è la storia che stiamo cercando di raccontare.

Sul set comunque ci sono sempre i ragazzi del mio team ad assistermi, non importa quanti robot ci siano.

 

FP: Molte delle tue foto presentano esplosioni di colori, di liquidi, fiamme. Come gestisci tutto questo su un set? Realizzi tutto con l’ausilio dei bracci robotici?

SG: Di solito per queste cose non utilizziamo i robot, ma utilizziamo strumenti realizzati appositamente per l’occasione e l’effetto che desideriamo ottenere. I bracci robotici ci sono di notevole supporto, invece, quando dobbiamo utilizzare fuoco e fiamme: in questi casi la sicurezza delle persone sul set è molto importante.

 

FP: Ti occupi personalmente dello styling del set o hai delle figure apposite che lo fanno per te? Come studi la preparazione di un set?

SG: Sul set, al mio fianco, c’è sempre una grande varietà di stylist: food stylist, prop stylist, costruttori di scenografie. Lavoriamo in stretta collaborazione per essere certi che i risultati finali siano perfettamente quelli desiderati e ipotizzati durante la fase di creazione dello scatto.

 

 

 

FP: Qual è il tuo rapporto con la post-produzione? Te ne occupi personalmente?

SG: Mi occupo personalmente della post-produzione del materiale che condivido sul mio profilo Instagram, ma per tutti i lavori che realizziamo commissioniamo la post-produzione a professionisti del settore: dobbiamo essere sicuri che quello che abbiamo immortalato sul set diventi una fantastica storia da “leggere” sullo schermo. La post-produzione è molto importante per fornire agli scatti un valore aggiunto.

 

FP: Che consigli daresti a chi vuole iniziare ad osare e ottenere questi effetti nella fotografia e nel video?

SG: Prima di tutto, bisogna essere sicuri di star utilizzando gli effetti speciali giusti per ottenere il risultato tanto sperato. Anche gli effetti devono essere in grado di aggiungere valore alla storia che stai cercando di raccontare. All’inizio bisogna acquisire dimestichezza con gli effetti speciali più semplici, poi man mano si possono complicare i giochi. Se quel che stiamo realizzando è pericoloso, bisogna essere ancora più attenti per evitare che nessuno si faccia del male sui set.

 

FP: C’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti dirmi di te?

SG: Una cosa davvero unica del mio lavoro è che spesso costruisco io stesso le luci che utilizzo sul set: lavoriamo spesso con l’high speed camera Phantom ad alti frame rates e questo richiede grandi quantità di luce senza sfarfallii.

Principalmente mi definisco uno storyteller ed un regista; spesso le persone pensano che io trascorra il mio tempo a realizzare tutte le tecnologie e gli strumenti del set, ma in realtà ho una persona che lavora per me e che fa la maggior parte del lavoro. Io do vita ai concetti principali delle storie che stiamo per raccontare e propongo le tecnologie che dovremmo realizzare per rendere quelle storie realtà, ma raramente sono quello che costruisce tutto.

 

FP: Grazie mille Steve per la tua intervista, a presto!

 

Puoi scoprire l’arte di Steve Giralt sui suoi canali social:

Sito web

Instagram

Youtube

Vimeo

 

Francesca

Interviste
Riccardo Pieri, fotografo di emozioni

FOTOGRAFIA DI RICCARDO PIERI

15/03/2019
Francesca Pone

Riccardo Pieri, fotografo di emozioni

Cosa significa fotografare matrimoni oggi?

Significa emozionarsi e dare vita ad un racconto personale, un reportage fedele fatto di stati d’animo, condivisioni e soprattutto persone che hanno reso meraviglioso il giorno più importante nella vita di una coppia 🙂

Tutto questo con uno stile personale e “fuori moda”.

Perché le mode passano, proprio come dice Riccardo Pieri 😉

Il 23 Marzo, Riccardo sarà uno dei relatori al Photography PRO Day 2019: in attesa del suo intervento, ho scambiato con lui qualche parola per capire com’è oggi la fotografia matrimonialista 🙂

 

Riccardo Pieri
Riccardo Pieri

 

FP: Raccontaci chi sei 🙂

Piacere, sono Riccardo!
Amo la vita, i viaggi e la mia famiglia. Tutto ciò che è naturale mi mette di buon umore per il semplice motivo che odio la finzione, dovuta ad ogni contesto.

Odio svegliarmi presto al mattino, rispondere in tempo reale ai messaggi, ma soprattutto odio i luoghi comuni.

Fare il fotografo per me vuol dire emozionarsi, scoprire e condividere: amo con tutto me stesso il mio lavoro, da sempre. Sono tra quelle persone fortemente convinte che se qualcosa va male nella nostra professione dipende quasi sicuramente da noi stessi e dal nostro approccio; dare la colpa agli altri è fin troppo facile e dannoso.

 

FP: Quando e come è iniziata la tua carriera da fotografo matrimonialista?

Sono fotografo matrimonialista dal 2012, è iniziato tutto per caso, o quasi.

Forte di questa passione ho deciso di lasciare il mio lavoro precedente per dedicarmi a tempo pieno al settore fotografico.
Inizialmente i dubbi mi perseguitavo ogni secondo, e ancora oggi, a distanza di quasi 7 anni non se ne sono andati. Credo che questo sia anche normale perché ogni giorno siamo costretti ad affrontare nuove sfide per fa si che la nostra professionalità resti tale.

 

Fotografia di Riccardo Pieri
Fotografia di Riccardo Pieri

 

FP: Cosa significa per te fare il fotografo matrimonialista oggi?

Tanto…veramente. Per chi ci affida il compito di raccontare uno dei giorni più importanti della vita dobbiamo avere sempre massimo rispetto e concentrazione unita, ovviamente, ad un’alta tecnica fotografica.

Con tutti i mezzi che ormai hanno a disposizione i nostri clienti, direi proprio che sono abituati a vedere ottime immagini, per cui dobbiamo cercare di stupirli, ma sopratutto emozionarli, con ogni mezzo possibile.

 

FP: Usi i social network? Sono utili nel lavoro di un fotografo?

Non usare oggi l’aiuto dei social network per mostrare e, soprattutto, promuovere la nostra attività, sarebbe veramente dannoso per la nostra professione. Attenzione, però, a non abusarne o a credere che possano sostituire la nostra personalità: questo ancora non è possibile. Ricordatevi un’altra cosa, forse la più importante: avere tanti like non significa che le nostre fotografie sono migliori rispetto ad altre con pochi.

