Recensioni
Da fotografo a fotografo: cosa ne penso della Fuji XT-3

FOTO DI NICOLA MONTANARI

12/12/2018
Nicola Montanari

Da fotografo a fotografo: cosa ne penso della Fuji XT-3

Se da questa recensione ti aspetti la solita valanga di dati tecnici, comparative coi precedenti modelli, dibattiti sulla tenuta agli alti ISO o quant’altro… Non è questo che stai per leggere 🙂

Questa mia personalissima recensione si basa puramente sull’esperienza sul campo fatta con la nuova Fuji XT-3.

 Sono un fotografo professionista specializzato in Ritratto e Fashion, poco avvezzo ai fronzoli delle macchine fotografiche, ma molto attento ad alcune caratteristiche per me essenziali.

 

Premetto di essere un fan Fuji e di essere stato un fruitore delle loro macchine per circa 4/5 anni, ma di essere passato ad altro sistema ad inizio primavera di quest’anno. La mia scelta non è stata motivata dalla mancanza di qualità del sistema Fuji, bensì da quello che è stato da sempre il tallone d’Achille del brand: il tethering con Capture One, unico software veramente professionale per l’acquisizione diretta dell’immagine, di cui nel mio lavoro in studio abuso quotidianamente.

Come probabilmente avrai già letto da altre parti, finalmente Capture One supporta Fujifilm, cosa che mi ha stimolato ad affrontare questa recensione con grande curiosità 🙂

In sei punti ti racconterò la mia esperienza con la new entry di casa Fujifilm 😉

 

1. IL CORPO MACCHINA

Chi già possiede o ha posseduto la XT-2, troverà subito feeling con questa nuova versione, a cui sono state apportate poche ma apprezzabili modifiche: un grip leggermente più profondo e deal modificati e più “precisi”, sono sostanzialmente le differenze che ho riscontrato rispetto alla XT-2.

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Recensioni
Fujifilm XT-3: colpo di fulmine per una videomaker

FUJIFILM XT-3

30/11/2018
Roberta Bedocchi

Fujifilm XT-3: colpo di fulmine per una videomaker

Come avrai visto dai nostri canali social, ho avuto il piacere e la possibilità di provare la nuova nata in casa Fujifilm: la tanto attesa XT-3 😀

Subito poco dopo aver saputo che Fujifilm avrebbe inviato la nuova XT-3 in agenzia per permetterci di testarla, ha avuto ufficialmente inizio la mia intrepida attesa: ogni campanello che suonava, ogni fattorino che arrivava era motivo di batticuore. Era il pomeriggio di Halloween quando il fattorino ha suonato alla porta della nostra agenzia dicendo “Ho una spedizione per voi da parte di Fujifilm!”.

Sono scattata dalla sedia: l’attesa era terminata e finalmente potevo spacchettarla e stringerla fra le mie mani!

 

Ho potuto testarla giusto per qualche giorno, ma è stato il tempo necessario per innamorarmi a pieno di una fotocamera “senza specchio” come questa.

Ne ho approfittato, allora, per vivermi Reggio Emilia dietro l’obiettivo e provare questo gioiellino che tanto desideravo 😀

 

Il mio set-up video era il seguente :FUJINON XF35mmF2 R WR (equivalente a un 53mm nel

formato 35 mm) e XF50-140mmF2.8 R LM OIS WR (equivalente a un 76- 214 mm nel formato

35 mm), monopiede e stabilizzatore elettronico Zhiyun Crane.

 

Devo essere sincera: lavoro con attrezzatura Fujifilm da quando faccio parte del team di FotografiaProfessionale ed il mio non è stato amore a prima vista con la sorella minore Fuji TX-2.

Da anni utilizzo con grande soddisfazione Panasonic, precedentemente Gh4 e ora Gh5, quindi il mio non è stato un approccio immediato al sistema Fuji. Dopo aver utilizzato la XT-2 in svariati video realizzati, ho iniziato decisamente a familiarizzare con il suo sistema 🙂

Il menù non è sempre molto intuitivo e la grande mancanza di un display completamente ruotabile la rendevano non molto simpatica ai miei occhi. Così, ho deciso di testare la nuova XT-3 per due giorni utilizzandola come se non avessi mai preso in mano una macchina Fuji prima d’ora e senza preconcetti.

 

La XT-3 si presenta come una macchina dalla risoluzione di 26.1 MP (contro i 24 MP della sorella minore) e il processore è il più avanzato X-Processor 4.

