Interviste
I racconti di Gianluca Colla

GIANLUCA COLLA ©

16/01/2019
Lorenzo Montanari

I racconti di Gianluca Colla

Dopo mesi a rincorrerlo, finalmente Gianluca riesce a rispondere (via mail, da un punto indefinito nel globo) alle mie domande. E io non potevo essere più contento di così.

E lo capirai anche tu, leggendo, perché sono così contento.

Un po’ perché Gianluca scatta i generi di fotografia che più mi piacciono, e un po’ perché fa veramente foto stupende, che meritano un approfondimento. Per me è stato come intervistare il mio artista musicale preferito: dopo che hai scoperto qualcosa di più su di lui, le canzoni le capisci meglio, di più.

Con la fotografia è la stessa cosa: dopo che inizi a conoscere il fotografo, inizi a capire le sue foto, non solamente a guardarle.

Signore e signori,

Gianluca Colla.

Ciao Gianluca 😊

So che la tua carriera ti ha portato, e ti sta portando, a viaggiare per tutto il mondo.

Sei stato in Islanda, in India, sul Rio delle Amazzoni, nel Circolo Polare Artico e Antartico… e potrei andare avanti ancora. Quindi sorge spontanea la domanda: da dove mi stai scrivendo adesso? Sei in Italia oppure all’estero?

In effetti giro parecchio… ad esempio mentre in Italia si affronta l’inverno, ti scrivo dal caldo ancora pressante del deserto degli Emirati Arabi. Ad essere onesti le nebbie padane con le quali sono cresciuto, che molti rifuggono, a me mancano molto in questo momento!

 

 

Parlando sempre di viaggi, cosa ti ha tenuto impegnato ultimamente?

L’anno appena concluso è stato ancor più intenso del solito per quello che riguarda i viaggi, sono passato dalla Patagonia, all’Australia, all’Indonesia, al Giappone, a diversi viaggi in Marocco… senza contare i lavori nell’”eurozona” e quelli “dietro casa”, che seppur possano sembrare i meno interessanti, quando viaggi tanto di colpo diventano i più esotici.

Sei un membro di National Geographic Creative, i tuoi lavori sono stati pubblicati sul Washington Post e il New York Times, tra i tuoi clienti si contano Apple, Canon e Fujifilm (di cui sei brand ambassador). Sei Esperto di Fotografia per National Geographic Expeditions e insegni allo European Institute of Design.

Sono risultati veramente incredibili: ma com’è iniziato tutto? Ti ricordi le tue prime esperienze con la macchina fotografica?

In realtà sono arrivato alla fotografia quasi per caso e abbastanza tardi, fino a 18 anni non solo non ho mai scattato una fotografia, ma trovavo anche che i fotografi fossero una razza abbastanza bizzarra: ore e ore a tirarsi appresso una pesante borsa ed aspettare che una nuvoletta si materializzasse da qualche parte… Poi, dopo una lunga avventura in moto in giro per l’Europa con mio padre, di cui non ho praticamente documentazione ma solo bei ricordi ed emozioni, mi sono trovato in mano una vecchia reflex a pellicola e da lì ho cominciato (quasi come fosse la legge del contrappasso) a documentare tutto quello che riuscivo. Adoravo la pellicola diapositiva e la sua unicità, ovvero il fatto che una volta premuto il pulsante di scatto, il gioco era finito. La passione sconfinata per la foto è arrivata immediatamente, ma in realtà la decisione di farne la mia vita è arrivata più tardi. All’epoca pensavo ancora che il mio futuro sarebbe stato disegnare case…

Mentre hai ripercorso un po’ la tua storia, ti è venuto in mente un progetto per te particolarmente significativo? Hai anche uno scatto a cui tieni molto?

Sono tante (troppe, direi) le foto a cui tengo, non tanto per la loro eventuale bellezza, che è un fattore puramente soggettivo, quanto per l’attaccamento emotivo alle persone ritratte. Spesso, nel mio lavoro, debbo in poco tempo entrare nella vita di persone estranee, con cui mi trovo a condividere ogni secondo della loro esistenza, 24h su 24h, e questa intensità crea dei legami molto forti. Per me le foto di queste persone sono tutte dei tesori a cui non posso rinunciare. Ma se proprio devo scegliere un progetto sugli altri, sicuramente quello sulla longevità: ho potuto documentare tutti i più incredibili ultracentenari al mondo, e ho imparato cosi tanto da loro, dalla loro saggezza, dalla loro esperienza. È un’esperienza che mi ha letteralmente cambiato la vita, per cui ha un posto speciale nel mio cuore.

 

 

Guardando i tuoi lavori, si vede come ti piaccia spaziare diverse società e zone del mondo. Parli di persone, parli di luoghi, parli di culture, mondi e storie. Qual è il filo conduttore che lega tutti i tuoi scatti?