 

FP: Come vedi il rapporto tra fotografia e post-produzione?

Credo che entrambi gli argomenti vadano di pari passo. Fotografare e post-produrre in un determinato modo ci permette di avere una precisa personalità in termini qualitativi del lavoro. Credo altrettanto fortemente che una pessima fotografia non potrà mai diventare bella grazie ad un’accurata fase di elaborazione, invece una buona fotografia grazie ad un’ottima post-produzione possa diventare vincente.

 

Fotografia di Riccardo Pieri
Fotografia di Riccardo Pieri

 

FP: Ti occupi personalmente della post-produzione dei tuoi scatti?

Assolutamente sì! Come ho detto in precedenza, fa parte del nostro modo di vedere la fotografia, in particolare quando riguarda un racconto personale; al contrario invece, se si tratta di scatti di Still Life oppure di architettura non avrei alcun dubbio, mi affiderei a chi meglio di me sa usare i vari programmi di elaborazione grafica.

 

FP: Che consigli daresti a chi vuole fare il fotografo matrimonialista oggi?

Bisogna avere uno stile proprio e fresco, senza trarre spunto dai tanti blog che si trovano in giro. Le mode passano, il vostro gusto non lo farà mai se lo tenete costantemente attivo.

 

Fotografia di Riccardo Pieri
Fotografia di Riccardo Pieri

 

FP: Il 23 Marzo sarai ospite del Photography PRO Day. Di cosa parlerai e quali strategie condividerai?

Sarà per me un grande onore prendere parte al Photography PRO Day e cercherò prima di tutto di trasmettervi la mia passione per la fotografia e vi darò qualche consiglio utile per intraprendere questa fantastica professione.

 

FP: C’è qualcosa che vorresti dirmi e che non ti ho chiesto?

Una cosa vorrei dirla: per fare questo lavoro dobbiamo essere prima in pace con noi stessi, altrimenti non possiamo certamente esserlo con gli altri e questo trasparirebbe dalle nostre foto.

 

Fotografia di Riccardo Pieri
Fotografia di Riccardo Pieri

 

FP: Ci vediamo il 23 Marzo allora 😉

 

 

Francesca 

Interviste
Emilio Tini e un modo nuovo di produrre Fotografia di Moda

FOTO DI EMILIO TINI

08/03/2019
Francesca Pone

Emilio Tini e un modo nuovo di produrre Fotografia di Moda

 

Quando ho iniziato la mia esperienza in FotografiaProfessionale, sentivo spesso parlare in ufficio di Emilio Tini per la sua fotografia nuova e fresca.

Emilio esprime se stesso attraverso i suoi scatti e descrive, a modo suo, ciò che gli si para dinnanzi alla macchina fotografica. La sua fotografia, specialmente con il suo nuovo progetto fotografico Fantastiche Visioni, è una ricerca dei volti che fanno parte di un’Italia in divenire, è una ricerca di ciò che va oltre la superficialità e lo scontato.

Ho avuto il piacere di intervistarlo per te e di conoscere più da vicino la sua fotografia 🙂

 

Emilio Tini
Emilio Tini

 

FP: Come nasce Emilio Tini fotografo? Raccontaci la tua storia.

 

ET: Sono cresciuto in un piccolo borgo medievale in Umbria dove la gente, se non fai le cose che fanno tutti, si spaventa e ti giudica. I miei, sin da bambino, mi hanno fatto crescere in maniera non standardizzata: mi proponevano un approccio personale alla vita, stimolando il protagonismo e la creatività, attraverso la costruzione di giochi a partire dagli oggetti più comuni come foglie, posate, buste e figurine di carta. Mi hanno fatto conoscere da giovanissimo l’arte in tutte le sue sfumature.

Da bambino mi sentivo un po’ alieno tra i miei coetanei. In realtà questo approccio mi ha permesso di avere un punto di vista originale, non scontato che poi mi è servito nella mia professione.

Ho iniziato in questa maniera a esercitare il mio sguardo, il pensiero e il gusto estetico e a soddisfare l’insaziabile fame per le immagini. Poi sono arrivati gli studi dove, oltre a formarmi delle basi solide ho imparato la disciplina, il sacrificio ma anche ad avere lo sguardo e la testa aperti a 360 gradi sul mondo. A diciotto anni ho avuto il privilegio di entrare all’ISIA di Urbino e ho scoperto la fotografia, in particolare Avedon e Bresson, e ne sono rimasto folgorato. Ho subito sposato quella chirurgia estetica di Avedon, quei bianchi e neri netti e amato la poesia e l’ironia, il modo di raccontare storie di Bresson. Ho cominciato allora, all’età di venti anni, a scattare.

Le immagini erano una declinazione di quello che vedevo: la traccia di questi due maestri filtrata attraverso la mia sensibilità. Avevo già le idee chiare di quello che volevo, di quello che doveva essere il mio stile: pulizia, rigore, sensualità, ironia.

 

Giuliano Fujiwara, foto di Emilio Tini (2013)

 

 

Negli anni successivi mi trasferii da Urbino a Milano per un master in Fotografia e per pagarmi le spese facevo da assistente a vari fotografi internazionali e nel frattempo scattavo i primi test per le agenzie di modelle. Le idee erano chiare: zero immagini noiose o già viste. L’ispirazione arrivava sempre dai miei maestri fotografici e dal mio vissuto.

Dopo due anni di lavoro da assistente con un book personale sotto braccio, provavo a bussare a tante porte ma nessuno mi apriva e mi liquidavano dicendo che le mie immagini non funzionavano e spesso aggiungevano che con quello stile strano non sarei mai andato da nessuna parte.

I sacrifici e la perseveranza per inserirmi in questo mondo erano vani. Tanto impegno e pochi risultati, sembrava che se non conoscevi gente influente non andavi ai cocktail party, alle serate di gala, in discoteca… Non potevi entrare in questo meccanismo. Mi sentivo demotivato e scoraggiato. Stavo lasciando Milano per tornare in Umbria, ero deciso a cambiare vita.

Poi Piero Piazzi, noto talent scout e direttore di Women Model Management, vedendo dei test che avevo fatto, mi fissò un appuntamento con la casa editrice Condè Nast. Andai al colloquio pensando all’ennesimo buco nell’acqua, invece furono così entusiasti del mio portfolio, fuori dal comune, che mi proposero sedici pagine per Vogue Gioiello con le top del momento ed i cappelli di Philip Treacy.