Si è posta sul mercato strizzando fortemente l’occhio ai videomaker pro e, rispetto alla sorella minore, ha subìto forti upgrade in campo video, ma non solo: anche rispetto alla cugina XH-1 sono state introdotte decisive migliorie che la rendono, a mio parere, fortemente competitiva e performante.

Ora basta chiacchiere: vediamo nel dettaglio qualche specifica interessante 🙂

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Tecnica Fotografica
Il glossario del Videomaker

Il glossario del Videomaker

Il video è una modalità comunicativa che si sta diffondendo sempre più, a pari passo con la fotografia 🙂

Per un fotografo ci sono concetti del videomaking non proprio intuitivi, ecco perché ho deciso di proporti il “Glossario del Videomaker”, sempre pronto e a tua disposizione per comprendere il linguaggio dei professionisti di questo settore 😉

 

1. Le specifiche video di registrazione

Esistono differenti specifiche video di registrazione: 4K, Ultra HD, Full HD.

4K: È uno standard che prevede ben 4000 pixel orizzontalmente e più di 2000 sul lato verticale, infatti la sua risoluzione è di 4096 x 2160 pixel. Questa specifica video è stata concepita per il cinema perché rende visibili molti dettagli che l’occhio umano da solo non sarebbe in grado di vedere, ma soprattutto permette di ingrandire l’immagine ripresa senza perdita di qualità e offrendo una vasta gamma di colori. Questo standard è oggi molto adottato anche nei televisori, in particolare quelli che superano la grandezza di 40 pollici 🖥

Girare video in 4K, inoltre, è un vantaggio anche in caso di consegna di un video in Full HD: il “rumore” è un concetto molto fastidioso per i videomaker, perché si presenta come una grana che riduce la qualità dell’immagine. I casi più diffusi di rumore sono quelli di un girato in condizioni di scarsa luce, come per esempio riprese notturne o in location poco illuminate; la ripresa in 4K però è un vantaggio se devi consegnare il tuo lavoro con specifiche video differenti: per ogni pixel del formato Full HD, concorrono ben quattro pixel del 4K e questo migliora la qualità del girato.

Altri vantaggi? Beh, aumenta la profondità colore del video e permette una maggiore stabilizzazione dell’immagine: problema che non può comunque essere accantonato, ma almeno in post-produzione si potrà fare un buon lavoro per ridurre anche questo disturbo 😉

Vantaggi che ho potuto notare riprendendo con la Fujifilm XT-3, hai letto del mio test? 😉

Ultra HD: A differenza del 4K, questa specifica adotta 3840 pixel di lato lungo e 2160 verticalmente. Non vengono percepiti i pixel che compongono l’immagine, a differenza dei suoi predecessori, e vengono eliminate eventuali tracce che possano disturbare il colore ed il realismo delle immagini. Mentre il 4K vanta l’esperienza cinematografica, l’UHD è stato pensato per offrire una qualità migliore a quello che vediamo quotidianamente in tv.

Full HD: Predecessore del formato Ultra HD, questo standard è costituito da 1920 pixel orizzontali per 1080 verticali. L’immagine è estremamente chiara e nitida e garantisce anche effetto tridimensionale, ma questo formato rende maggiormente visibili i difetti delle immagini ingrandendo l’immagine stessa.

 

Differenza all'ingrandimento di un'immagine Full HD e in 4K
Differenza all’ingrandimento di un’immagine Full HD e in 4K

 

2. Il campionamento colore

Ci sono tre differenti sigle che si riferiscono al sottocampionamento della crominanza:

I. 4:4:4

II. 4:2:2

III. 4:2:0

 

Differenza tra 4:4:4 e 4:2:0
Differenza tra 4:4:4 e 4:2:0

 

 

Il discorso sarebbe molto complicato, ma partiamo da un concetto che anche i fotografi dovrebbero conoscere: un’immagine è composta da X pixel rossi, X pixel verdi ed X pixel blu. Nel video, però, il discorso è più articolato: per esigenze dell’occhio umano, più sensibile alle variazioni di luminosità che a quelle dei valori cromatici dell’immagine, si è preferito suddividere i canali in YUV (conosciuta anche come YCbCr) anziché in RGB.