Ad essere sincero non cerco un filo conduttore tra storia e storia, direi piuttosto tra foto e foto all’interno di una storia. Memore del viaggio che feci con mio padre, in cui sentii subito la carenza di ricordi in immagini, per me fotografare è diventato documentare qualcosa che altri non hanno la fortuna di vedere o sperimentare di persona, per cui il mio scopo principale è veramente quello di raccontare, fare in modo che chi guarda possa in qualche modo rivivere le emozioni (positive o negative che siano) che io ho vissuto. Dovendo trovare un vero filo conduttore tra le mie foto, questo forse può essere a livello estetico, nel senso che le mie immagini, a prescindere da tema e soggetto, tendono a essere sempre molto colorate, dense e sature.

Nel tuo portfolio vedo raccolte come “South Georgia”, “Call of the Mountain” e “Antarctic Circle”, ma anche altre come “Jugensteel” e “Longevity’s secrets”. Passando quindi dalla natura incontaminata, alla città e alle industrie, come scegli la location dei tuoi scatti?

É la natura del lavoro a dettare la location, io mi adatto… sono estremamente curioso (fin troppo, direbbero alcuni) e la fotografia, oltre che un mezzo per documentare, è per me anche un mezzo per scoprire, per cui trovo interessante sia a livello sociale che a livello visuale una giungla di alberi o una giungla di cemento o una giungla di ghiaccio (anche se tendo a preferire l’ultima).

Amo profondamente la natura e i grandi spazi, ed allo stesso tempo amo profondamente l’essere umano e la sua interazione con l’ambiente e lo spazio che lo circonda, per cui trovo appassionante in egual misura fotografare sia la prima che il secondo.

Avere la possibilità di viaggiare così tanto, incontrare culture diverse e vedere luoghi che di solito vedi solamente in foto (anche grazie a te ovviamente) è per molti fotografi un sogno. Se questa possibilità è anche la stessa che ti dà la motivazione per alzarti con il sorriso ogni mattina… Beh, credo ci si possa dire veramente soddisfatti. In tutto questo, qual è la cosa che ti piace di più del tuo lavoro?

La bellezza del mio lavoro è la possibilità di imparare, in tutte le sue fasi. Prima di un viaggio, studio e apprendo in base alla destinazione, per arrivare (almeno in parte) preparato. Durante il viaggio stesso, la miriade di esperienze sul campo sono una fonte di apprendimento continuo ed una lezione di vita. Dopo il viaggio, condividere le esperienze vissute con altre persone è uno spunto per riflettere ed approfondire ulteriormente quanto vissuto… insomma, suona come una frase fatta, ma è vero che non si finisce mai di imparare!

 

 

Nella tua carriera, oltre ad un fotografo, sei un videomaker e scrivi sul tuo blog.

Quando hai iniziato a dedicati anche ai video? E soprattutto, c’è qualcosa che non sai fare?

Se comincio con la lista delle cose che non so fare domani siamo ancora qua…

Ho iniziato il video 6 o 7 anni fa, quasi per caso. Un cliente mi ha chiesto di lavorare su un progetto di rebranding per il quale voleva il medesimo “occhio” sia per le foto che per il video, e mi sono trovato catapultato in un nuovo universo che mi ha subito affascinato, sia per la forte componente tecnica (alla fin fine sono un nerd mancato) sia per le immense possibilità espressive che si ottengono combinando immagine, movimento e suono. Il video da un lato perde l’immediatezza della fotografia, ma guadagna molto in possibilità espressive nel momento in cui si entra nella fase dell’editing.

La produzione video rappresenta una parte molto grande del lavoro adesso, ed è molto più complessa di quello che potrebbe sembrare: da solo non riuscirei a lavorare su tutti i fronti, infatti dal concept, all’organizzazione alle riprese al montaggio, viene tutto fatto insieme a mia moglie (siamo una delle rare coppie a cui piace lavorare insieme ): è il caso di dire che si respira arie di immagini 24 ore su 24 in casa nostra (uno dei nostri due pargoli poco tempo fa ha già messo in chiaro che da grande vorrebbe aiutarci a fare i video, cosi potranno essere ancora più belli a suo dire…).

Tra foto e video, sicuramente dovrai ben organizzare tutta la tua attrezzatura. Cos’è, però, che non può mai mancare nella tua borsa, per la quale ci sarà sempre spazio?

Si, sicuramente l’attrezzatura deve essere ben organizzata e ben stoccata, e facendo video il quantitativo di materiale cresce esponenzialmente… non ti dico il numero di valigie di materiale che possiedo perché ne ho un po’ vergogna, tant’è che lo tengo segreto anche ai miei familiari.

Comunque, l’equivalente in pieno formato di una focale 35mm non manca mai. È l’ottica con cui mi sento più a casa, quella con cui scatto oltre l’80% delle mie foto e buona parte dei miei video. E’ quella in cui mi rifugio quando a volte il soggetto è talmente bello o talmente difficile che cerco di ridurmi all’essenziale per concentrarmi solo sulla parte creativa e non su quella tecnica. È un po’ per me come la coperta di Linus!