Da lì è cominciato tutto: le mie storie forti e creative ricche di staticità dinamica e ironia hanno iniziato a uscire in un circuito internazionale. Un agente mi ha contattato per rappresentarmi a livello internazionale ed è iniziata l’ascesa verso una carriera costellata di lavori importanti, realizzata senza raccomandazioni o giri disonesti. Questo mi rende fiero di me stesso e mi permette di guardarmi allo specchio, con soddisfazione, ogni mattina.

 

L'Officiel Italia, foto di Emilio Tini (2015)
L’Officiel Italia, foto di Emilio Tini (2015)

 

FP: Quali sono, se ci sono, i tuoi riferimenti stilistici, anche al di fuori della fotografia? Cosa ti emoziona e cosa ti appassiona?

 

ET: Sono una persona che ha solo memoria visiva: le immagini restano per sempre, mentre parole, numeri, concetti evaporano. Per questo il lavoro che faccio mi viene spontaneo come respirare!

Per quanto riguarda la fotografia sicuramente Avedon e Bresson; dei contemporanei, nel settore moda, mi affascinano molto Mario Sorrenti per la carnalità e l’ironia delle immagini e Craig McDean per la tecnica.

Fuori dall’ambito fotografico sono un divoratore di immagini.

Ci sono molti autori che mi hanno influenzato: per esempio nel cinema Antonioni, Godard, Polasky, Bellocchio, Bertolucci e Ferreri, mentre nella pittura Hopper, Shiele, Donghi… L’elenco è molto lungo: in ognuno di loro ho trovato dei miei frammenti sensibili e mi ci sono confrontato. Da lì li ho assimilati per ridarli poi al mondo attraverso le mie immagini.

 

FP: Sei un fotografo di moda e un ritrattista: come ti sei avvicinato al mondo della moda? Qual è la tua visione della fotografia fashion?

 

ET: È stato tutto molto causale, ma allo stesso tempo è come se le cose dovessero avere questo corso: sono sempre stato attratto dalle immagini ma in fotografia ho cominciato con il reportage. Un’esperienza tosta e formativa perché scattavo in pellicola, con una gloriosa Rolley Flex 6×6 bi-ottica: poco spazio per errori e molta concentrazione per cercare l’attimo perfetto.

Quando ho cominciato a vivere da solo e facevo l’assistente, mi sono affacciato al mondo della moda quasi per esigenza di sostentamento: fare test per modelle, lookbook e piccoli cataloghi erano il mezzo per vivere, da lì è cominciato tutto.

La mia visione della fotografia di moda è molto personale, credo che si abbia una grande possibilità, fortuna e responsabilità nel poter parlare ad un vasto pubblico ed emozionarlo. Penso che, come diceva Franz Kafka per i libri “Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia con un pugno in testa, perché mai lo leggiamo?”.

Ecco, per me vale lo stesso con la realizzazione delle fotografie, specialmente quelle di moda.

 

Foto di Emilio Tini
Foto di Emilio Tini

 

 

FP: Hai uno stile molto personale, che ci ha colpito immediatamente. Ti ha aiutato a trovare spazio o è stato un ostacolo? Come reagisce il mondo dell’editoria fashion alle proposte creative?

 

ET: Il mio stile è stato sempre una “croce e delizia”: sicuramente è poco commerciale, forte e spigoloso, spesso è stato un ostacolo ma è anche quello che mi ha permesso 15 anni fa di emergere dalla massa di fotografi che operavano nel settore. In Italia è ancora molto dura proporre cose nuove, non viste, fuori dai canoni soliti; all’estero c’è più apertura e rispetto per i creativi e i comunicatori. Spesso in questo paese si lavora a “briglie tirate” con tante paure e limitazioni creative.

 

FP: Come nasce un tuo servizio fotografico? Sei tu che fai le proposte al cliente (o alla rivista) o ricevi input precisi?

 

ET: È un discorso che viene declinato nello specifico a seconda del cliente e delle produzioni. Ogni esperienza professionale è sempre diversa. Sono un professionista e mi metto a disposizione del brand e della mission, ma senza rinunciare al mio punto di vista. Spesso il mio sguardo trasversale è quello che viene richiesto ed è per quello che mi scelgono: un buon equilibrio, pulizia, raffinatezza ed originalità.

 

Foto di Emilio Tini per Gianfranco Ferrè, 2011
Foto di Emilio Tini per Gianfranco Ferrè, 2011

 

FP: Che rapporto hai con la post-produzione? Ti occupi dei tuoi scatti o hai collaboratori che lo fanno?

 

ET: Tutto quello che vedete in una mia immagine è fatto dal vivo sul set: luci, ombre, scenografie, trucchi, esplosioni di glitter e colate di liquidi. Mi piace molto l’artigianalità di questo lavoro, sono un fotografo vecchia scuola ed un purista dell’immagine. Uso la post produzione per pulire la pelle, perfezionare piccoli dettagli, mai per stravolgere l’immagine. Seguo tutto il processo degli scatti: dall’ideazione alle prove di stampa, sono molto preciso e meticoloso ma ho un valido team di professionisti che si occupa della mia post-produzione.

 

FP: Cosa consiglieresti a chi voglia entrare oggi in questo mondo? Qual è la “ricetta del successo” di Emilio Tini?

 

ET: Il panorama è molto cambiato da quando ho cominciato io 15 anni fa. La fotografia digitale dà facile accesso a tutti: i social come Instagram e Facebook sono un veicolo di diffusione e condivisione immediato. Sono oramai tutti fotografi.

Credo che questi nuovi aspetti creino e creeranno sempre più confusione tra fotografia amatoriale improvvisata e professionale e resisteranno solo coloro che sono ben inseriti nel sistema. I budget al ribasso danno accesso ancora di più a professionisti improvvisati e discutibili.

Credo che, soprattutto in Italia, non ci sia una profonda cultura fotografica. La maggior parte delle persone valuta il lavoro in maniera superficiale e con poca professionalità. Non si conosce la storia della fotografia e il suo passato e quindi non si apprezza il presente in maniera oculata, ostacolando lo sviluppo di prodotti e stili freschi e innovativi. C’è molta paura di osare, di creare cose nuove e mai viste.