Per Y intendiamo la luminanza o scala di grigi, mentre U e V stanno ad indicare componenti del rosso e del blu ottenute attraverso specifiche operazioni matematiche, che noi chiameremo crominanza, cioè l’informazione sul colore. Le informazioni cromatiche, in base ad algoritmi specifici, sono sotto campionate rispetto alle informazioni relative alla luminanza: da qui nasce un codice numerico specifico e costituito da tre cifre per simboleggiare il livello di campionamento. Sì, parlo proprio delle tre sigle che ti ho riportato sopra 🙂

Se parliamo di un segnale in 4:4:4, intendiamo un segnale dove non è presente nessun campionamento dei colori: per ogni quattro blocchi di luminanza (la prima cifra del codice), ne corrispondono altri quattro di crominanza (valori che rispondono alle cifre successive).

Se parliamo, invece, di un segnale in 4:2:0, l’ultima cifra indica che sulla terza riga la luminanza non ha pixel da “leggere”, pertanto la risoluzione (e la qualità) dell’immagine è dimezzata.

 

3.  Il Log

Possiamo chiamarlo così oppure profilo colore interno desaturo 🙂

Il termine indica una curva logaritmica: questa ci permette di registrare in un numero limitato di informazioni la maggior quantità possibile di sfumature e di luminosità e di avere a disposizione una maggiore gamma dinamica. Questa funzione è molto utile per operare, in un secondo momento, sulla post-produzione dell’immagine in maniera veramente accurata 🙂

Prima il Log era offerto solo da macchine professionali come quelle da ripresa di gamma alta, oggi invece macchine valide ed utilizzate a livello professionale (penso a Sony, a Lumix, a Nikon, a Fujifilm o a cineprese digitali come la Red), possiedono un proprio log interno.

Vantaggi e svantaggi di usare il Log ce ne sono, secondo me devi assolutamente sapere che:

  1. Usando il Log, l’immagine che otterrai dalla tua macchina sarà poco contrastata e poco saturata ma conterrà parecchie informazioni sulla luce;
  2. Un’immagine in formato Log rende meno scure le zone in ombra e scurisce le zone molto illuminate;
  3. Il Log ti obbligherà ad effettuare una post-produzione più accurata sui vostri file;
  4. Un file in formato Log ti può salvare quando nel tuo girato ci sono zone in forte ombra vicine a zone molto illuminate.

Con questo sistema si possono ottenere file davvero interessanti, certo è che occorre conoscere meglio possibile la propria macchina per sfruttare a pieno questa potenzialità e avere ben chiara la post-produzione che faremo successivamente.

Queste sono le differenze che ho potuto notare tra il famoso F-Log, cioè il profilo colore interno desaturo della Fuji XT-3 e la simulazione pellicola Eterna (devi sapere, infatti, che la nuova arrivata in casa Fuji fornisce delle simulazioni pellicola, offrendo così dei profili colore più strutturati).

 

Il profilo colore F-Log della Fuji XT-3
Il profilo colore F-Log della Fuji XT-3

 

La simulazione pellicola Fuji Eterna

 

4. I formati video più conosciuti: H.264 e H.265

H.264 e H.265 sono dei codec, cioè sistemi che si occupano di comprimere e decomprimere i dati sia audio che video, determinando come questi saranno riprodotti sui vari dispositivi. Esistono decine e decine di codec differenti offerti dai sistemi operativi, ma i più conosciuti sono gli H.264 e H.265: scopriamoli insieme 🙂

H.264: questo formato è uno dei più diffusi e storici. Conosciuto anche come MPEG-4, esso supporta anche video in 4K;

H. 265: questo formato garantisce un ottimo rapporto qualità/quantità nel file offrendo una compressione dati raddoppiata rispetto al 264 e supporta video anche in 8K (8192×4320); per utilizzare la sua potente codifica e decodifica, necessitiamo di un supporto software e hardware adeguato 😉 Una piccola curiosità: ad oggi troviamo questo codec anche su molti smartphone di ultima generazione come gli iPhone 📱

 

Di concetti in ambito video ce ne sarebbero molti da illustrare, ma come inizio non è male 😉

Tu ti sei già approcciato al mondo video, dopo esserti legato a quello della fotografia? 🙂

 

Roberta

Storia della fotografia
Storia della Fotografia: Willy Ronis

VINCENT SUR LA ROUTE DES VACANCES, 1946 © WILLY RONIS

28/11/2018
Francesca Pone

Storia della Fotografia: Willy Ronis

No, non ci siamo dimenticati di voi e dello spazio tutto dedicato alla Storia della Fotografia 😄