Ricette per il successo pre-confezionate non ce ne sono: consiglierei di conoscersi bene, indagare quello che si vuole trasmettere, credere in se stessi e nel proprio “sguardo sensibile” senza tradirsi mai: soprattutto adesso è importante avere una voce propria e particolare rispetto alla massa.

Tenacia, costanza, sacrifici ed anche un pizzico di fortuna sono gli ingredienti che funzionano!

 

Foto di Emilio Tini per The Room Magazine, 2015
Foto di Emilio Tini per The Room Magazine, 2015

 

FP: Quanto conta l’attrezzatura? Ti senti più tecnico o istintivo?

 

ET: Sono cresciuto dando spazio sempre più alla mia parte istintiva, alle emozioni, al fiuto per le cose o, nel lavoro, per l’immagine giusta. La vedo come scriveva Bresson:“Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi ed il cuore: è un modo di vivere”. Penso quindi che si possano creare delle ottime immagini se ci si mette anima e contenuto. Con il tempo però impari anche che un’ottima attrezzatura e padronanza tecnica ti danno la possibilità di esprimerti al meglio, senza limiti, attraverso un ventaglio sconfinato di opzioni.

 

FP: Quanto conta nel tuo lavoro il rapporto con il soggetto? Come lavori di solito sul set? Preferisci la disciplina o un ambiente più rilassato?

 

ET: Sono un appassionato di umanità, mi intrigano le persone e l’interazione con esse è una delle cose che preferisco di questo lavoro. Mi affascina e mi entusiasma la complicità che si crea con i soggetti: amo scavare dentro di loro, condividere noi stessi sul set anche per poco tempo. Il fotografo, per creare delle immagini intense, deve essere anche un filantropo, uno psicologo. Da un dialogo profondo con un soggetto nasce la fiducia e la disponibilità per mettersi in gioco senza filtri, disarmati, darsi e svelarsi per far nascere delle immagini che vibrino e comunichino emozioni.

 

Campagna per Borsalino, Emilio Tini (2014)
Campagna per Borsalino, Emilio Tini (2014)

 

FP: A volte sembra che tu abbia un rapporto quasi metafisico con gli spazi: crei immagini iconiche e molto grafiche (come per Borsalino) con pochi tagli di luce e colore. Quanto contano la grafica e le sintesi per Emilio Tini?

 

ET: L’arte concettuale ed il realismo magico, l’uso metafisico degli oggetti e degli spazi mi hanno sempre affascinato. Sono due correnti artistiche che ho scoperto quando ero adolescente. L’arte concettuale e il realismo magico mi hanno svegliato, aperto la testa e il cuore ed io ora cerco di farlo attraverso le fotografie.

L’arte concettuale per un discorso semiotico, l’uso degli gli oggetti desunti dal quotidiano e riproposti con provocazione nella fotografia. Il realismo magico declinato con meno razionalità e più spiritualità emotiva. Penso alle atmosfere di artisti come Antonio Donghi, Felice Casorati, Edward Hopper ma anche a scrittori come Alejandro Jodorowsky e Milan Kundera.

Le foto sono precise, incise, i particolari e lo spazio ben definiti, ricchi di particolari, atemporalità, dettagli sensoriali immobili, bloccati, immersi in una magica sospensione. I soggetti sono raffigurati con realismo ma, grazie all’aggiunta di elementi surreali o paradossali, danno una rappresentazione di sottile mistero, trasmettono un senso d’irrealtà.

 

Emma Marrone, foto di Emilio Tini (2018)
Emma Marrone, foto di Emilio Tini (2018)

 

FP: A quali progetti sei particolarmente legato e quali sono i prossimi?

 

ET: Sono molto legato alle prime campagne pubblicitarie che ho realizzato. Ero fresco, ingenuo, completamente libero.

Penso alle immagini surreali di Giuliano Fujiwara, designer giapponese, con il quale ho collaborato per 5 anni o agli ADV per Gianfranco Ferrè, in particolare quello con le esplosioni di glitter (zero post-produzione: tutto vero, fatto sul set in tempo reale!) sui corpi dei modelli.

Il prossimo progetto è il progetto della vita! Il mio primo grande progetto fotografico, grande perché mi espongo in prima persona come direttore creativo e fotografo: il mio stile, lo sguardo, la sensibilità, la creatività.

Si chiama ‘Fantastiche Visioni FV’. Esce il 14 Marzo 2019 ed è un progetto artistico e fotografico sui talenti italiani. Verranno presentati attraverso un portale web ed un’edizione cartacea i protagonisti noti e meno noti del made in Italy in una chiave iconografica nuova, fresca, moderna, come non li avete mai visti. Il progetto è diviso in capitoli ed uscirà a partire da quest’anno due volte all’anno. Potete seguirci su www.fantastichevisionifv.com o su Instagram fantastiche_visioni_fv .

 

Fantastiche Visioni FV, Foto di Emilio Tini
Fantastiche Visioni FV, Foto di Emilio Tini

 

 

FP: Quali sono, secondo te, gli ingredienti per un’immagine perfetta?

 

ET: Uno su tutti: il senso del timeless. Un’immagine ben costruita a livello tecnico, compositivo, carica a livello emotivo: un’icona che non diventa vecchia con il passare degli anni.

 

FP: Grazie per l’intervista e in bocca al lupo per il tuo nuovo progetto 😉 

 

Potete seguire qui Emilio Tini:

Sito: www.emiliotini.net

Instagram: emiliotini

Sito Fantastiche Visioni FV: www.fantastichevisionifv.com

Instagram Fantastiche Visioni FV: fantastiche_visioni_fv

 

Francesca

Interviste
I racconti di Gianluca Colla

GIANLUCA COLLA ©

16/01/2019
Lorenzo Montanari

I racconti di Gianluca Colla

Dopo mesi a rincorrerlo, finalmente Gianluca riesce a rispondere (via mail, da un punto indefinito nel globo) alle mie domande. E io non potevo essere più contento di così.

E lo capirai anche tu, leggendo, perché sono così contento.

Un po’ perché Gianluca scatta i generi di fotografia che più mi piacciono, e un po’ perché fa veramente foto stupende, che meritano un approfondimento. Per me è stato come intervistare il mio artista musicale preferito: dopo che hai scoperto qualcosa di più su di lui, le canzoni le capisci meglio, di più.

Con la fotografia è la stessa cosa: dopo che inizi a conoscere il fotografo, inizi a capire le sue foto, non solamente a guardarle.

Signore e signori,

Gianluca Colla.

Ciao Gianluca 😊

So che la tua carriera ti ha portato, e ti sta portando, a viaggiare per tutto il mondo.

Sei stato in Islanda, in India, sul Rio delle Amazzoni, nel Circolo Polare Artico e Antartico… e potrei andare avanti ancora. Quindi sorge spontanea la domanda: da dove mi stai scrivendo adesso? Sei in Italia oppure all’estero?

In effetti giro parecchio… ad esempio mentre in Italia si affronta l’inverno, ti scrivo dal caldo ancora pressante del deserto degli Emirati Arabi. Ad essere onesti le nebbie padane con le quali sono cresciuto, che molti rifuggono, a me mancano molto in questo momento!

 

 

Parlando sempre di viaggi, cosa ti ha tenuto impegnato ultimamente?

L’anno appena concluso è stato ancor più intenso del solito per quello che riguarda i viaggi, sono passato dalla Patagonia, all’Australia, all’Indonesia, al Giappone, a diversi viaggi in Marocco… senza contare i lavori nell’”eurozona” e quelli “dietro casa”, che seppur possano sembrare i meno interessanti, quando viaggi tanto di colpo diventano i più esotici.

Sei un membro di National Geographic Creative, i tuoi lavori sono stati pubblicati sul Washington Post e il New York Times, tra i tuoi clienti si contano Apple, Canon e Fujifilm (di cui sei brand ambassador). Sei Esperto di Fotografia per National Geographic Expeditions e insegni allo European Institute of Design.

Sono risultati veramente incredibili: ma com’è iniziato tutto? Ti ricordi le tue prime esperienze con la macchina fotografica?

In realtà sono arrivato alla fotografia quasi per caso e abbastanza tardi, fino a 18 anni non solo non ho mai scattato una fotografia, ma trovavo anche che i fotografi fossero una razza abbastanza bizzarra: ore e ore a tirarsi appresso una pesante borsa ed aspettare che una nuvoletta si materializzasse da qualche parte… Poi, dopo una lunga avventura in moto in giro per l’Europa con mio padre, di cui non ho praticamente documentazione ma solo bei ricordi ed emozioni, mi sono trovato in mano una vecchia reflex a pellicola e da lì ho cominciato (quasi come fosse la legge del contrappasso) a documentare tutto quello che riuscivo. Adoravo la pellicola diapositiva e la sua unicità, ovvero il fatto che una volta premuto il pulsante di scatto, il gioco era finito. La passione sconfinata per la foto è arrivata immediatamente, ma in realtà la decisione di farne la mia vita è arrivata più tardi. All’epoca pensavo ancora che il mio futuro sarebbe stato disegnare case…

Mentre hai ripercorso un po’ la tua storia, ti è venuto in mente un progetto per te particolarmente significativo? Hai anche uno scatto a cui tieni molto?

Sono tante (troppe, direi) le foto a cui tengo, non tanto per la loro eventuale bellezza, che è un fattore puramente soggettivo, quanto per l’attaccamento emotivo alle persone ritratte. Spesso, nel mio lavoro, debbo in poco tempo entrare nella vita di persone estranee, con cui mi trovo a condividere ogni secondo della loro esistenza, 24h su 24h, e questa intensità crea dei legami molto forti. Per me le foto di queste persone sono tutte dei tesori a cui non posso rinunciare. Ma se proprio devo scegliere un progetto sugli altri, sicuramente quello sulla longevità: ho potuto documentare tutti i più incredibili ultracentenari al mondo, e ho imparato cosi tanto da loro, dalla loro saggezza, dalla loro esperienza. È un’esperienza che mi ha letteralmente cambiato la vita, per cui ha un posto speciale nel mio cuore.

 

 

Guardando i tuoi lavori, si vede come ti piaccia spaziare diverse società e zone del mondo. Parli di persone, parli di luoghi, parli di culture, mondi e storie. Qual è il filo conduttore che lega tutti i tuoi scatti?

Ad essere sincero non cerco un filo conduttore tra storia e storia, direi piuttosto tra foto e foto all’interno di una storia. Memore del viaggio che feci con mio padre, in cui sentii subito la carenza di ricordi in immagini, per me fotografare è diventato documentare qualcosa che altri non hanno la fortuna di vedere o sperimentare di persona, per cui il mio scopo principale è veramente quello di raccontare, fare in modo che chi guarda possa in qualche modo rivivere le emozioni (positive o negative che siano) che io ho vissuto. Dovendo trovare un vero filo conduttore tra le mie foto, questo forse può essere a livello estetico, nel senso che le mie immagini, a prescindere da tema e soggetto, tendono a essere sempre molto colorate, dense e sature.

Nel tuo portfolio vedo raccolte come “South Georgia”, “Call of the Mountain” e “Antarctic Circle”, ma anche altre come “Jugensteel” e “Longevity’s secrets”. Passando quindi dalla natura incontaminata, alla città e alle industrie, come scegli la location dei tuoi scatti?

É la natura del lavoro a dettare la location, io mi adatto… sono estremamente curioso (fin troppo, direbbero alcuni) e la fotografia, oltre che un mezzo per documentare, è per me anche un mezzo per scoprire, per cui trovo interessante sia a livello sociale che a livello visuale una giungla di alberi o una giungla di cemento o una giungla di ghiaccio (anche se tendo a preferire l’ultima).

Amo profondamente la natura e i grandi spazi, ed allo stesso tempo amo profondamente l’essere umano e la sua interazione con l’ambiente e lo spazio che lo circonda, per cui trovo appassionante in egual misura fotografare sia la prima che il secondo.

Avere la possibilità di viaggiare così tanto, incontrare culture diverse e vedere luoghi che di solito vedi solamente in foto (anche grazie a te ovviamente) è per molti fotografi un sogno. Se questa possibilità è anche la stessa che ti dà la motivazione per alzarti con il sorriso ogni mattina… Beh, credo ci si possa dire veramente soddisfatti. In tutto questo, qual è la cosa che ti piace di più del tuo lavoro?

La bellezza del mio lavoro è la possibilità di imparare, in tutte le sue fasi. Prima di un viaggio, studio e apprendo in base alla destinazione, per arrivare (almeno in parte) preparato. Durante il viaggio stesso, la miriade di esperienze sul campo sono una fonte di apprendimento continuo ed una lezione di vita. Dopo il viaggio, condividere le esperienze vissute con altre persone è uno spunto per riflettere ed approfondire ulteriormente quanto vissuto… insomma, suona come una frase fatta, ma è vero che non si finisce mai di imparare!