Dopo Man Ray, diamo spazio a Willy Ronis: alcuni fra i migliori scatto del fotografo francese sono in mostra presso la Casa dei Tre Oci di Venezia fino al 6 Gennaio 2019 🙂

Spero di invogliarti quanto basta per partecipare ad una mostra (a mio parere) molto interessante e stimolante, soprattutto per te che cerchi di ottenere sempre il meglio da una passione forte come la fotografia 🙂

 

Alcuni scatti di Willy Ronis in mostra a Venezia
Alcuni scatti di Willy Ronis in mostra a Venezia

 

Dai, iniziamo questo viaggio nella storia 🧐

 

 

Willy Ronis è stato un grande fotografo francese: figlio di immigrati nato il 14 Agosto 1910, Willy eredita la passione per la fotografia e la musica dai suoi genitori; il padre è fotografo e ritoccatore, mentre la madre è insegnante di pianoforte in un circolo musicale.

Fin da giovane, l’artista non aveva ipotizzato ad una carriera nella fotografia: dopo aver iniziato a studiare violino, il suo sogno d’infanzia era sempre stato quello di divenire compositore.

Il suo sedicesimo compleanno, però, fu la svolta per Willy Ronis: il ragazzino chiese in regalo la sua prima macchina fotografica. Si trattava di una Kodak in formato 6,5 x 11, che utilizzò soprattutto per realizzare autoritratti nello studio del padre, che poi stampava autonomamente.

 

“La fotografia è lo sguardo. Si ha o non si ha. Può affinarsi con gli anni, ma si manifesta fin da subito”

 

Willy Ronis, Autoportrait aux flashes, Paris (1951)
Willy Ronis, Autoportrait aux flashes, Paris (1951)

 

L’obbligo militare gli fa lasciare casa e, fino al suo ritorno nel 1932, la fotografia sembra dimenticata: la grave malattia del padre, però, lo obbligò a sostituirlo nel suo studio e Willy fu costretto ad abbandonare la sua grande passione per la musica, coltivata anche durante gli anni di servizio militare.

Il lavoro in studio, purtroppo, non lo entusiasmava affatto, ad eccezione di qualche commissione industriale. Il fotografo decise ugualmente di coltivare le proprie inclinazioni artistiche e nel tempo libero girava per Parigi a caccia di immagini da immortalare: è da quei momenti che il giovane si appassiona realmente alla fotografia e sperimenta formati fotografici sempre più piccoli.

Si approccia, inoltre, alla fotografia di reportage: quegli anni sono molto duri per la Francia e Willy gira per la città per documentare gli avvenimenti per alcuni giornali di sinistra, scrivendo per loro anche qualche articolo.

Nel 1936 viene a mancare suo padre: nonostante la sua difficile situazione economica, decide di chiudere lo studio ereditato dal padre e fare il fotografo illustratore, in particolare a causa dell’enorme discrepanza tra la sua visione della fotografia e i bisogni della clientela. Fu quella decisione che rese la fotografia una scelta di vita per un grande fotografo come lui 🙂

A causa di un’attrezzatura ormai antiquata, Ronis acquistò una Rolleiflex che rese i suoi lavori più rapidi e di qualità. Il fotografo vanta, poi, l’aver vissuto un grande evento storico: fu tra i primi a fotografare la sconvolgente opera “Guernica” di Picasso, dedicata ad un triste episodio della Seconda Guerra Mondiale.

Sono anni difficili, sia per il mondo che per l’artista: la guerra obbliga Ronis ad improvvisare altri mestieri come quello di pittore su gioielli. Dopo la Liberazione (e una lunga pausa), egli torna più determinato che mai sulla fotografia di reportage e lavora anche per la stampa illustrata.

In quegli anni, inoltre, si approccia anche alla moda e alla pubblicità.

 

 

Ronis si è sempre approcciato in maniera empatica alla vita e alle cose semplici, scoprendovi un significato nascosto ma di grande valore. Il fotografo francese è un grande comunicatore, che attribuisce importanza ai messaggi veicolati attraverso i suoi scatti: per lui la fotografia è il tramite per manifestare le proprie emozioni e i propri sentimenti dinnanzi alle situazioni che vive e vede attraverso il suo punto di vista 🙂

Il “Caso” è un concetto a cui lui ha sempre tenuto molto: “La fortuna è il premio della pazienza”, così diceva Willy Ronis. Per lui ogni attimo da immortalare nelle sue fotografie era un dono: una donna che passeggia, un uomo in bicicletta, due amanti che si baciano. Tutto per lui era frutto del caso e della fortuna, un dono che la vita gli offriva 🙂

 

Negli anni, Willy Ronis ha ricevuto molti premi per omaggiare la sua innata bravura: nel 1947 gli viene consegnato il “Prix Kodak” e nel 1957 è medaglia d’oro alla Biennale di Venezia 🙂

Questi, però, sono solo alcuni dei suoi innumerevoli successi che non finirei di elencare 😌

Nel 1983, raggiunta ormai un’età rispettabile, Ronis dona alla città di Parigi il suo intero patrimonio fotografico, frutto di una carriera lunghissima e ancora non conclusa 🙂

È nel Settembre 2009, infatti, che Willy Ronis ci lascia.

Di lui ci restano fotografie mozzafiato, rigorosamente in bianco e nero, per raccontarci il Novecento attraverso i suoi occhi 🙂

 

 

“Una foto significativa è una foto funzionale. La funzione di una foto consiste nella sua capacità immediata di sintetizzare la propria intenzione”

 

 

Francesca

 

Storia della fotografia
Storia della Fotografia: Man Ray

AUTORITRATTO DI MAN RAY

19/10/2018
Francesca Pone

Storia della Fotografia: Man Ray

Per qualche mese, alcuni fra gli scatti più noti del fotografo surrealista Man Ray sono stati in mostra a San Gimignano grazie ad un evento chiamato “Wonderful Visions”.

Se non hai avuto modo di conoscere da vicino la vita e l’operato di Man Ray, beh te ne parlo io 🙂

Con questo articolo inauguriamo un nuovo format di FotografiaProfessionale (spero resisterà 😁 ), che si focalizzerà sui personaggi che hanno fatto la storia della Fotografia.

 

Man Ray e Salvador Dalì a Parigi (1934)
Man Ray e Salvador Dalì a Parigi (1934)

Emmanuel Radnitzky, in arte Man Ray, fu un fotografo statunitense classe 1890 sostenitore delle avanguardie, fra cui il Dadaismo. In realtà, però, non fu solo fotografo ma anche grafico, pittore e regista di film come L’étoile de mer (1928) che furono precursori del cinema surrealista.

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Interviste
In viaggio con un paesaggista: Enrico Pescantini

© ENRICO PESCANTINI

12/10/2018
Lorenzo Montanari

In viaggio con un paesaggista: Enrico Pescantini

“In viaggio con un paesaggista” è uno spazio dove intervisto un fotografo paesaggista italiano. Ma non paesaggisti a caso, gente importante eh 😉

Enrico Pescantini è l’intervistato di oggi.

Gli piace viaggiare, e far viaggiare le persone con le sue foto.
Gli piace viaggiare ovunque, e intendo letteralmente ovunque: in aria, in acqua e sulla terra. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli e nuove viste.

Ah, tra l’altro, Enrico ha pure recentemente vinto, grazie ad una sua foto scattata da un drone, un premio di National Geographic come Fotografo di Viaggi dell’anno, nella sezione “Città”.

Allacciate le cinture, si parte.

Allora, intanto ciao e grazie di aver accettato di fare questa breve intervista 😊

Partiamo dalla cosa più importante, la meta: come la scegli?

Innanzitutto diciamo che mi considero più un fotografo di viaggio che paesaggista: attraverso i miei scatti, mi pongo l’obiettivo di far conoscere a tutti le meraviglie del nostro pianeta, siano esse naturali, paesaggistiche o wildlife. La scelta della meta è molto di cuore, oltre che le ovvie valutazioni economiche del viaggio. Negli ultimi anni prediligo mete dove la natura è predominante, e posso alternare diversi tipi di fotografia, da quella tradizionale, a quella aerea e subacquea. Una destinazione che mi permette di scattare fotografie con tecniche e soggetti molto diversi è sicuramente preferita rispetto a una meta “monotona”.

Io, da aspirante paesaggista, mi trovo sempre a dover coniugare due approcci per me differenti, ma complementari, alla fotografia di paesaggio: la pianificazione e il semplice vagare in cerca di ispirazione. Una volta scelta la meta, tu come procedi all’organizzazione del viaggio? Pianifichi nei minimi dettagli (con tanto di software per la posizione del sole e ore di golden e blue hour) ogni scatto, o “vagabondi” in cerca di idee?