 

 

Nella tua carriera, oltre ad un fotografo, sei un videomaker e scrivi sul tuo blog.

Quando hai iniziato a dedicati anche ai video? E soprattutto, c’è qualcosa che non sai fare?

Se comincio con la lista delle cose che non so fare domani siamo ancora qua…

Ho iniziato il video 6 o 7 anni fa, quasi per caso. Un cliente mi ha chiesto di lavorare su un progetto di rebranding per il quale voleva il medesimo “occhio” sia per le foto che per il video, e mi sono trovato catapultato in un nuovo universo che mi ha subito affascinato, sia per la forte componente tecnica (alla fin fine sono un nerd mancato) sia per le immense possibilità espressive che si ottengono combinando immagine, movimento e suono. Il video da un lato perde l’immediatezza della fotografia, ma guadagna molto in possibilità espressive nel momento in cui si entra nella fase dell’editing.

La produzione video rappresenta una parte molto grande del lavoro adesso, ed è molto più complessa di quello che potrebbe sembrare: da solo non riuscirei a lavorare su tutti i fronti, infatti dal concept, all’organizzazione alle riprese al montaggio, viene tutto fatto insieme a mia moglie (siamo una delle rare coppie a cui piace lavorare insieme ): è il caso di dire che si respira arie di immagini 24 ore su 24 in casa nostra (uno dei nostri due pargoli poco tempo fa ha già messo in chiaro che da grande vorrebbe aiutarci a fare i video, cosi potranno essere ancora più belli a suo dire…).

Tra foto e video, sicuramente dovrai ben organizzare tutta la tua attrezzatura. Cos’è, però, che non può mai mancare nella tua borsa, per la quale ci sarà sempre spazio?

Si, sicuramente l’attrezzatura deve essere ben organizzata e ben stoccata, e facendo video il quantitativo di materiale cresce esponenzialmente… non ti dico il numero di valigie di materiale che possiedo perché ne ho un po’ vergogna, tant’è che lo tengo segreto anche ai miei familiari.

Comunque, l’equivalente in pieno formato di una focale 35mm non manca mai. È l’ottica con cui mi sento più a casa, quella con cui scatto oltre l’80% delle mie foto e buona parte dei miei video. E’ quella in cui mi rifugio quando a volte il soggetto è talmente bello o talmente difficile che cerco di ridurmi all’essenziale per concentrarmi solo sulla parte creativa e non su quella tecnica. È un po’ per me come la coperta di Linus!

 

Come ben sappiamo tutti, il lavoro di un fotografo non si conclude una volta finiti gli scatti, ma si conclude una volta finita la fase di postproduzione. Tu come gestisci questo procedimento? Quanto è fondamentale per te, la postproduzione, nel lavoro di un fotografo?

Ho un workflow molto semplificato, nel senso che io mi limito a convertire un file e non a postprodurlo e ritoccarlo (questa parte se fosse necessaria la lascerei sicuramente fare a Simone). Per il mio tipo di fotografia, una lavorazione del raw alla massima qualità con la corretta densità colore è tutto quello che cerco. Quindi passo molto tempo ad avere un ambiente di lavoro adeguato, con monitor widegamut, calibrati, etc, ma poi una volta convertito il file non lo tocco più. A volte vorrei essere un utilizzatore avanzato come voi di FotografiaProfessionale, ma in realtà il grosso degli interventi che faccio sulle immagini sono atti a ottenere uniformità cromatica tra fotocamera, monitor e stampante.

Bene, siamo in dirittura d’arrivo. Abbiamo parlato di chi è Gianluca Colla, e di come è diventato Gianluca Colla. Cosa ti riserva il futuro? Hai qualche progetto importante che puoi condividere con me e i lettori?

Il futuro immediato è tante ore a casa a mettere mano a tutti i progetti dell’ultimo anno, che sono stati scattati, ma non ancora completamente “terminati” in quanto a scelta e lavorazione delle immagini (per la parte fotografica) o di editing e montaggio (per la parte video).

Poi, il 2019 per il momento prevede tanta, tanta Islanda… non lo vedete ma c’è un sorrisetto (più un ghigno direi)  soddisfatto, è uno dei miei posti preferiti al mondo dove andare a fotografare!

Ti faccio l’ultima domanda, che in realtà non è una domanda: ti lascio questo spazio per parlare direttamente ai lettori. Sentiti libero di parlare di ciò che vuoi, di consigliarli su qualcosa del mondo della fotografia, dei viaggi… O parlargli di quello che mangerai a cena stasera. Io ho concluso, a te la parola, e grazie per questa intervista.

Questa sera mangerò una qualche pietanza impronunciabile dai contenuti oscuri, con tante spezie, quindi preferisco evitare il pensiero.

Però un consiglio mi permetto di darlo: di tutte le cose che ho avuto la fortuna di imparare lungo il mio cammino, forse la più vera e la più utile me l’ha insegnata un centenario di Okinawa, in Giappone. Quando gli ho chiesto quale fosse il segreto della sua longevità, mi ha mostrato il suo tornito bicipite e guardandomi serio negli occhi ha urlato: “vitamina S” e poi è scoppiato in una grande risata. Ci ho pensato un po’ e poi ho capito che si riferiva al Sorriso, quello vero, quello sincero, quello appunto con la S maiuscola. Siamo tanto presi nella nostra quotidianità che spesso dimentichiamo di prendere le cose un po’ meno seriamente, di lasciare andare lo stress e sorridere di certe situazioni o problemi che tutto in un colpo apparirebbero meno gravi se presi per il verso giusto.

Sorridere, ridere, di sé stessi, della vita, contagiare chi ci circonda con un po’ di buon umore. Questo è quello che più di tutto ci farà vivere, se non più a lungo, almeno meglio. E se il sorriso lo possiamo trasportare anche nel nostro lavoro e nelle nostre immagini, allora il cerchio si chiude veramente!

Grazie a te per le chiacchiere e buona luce a tutti!

 

 

Puoi seguire Gianluca:
Sul suo sito: www.gianlucacolla.eu

Lorenzo

Tecniche Paesaggio 3

Interviste
In viaggio con un paesaggista: Enrico Pescantini

© ENRICO PESCANTINI

12/10/2018
Lorenzo Montanari

In viaggio con un paesaggista: Enrico Pescantini

“In viaggio con un paesaggista” è uno spazio dove intervisto un fotografo paesaggista italiano. Ma non paesaggisti a caso, gente importante eh 😉

Enrico Pescantini è l’intervistato di oggi.