I miei viaggi sono tutti organizzati e pianificati da me in prima persona, in ogni loro aspetto: tappe, alberghi, ristoranti, escursioni, ogni cosa. C’è un notevole lavoro di mesi di ricerca dietro ogni viaggio, al fine di trovare i posti e le esperienze migliori dove scattare. Tuttavia, al di là di alcuni “must” fotografici che scelgo prima di ogni viaggio, all’interno di ogni luogo mi muovo abbastanza in libertà, lasciandomi ispirare. Ovviamente cerco di essere nei posti giusti all’ora del giorno giusta, ma in un viaggio, soprattutto se molto intenso, è impossibile pianificare ogni cosa, e bisogna lasciare spazio ad imprevisti, e creatività. La fotografia è arte, non è scienza o ingegneria, e credo che una esagerata pianificazione soffochi la creatività necessaria ad ottenere dei buoni scatti.

Lo zaino di un paesaggista tende a riempirsi facilmente tra ottiche, corpi macchina e accessori vari. Tu come gestisci la tua attrezzatura? Meglio viaggiare leggeri, o meglio avere sempre tutto con sé onde evitare imprevisti?

Scattando fotografia “tradizionale”, fotografia aerea e anche sott’acqua, la scelta dell’attrezzatura è fondamentale. Personalmente devo portarmi 3 tipologie di attrezzatura diverse, quindi cerco di avere il meno possibile con me, della qualità migliore possibile. Nel mio ultimo viaggio ad esempio, in Namibia, sono quasi riuscito ad avere tutto in un unico zaino. Per la fotografia tradizionale, una mirrorless fullframe con il “tuttofare” 24-70mm, con in più un 70-300 per le sessioni di safari e un 14mm 2.8 per le fotografie della via lattea. Come fotografia aerea un drone DJI Mavic, da poco sostituito con il Mavic 2 PRO, compatto ma con ottima qualità fotografica. Per gli scatti “action” o acquatici una GoPro Hero 6 Black, che uso come “jolly” dove non posso avere con me attrezzatura migliore ma più “delicata”

In base all’attrezzatura, quindi, bisogna scegliere il modo più adatto per portarsela con sé. Tu usi uno zaino, una tracolla, o qualche prodotto che ancora noi non conosciamo?

L’attrezzatura e il modo per trasportarla dipendono molto dalla pianificazione di scatti che ho in mente di fare: se affronto un viaggio su strada, mi permetto di avere tutto con me a disposizione in auto, e prendere di volta in volta l’attrezzatura necessaria. Durante escursioni miste, ho con me uno zaino Kata che mi permette di avere obiettivi, drone e go pro in un unico comodo zaino. Per giornate “urbane”, o durante la visita di siti archeologici dove sono richieste tante ore di esplorazione, ho con me solo la fullframe con il 24-70, fissata attraverso un cinturone con “fondina” laterale, proprio come una pistola, di modo che non pesi nulla sulle spalle, e sia facilmente “estraibile”. È impensabile per me soffrire troppo per portare l’attrezzatura, rischio di rovinarmi la giornata e soprattutto non essere nello spirito giusto per realizzare gli scatti con ispirazione artistica.

Ultima domanda, molto libera: lascia un consiglio ai lettori, su come affrontare al meglio la fotografia di paesaggio. 

L’attrezzatura, gli obiettivi e la macchina fotografica sono un mezzo, non un fine. Troppi fotografi passano più tempo a leggere schede tecniche di attrezzatura invece di vivere l’ambiente ed immergersi in esso. La fotografia è arte, è un mezzo di espressione, al di là dei risultati che potete avere. Fatelo per voi stessi, fatelo perché vi piace e sicuramente otterrete degli scatti migliori!

Puoi seguire Enrico:
Sul suo sito: http://www.pescart.com/

Lorenzo

Tecniche Paesaggio 3

Storia della fotografia
Tutto per colpa di qualche pixel “di troppo”

LA PRIMA MACCHINA DIGITALE DI STEVEN SASSON, 1973

09/10/2018
Francesca Pone

Tutto per colpa di qualche pixel “di troppo”

  Mi ricordo di aver avuto sei anni quando ho stretto fra le mani la mia prima macchina fotografica: era una vecchia Kodak, tutta nera e rigorosamente a rullino.

Ero in gita con la scuola materna in una fattoria, un classico per farti scoprire la natura: impugnata la mia nuova amica, iniziai a scattare foto alla location, agli animali e alle mie compagne 📸 

Scattate quelle fotografie, non mi restava che portare il rullino in uno studio fotografico ed attendere che me lo sviluppassero per vederne il vero risultato.

 

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News ed Eventi
Come trasformare il Tethering in un superpotere per fotografi!

FOTOGRAFI SUPERVELOCI!

28/09/2018
Simone Poletti

Come trasformare il Tethering in un superpotere per fotografi!

La vita dei fotografi è come uno schema di SuperMario: fra salti, acrobazie, ostacoli, trappole, funghi allucinogeni e principesse da salvare, ogni tanto capita un superboost che ti fa andare più veloce e aumenta l’energia: il tethering!

Tutti, o quasi, abbiamo giocato a Super Mario Bros e tutti abbiamo ben chiare le difficoltà tecniche, operative e gestionali della vita da fotografo, professionista o appassionato che sia.

Devi essere una specie di dea Kali a mille braccia per gestire tutto e controllare tutto e spesso diventa davvero stressante e impegnativo sia livello fisico che mentale.

Ne parlavo l’altra sera con alcuni amici fotografi di un circolo della mia città (uno dei più grandi in Italia, molto attivo):

“Tu sei un professionista, hai uno staff che ti aiuta, ma come faccio io che son da solo a gestire tutto? Anche solo in studio,quando scatto un ritratto, devo controllare le luci, gestire il soggetto, scaricare le schede, fare le scelte, archiviare i file, ecc… A volte qualcosa lo dimentico…”

In questi anni la tecnologia, nel mondo della fotografia, ha fatto passi incredibili proprio in questa direzione: fotocamere e software sono sempre più utili nel gestire il “lavoro sporco” e aiutare ogni tipo di fotografo a controllare tutto il processo in modo più semplice e veloce.

Se scatto in studio, o in location ma in situazione “controllata”, il tethering è uno strumento fantastico per migliorare le tue performance, renderti più veloce e tenere sotto controllo tutto il processo di lavoro.

Cos’è il tethering?

Il tethering o “scatto in acquisizione diretta” è un metodo di lavoro che prevede il collegamento diretto (di solito via cavo) fra macchina e computer. Permette di acquisire direttamente le immagini nel software per lo sviluppo del raw, rendendo il lavoro più veloce e sicuro.

Oggi i software che gestiscono lo scatto in acquisizione diretta sono tanti, da quelli che lo fanno in modo elementare come Lightroom e tante App dei produttori (Fuji, Canon, ecc…) a quelli più evoluti, completi e performanti come Capture One.

I vantaggi concreti del lavoro in Tethering sono davvero tanti:

  1. Immediato controllo degli scatti dal monitor
  2. Check su messa a fuoco, inquadratura ed esposizione più veloce ed affidabile rispetto al monitor LCD della macchina
  3. Archiviazione diretta dei file su catalogo e/o in cartella dedicata (dipende dal software)
  4. Maggiore velocità del processo rispetto allo scatto con scheda
  5. Maggiore sicurezza del processo rispetto allo scatto con scheda
  6. Possibilità di acquisizione diretta in cartelle predefinite, dividendo gli scatti in acquisizione (con Capture One)
  7. Live view iper-performante con messa a fuoco e gestione di immagini sovrapposte per scatti multipli (con Capture One)
  8. Sviluppo in acquisizione con applicazione diretta alle immagini successive (con Capture One)

In pratica puoi gestire tutto da solo, controllando la messa a fuoco a distanza e avendo un feedback immediato dal software.

Con Capture One, ad esempio, puoi gestire tutto in fase di scatto arrivando al termine della giornata di servizio con le immagini già archiviate, divise per soggetto e già sviluppate, senza dover più perdere altro tempo!

Io amo lo scatto in studio e, onestamente, non potrei fare a meno della mia nuove versione di Capture One, del mio Mac e del mio cavo arancione collegato alla fotocamera!

Anzi, ti saluto e vado a preparare il set per gli scatti (in tethering) di sabato 😉

 

A presto e buon divertimento!