Gli piace viaggiare, e far viaggiare le persone con le sue foto.
Gli piace viaggiare ovunque, e intendo letteralmente ovunque: in aria, in acqua e sulla terra. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli e nuove viste.

Ah, tra l’altro, Enrico ha pure recentemente vinto, grazie ad una sua foto scattata da un drone, un premio di National Geographic come Fotografo di Viaggi dell’anno, nella sezione “Città”.

Allacciate le cinture, si parte.

Allora, intanto ciao e grazie di aver accettato di fare questa breve intervista 😊

Partiamo dalla cosa più importante, la meta: come la scegli?

Innanzitutto diciamo che mi considero più un fotografo di viaggio che paesaggista: attraverso i miei scatti, mi pongo l’obiettivo di far conoscere a tutti le meraviglie del nostro pianeta, siano esse naturali, paesaggistiche o wildlife. La scelta della meta è molto di cuore, oltre che le ovvie valutazioni economiche del viaggio. Negli ultimi anni prediligo mete dove la natura è predominante, e posso alternare diversi tipi di fotografia, da quella tradizionale, a quella aerea e subacquea. Una destinazione che mi permette di scattare fotografie con tecniche e soggetti molto diversi è sicuramente preferita rispetto a una meta “monotona”.

Io, da aspirante paesaggista, mi trovo sempre a dover coniugare due approcci per me differenti, ma complementari, alla fotografia di paesaggio: la pianificazione e il semplice vagare in cerca di ispirazione. Una volta scelta la meta, tu come procedi all’organizzazione del viaggio? Pianifichi nei minimi dettagli (con tanto di software per la posizione del sole e ore di golden e blue hour) ogni scatto, o “vagabondi” in cerca di idee?

I miei viaggi sono tutti organizzati e pianificati da me in prima persona, in ogni loro aspetto: tappe, alberghi, ristoranti, escursioni, ogni cosa. C’è un notevole lavoro di mesi di ricerca dietro ogni viaggio, al fine di trovare i posti e le esperienze migliori dove scattare. Tuttavia, al di là di alcuni “must” fotografici che scelgo prima di ogni viaggio, all’interno di ogni luogo mi muovo abbastanza in libertà, lasciandomi ispirare. Ovviamente cerco di essere nei posti giusti all’ora del giorno giusta, ma in un viaggio, soprattutto se molto intenso, è impossibile pianificare ogni cosa, e bisogna lasciare spazio ad imprevisti, e creatività. La fotografia è arte, non è scienza o ingegneria, e credo che una esagerata pianificazione soffochi la creatività necessaria ad ottenere dei buoni scatti.

Lo zaino di un paesaggista tende a riempirsi facilmente tra ottiche, corpi macchina e accessori vari. Tu come gestisci la tua attrezzatura? Meglio viaggiare leggeri, o meglio avere sempre tutto con sé onde evitare imprevisti?

Scattando fotografia “tradizionale”, fotografia aerea e anche sott’acqua, la scelta dell’attrezzatura è fondamentale. Personalmente devo portarmi 3 tipologie di attrezzatura diverse, quindi cerco di avere il meno possibile con me, della qualità migliore possibile. Nel mio ultimo viaggio ad esempio, in Namibia, sono quasi riuscito ad avere tutto in un unico zaino. Per la fotografia tradizionale, una mirrorless fullframe con il “tuttofare” 24-70mm, con in più un 70-300 per le sessioni di safari e un 14mm 2.8 per le fotografie della via lattea. Come fotografia aerea un drone DJI Mavic, da poco sostituito con il Mavic 2 PRO, compatto ma con ottima qualità fotografica. Per gli scatti “action” o acquatici una GoPro Hero 6 Black, che uso come “jolly” dove non posso avere con me attrezzatura migliore ma più “delicata”

In base all’attrezzatura, quindi, bisogna scegliere il modo più adatto per portarsela con sé. Tu usi uno zaino, una tracolla, o qualche prodotto che ancora noi non conosciamo?

L’attrezzatura e il modo per trasportarla dipendono molto dalla pianificazione di scatti che ho in mente di fare: se affronto un viaggio su strada, mi permetto di avere tutto con me a disposizione in auto, e prendere di volta in volta l’attrezzatura necessaria. Durante escursioni miste, ho con me uno zaino Kata che mi permette di avere obiettivi, drone e go pro in un unico comodo zaino. Per giornate “urbane”, o durante la visita di siti archeologici dove sono richieste tante ore di esplorazione, ho con me solo la fullframe con il 24-70, fissata attraverso un cinturone con “fondina” laterale, proprio come una pistola, di modo che non pesi nulla sulle spalle, e sia facilmente “estraibile”. È impensabile per me soffrire troppo per portare l’attrezzatura, rischio di rovinarmi la giornata e soprattutto non essere nello spirito giusto per realizzare gli scatti con ispirazione artistica.

Ultima domanda, molto libera: lascia un consiglio ai lettori, su come affrontare al meglio la fotografia di paesaggio. 

L’attrezzatura, gli obiettivi e la macchina fotografica sono un mezzo, non un fine. Troppi fotografi passano più tempo a leggere schede tecniche di attrezzatura invece di vivere l’ambiente ed immergersi in esso. La fotografia è arte, è un mezzo di espressione, al di là dei risultati che potete avere. Fatelo per voi stessi, fatelo perché vi piace e sicuramente otterrete degli scatti migliori!

Puoi seguire Enrico:

Lorenzo

Tecniche Paesaggio 3

News ed Eventi
Come trasformare il Tethering in un superpotere per fotografi!

FOTOGRAFI SUPERVELOCI!

28/09/2018
Simone Poletti

Come trasformare il Tethering in un superpotere per fotografi!

La vita dei fotografi è come uno schema di SuperMario: fra salti, acrobazie, ostacoli, trappole, funghi allucinogeni e principesse da salvare, ogni tanto capita un superboost che ti fa andare più veloce e aumenta l’energia: il tethering!

Tutti, o quasi, abbiamo giocato a Super Mario Bros e tutti abbiamo ben chiare le difficoltà tecniche, operative e gestionali della vita da fotografo, professionista o appassionato che sia.

Devi essere una specie di dea Kali a mille braccia per gestire tutto e controllare tutto e spesso diventa davvero stressante e impegnativo sia livello fisico che mentale.

Ne parlavo l’altra sera con alcuni amici fotografi di un circolo della mia città (uno dei più grandi in Italia, molto attivo):

“Tu sei un professionista, hai uno staff che ti aiuta, ma come faccio io che son da solo a gestire tutto? Anche solo in studio,quando scatto un ritratto, devo controllare le luci, gestire il soggetto, scaricare le schede, fare le scelte, archiviare i file, ecc… A volte qualcosa lo dimentico…”

In questi anni la tecnologia, nel mondo della fotografia, ha fatto passi incredibili proprio in questa direzione: fotocamere e software sono sempre più utili nel gestire il “lavoro sporco” e aiutare ogni tipo di fotografo a controllare tutto il processo in modo più semplice e veloce.

Se scatto in studio, o in location ma in situazione “controllata”, il tethering è uno strumento fantastico per migliorare le tue performance, renderti più veloce e tenere sotto controllo tutto il processo di lavoro.

Cos’è il tethering?

Il tethering o “scatto in acquisizione diretta” è un metodo di lavoro che prevede il collegamento diretto (di solito via cavo) fra macchina e computer. Permette di acquisire direttamente le immagini nel software per lo sviluppo del raw, rendendo il lavoro più veloce e sicuro.

Oggi i software che gestiscono lo scatto in acquisizione diretta sono tanti, da quelli che lo fanno in modo elementare come Lightroom e tante App dei produttori (Fuji, Canon, ecc…) a quelli più evoluti, completi e performanti come Capture One.

I vantaggi concreti del lavoro in Tethering sono davvero tanti:

  1. Immediato controllo degli scatti dal monitor
  2. Check su messa a fuoco, inquadratura ed esposizione più veloce ed affidabile rispetto al monitor LCD della macchina
  3. Archiviazione diretta dei file su catalogo e/o in cartella dedicata (dipende dal software)
  4. Maggiore velocità del processo rispetto allo scatto con scheda
  5. Maggiore sicurezza del processo rispetto allo scatto con scheda
  6. Possibilità di acquisizione diretta in cartelle predefinite, dividendo gli scatti in acquisizione (con Capture One)
  7. Live view iper-performante con messa a fuoco e gestione di immagini sovrapposte per scatti multipli (con Capture One)
  8. Sviluppo in acquisizione con applicazione diretta alle immagini successive (con Capture One)

In pratica puoi gestire tutto da solo, controllando la messa a fuoco a distanza e avendo un feedback immediato dal software.

Con Capture One, ad esempio, puoi gestire tutto in fase di scatto arrivando al termine della giornata di servizio con le immagini già archiviate, divise per soggetto e già sviluppate, senza dover più perdere altro tempo!

Io amo lo scatto in studio e, onestamente, non potrei fare a meno della mia nuove versione di Capture One, del mio Mac e del mio cavo arancione collegato alla fotocamera!

Anzi, ti saluto e vado a preparare il set per gli scatti (in tethering) di sabato 😉

 

A presto e buon divertimento!

 

Simone P

News ed Eventi
Il team di FotografiaProfessionale: Roberta Bedocchi

ROBERTA BEDOCCHI – FOTOGRAFIAPROFESSIONALE.IT

13/09/2018
Francesca Pone

Il team di FotografiaProfessionale: Roberta Bedocchi

 

Roberta Bedocchi, 36 anni, ha sempre avuto una così vasta gamma di interessi da essere in difficoltà sulla scelta della propria professione: aspirante archeologa, da piccola girovagava nei campi scavando alla ricerca di “reperti” da analizzare, misteri da risolvere e risposte irrisolte da trovare. Ancora oggi nei nostri uffici si pone domande e, con sguardo curioso, cerca risposte: qualche volta ci riesce, altre volte si affida al guru Emanuela 😉

Cosa sarebbe voluta diventare da grande? Famosa, senza dubbio. Inizialmente, Roberta aspirava ad una carriera da Direttore della Fotografia, sia per un valore sentimentale che per una grande vocazione per la fotografia. Poi, però, ha cambiato percorso e ha iniziato a realizzare video dopo anni di studio a Milano.

Da quasi un anno è parte del team di FotografiaProfessionale, come piace definire a lei, “per caso”. È sempre impegnata a montare così tanti video di backstage, corsi ed interviste che… Beh, a volte sparisce dietro il suo grande monitor e ci chiediamo se sia ancora tra noi comuni mortali dell’ufficio 🙂

Hobby è una parola a lei sconosciuta: Roberta è sempre alla ricerca di nuovi stimoli e, quando non lavora per gli altri, esce con la sua videocamera per realizzare progetti personali. Senza ombra di dubbio una delle sue più grandi passioni sono i tatuaggi. Può essere considerato un vero hobby, no? “Forse ho più di trenta tatuaggi”, dice lei, “Dovrei controllare perché continuo a farmene e ho perso il conto”.

Il suo film preferito è “Otto e mezzo” di Fellini: un must e fonte di ispirazione per i registi, immaginati per Roberta! Quando lascia riposare la sua videocamera, si dedica a qualche lettura: “Moby Dick” di Melville e “La Casa degli Spiriti” della Allende sono le sue preferite. L’Indie Rock e il Synth Pop scandiscono i suoi momenti di pace 🙂

Qual è il sogno nel cassetto di Roberta? Beh, mi sembra quasi un po’ scontato. Ovviamente dormire una notte da sola all’interno delle Piramidi di Giza! Chi non ha mai avuto un sogno del genere?

 

Francesca

Interviste
In viaggio con un paesaggista: Alberto Maccagno

MYANMAR © ALBERTO MACCAGNO

06/09/2018
Lorenzo Montanari

In viaggio con un paesaggista: Alberto Maccagno

“In viaggio con un paesaggista” è uno spazio dove intervisto un fotografo paesaggista italiano. Ma non paesaggisti a caso, gente importante eh 😉

Alberto Maccagno è l’intervistato di oggi.

Alberto è uno scrittore.

No scherzo, è un fotografo paesaggista, e pure bravo. Però lui, con le sue foto, racconta storie proprio come uno scrittore.

Racconta storie di vita, storie di realtà lontane dall’Italia, e spesso sconosciute o dimenticate. Attraverso i suoi viaggi mette in luce quelli che sono i problemi sociali o ecologici dei luoghi che visita.

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