 

Simone P

Interviste
Giorgio Cravero, fotografo di Still Life, ci racconta un mestiere “artigianale” come la fotografia

NELLO STUDIO DI GIORGIO CRAVERO

24/09/2018
Francesca Pone

Giorgio Cravero, fotografo di Still Life, ci racconta un mestiere “artigianale” come la fotografia

Giorgio Cravero, fotografo di Still Life, è uno dei tanti esperti del settore che gli studenti di Accademia di Postproduzione hanno avuto l’onore di conoscere 🤩

Durante un nostro Workshop organizzato presso il suo studio fotografico a Torino, le nostre Balene hanno potuto scoprire come lavora Cravero sulla fotografia e la postproduzione pubblicitaria e, durante quel weekend, hanno lavorato al suo fianco dalla fase di scatto fino alla postproduzione delle immagini.

Il settore su cui il fotografo torinese lavora di più è il Food & Beverage, ma Cravero vanta anche esperienza in fotografia per gioielli, cosmetica e Fine Art.

Scopriamo insieme a Giorgio Cravero come l’attrezzatura può rendere le tue foto decisamente migliori (e il perché dell’artigianalità della fotografia) 😉

In occasione del Workshop a Torino, FotografiaProfessionale l’ha intervistato per scoprire qualcosa di più su di lui e gli strumenti del mestiere. La particolarità che ho molto apprezzato dell’intervista è il suo definire la fotografia un mestiere estremamente artigianale. 🔨

“Bisogna sempre pensare alla fotografia come un mestiere estremamente artigianale, il che vuol dire che più uno lo esercita e più viene naturale, facile. Vengono fuori soluzioni che non avevamo pensato prima e si ottengono risultati diversi da quelli che ci aspettavamo”.

A mio parere una definizione che sa un po’ di antico, come piace a me.

La nostra partnership con Fujifilm Italia, inoltre, ci ha permesso di testare assieme a Cravero la Fujifilm GFX 50S 📷

Quali sono i punti di forza della Fujifilm GFX 50S? Ce lo dice Cravero 😉

Buona visione! 🎬

 

 

Francesca

 

News ed Eventi
Il team di FotografiaProfessionale: Roberta Bedocchi

ROBERTA BEDOCCHI – FOTOGRAFIAPROFESSIONALE.IT

13/09/2018
Francesca Pone

Il team di FotografiaProfessionale: Roberta Bedocchi

 

Roberta Bedocchi, 36 anni, ha sempre avuto una così vasta gamma di interessi da essere in difficoltà sulla scelta della propria professione: aspirante archeologa, da piccola girovagava nei campi scavando alla ricerca di “reperti” da analizzare, misteri da risolvere e risposte irrisolte da trovare. Ancora oggi nei nostri uffici si pone domande e, con sguardo curioso, cerca risposte: qualche volta ci riesce, altre volte si affida al guru Emanuela 😉

Cosa sarebbe voluta diventare da grande? Famosa, senza dubbio. Inizialmente, Roberta aspirava ad una carriera da Direttore della Fotografia, sia per un valore sentimentale che per una grande vocazione per la fotografia. Poi, però, ha cambiato percorso e ha iniziato a realizzare video dopo anni di studio a Milano.

Da quasi un anno è parte del team di FotografiaProfessionale, come piace definire a lei, “per caso”. È sempre impegnata a montare così tanti video di backstage, corsi ed interviste che… Beh, a volte sparisce dietro il suo grande monitor e ci chiediamo se sia ancora tra noi comuni mortali dell’ufficio 🙂

Hobby è una parola a lei sconosciuta: Roberta è sempre alla ricerca di nuovi stimoli e, quando non lavora per gli altri, esce con la sua videocamera per realizzare progetti personali. Senza ombra di dubbio una delle sue più grandi passioni sono i tatuaggi. Può essere considerato un vero hobby, no? “Forse ho più di trenta tatuaggi”, dice lei, “Dovrei controllare perché continuo a farmene e ho perso il conto”.

Il suo film preferito è “Otto e mezzo” di Fellini: un must e fonte di ispirazione per i registi, immaginati per Roberta! Quando lascia riposare la sua videocamera, si dedica a qualche lettura: “Moby Dick” di Melville e “La Casa degli Spiriti” della Allende sono le sue preferite. L’Indie Rock e il Synth Pop scandiscono i suoi momenti di pace 🙂

Qual è il sogno nel cassetto di Roberta? Beh, mi sembra quasi un po’ scontato. Ovviamente dormire una notte da sola all’interno delle Piramidi di Giza! Chi non ha mai avuto un sogno del genere?

 

Francesca