 

Come ben sappiamo tutti, il lavoro di un fotografo non si conclude una volta finiti gli scatti, ma si conclude una volta finita la fase di postproduzione. Tu come gestisci questo procedimento? Quanto è fondamentale per te, la postproduzione, nel lavoro di un fotografo?

Ho un workflow molto semplificato, nel senso che io mi limito a convertire un file e non a postprodurlo e ritoccarlo (questa parte se fosse necessaria la lascerei sicuramente fare a Simone). Per il mio tipo di fotografia, una lavorazione del raw alla massima qualità con la corretta densità colore è tutto quello che cerco. Quindi passo molto tempo ad avere un ambiente di lavoro adeguato, con monitor widegamut, calibrati, etc, ma poi una volta convertito il file non lo tocco più. A volte vorrei essere un utilizzatore avanzato come voi di FotografiaProfessionale, ma in realtà il grosso degli interventi che faccio sulle immagini sono atti a ottenere uniformità cromatica tra fotocamera, monitor e stampante.

Bene, siamo in dirittura d’arrivo. Abbiamo parlato di chi è Gianluca Colla, e di come è diventato Gianluca Colla. Cosa ti riserva il futuro? Hai qualche progetto importante che puoi condividere con me e i lettori?

Il futuro immediato è tante ore a casa a mettere mano a tutti i progetti dell’ultimo anno, che sono stati scattati, ma non ancora completamente “terminati” in quanto a scelta e lavorazione delle immagini (per la parte fotografica) o di editing e montaggio (per la parte video).

Poi, il 2019 per il momento prevede tanta, tanta Islanda… non lo vedete ma c’è un sorrisetto (più un ghigno direi)  soddisfatto, è uno dei miei posti preferiti al mondo dove andare a fotografare!

Ti faccio l’ultima domanda, che in realtà non è una domanda: ti lascio questo spazio per parlare direttamente ai lettori. Sentiti libero di parlare di ciò che vuoi, di consigliarli su qualcosa del mondo della fotografia, dei viaggi… O parlargli di quello che mangerai a cena stasera. Io ho concluso, a te la parola, e grazie per questa intervista.

Questa sera mangerò una qualche pietanza impronunciabile dai contenuti oscuri, con tante spezie, quindi preferisco evitare il pensiero.

Però un consiglio mi permetto di darlo: di tutte le cose che ho avuto la fortuna di imparare lungo il mio cammino, forse la più vera e la più utile me l’ha insegnata un centenario di Okinawa, in Giappone. Quando gli ho chiesto quale fosse il segreto della sua longevità, mi ha mostrato il suo tornito bicipite e guardandomi serio negli occhi ha urlato: “vitamina S” e poi è scoppiato in una grande risata. Ci ho pensato un po’ e poi ho capito che si riferiva al Sorriso, quello vero, quello sincero, quello appunto con la S maiuscola. Siamo tanto presi nella nostra quotidianità che spesso dimentichiamo di prendere le cose un po’ meno seriamente, di lasciare andare lo stress e sorridere di certe situazioni o problemi che tutto in un colpo apparirebbero meno gravi se presi per il verso giusto.

Sorridere, ridere, di sé stessi, della vita, contagiare chi ci circonda con un po’ di buon umore. Questo è quello che più di tutto ci farà vivere, se non più a lungo, almeno meglio. E se il sorriso lo possiamo trasportare anche nel nostro lavoro e nelle nostre immagini, allora il cerchio si chiude veramente!

Grazie a te per le chiacchiere e buona luce a tutti!

 

 

Puoi seguire Gianluca:
Sul suo sito: www.gianlucacolla.eu

Lorenzo

Tecniche Paesaggio 3

Interviste
In viaggio con un paesaggista: Enrico Pescantini

© ENRICO PESCANTINI

12/10/2018
Lorenzo Montanari

In viaggio con un paesaggista: Enrico Pescantini

“In viaggio con un paesaggista” è uno spazio dove intervisto un fotografo paesaggista italiano. Ma non paesaggisti a caso, gente importante eh 😉

Enrico Pescantini è l’intervistato di oggi.

Gli piace viaggiare, e far viaggiare le persone con le sue foto.
Gli piace viaggiare ovunque, e intendo letteralmente ovunque: in aria, in acqua e sulla terra. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli e nuove viste.

Ah, tra l’altro, Enrico ha pure recentemente vinto, grazie ad una sua foto scattata da un drone, un premio di National Geographic come Fotografo di Viaggi dell’anno, nella sezione “Città”.

Allacciate le cinture, si parte.

Allora, intanto ciao e grazie di aver accettato di fare questa breve intervista 😊

Partiamo dalla cosa più importante, la meta: come la scegli?

Innanzitutto diciamo che mi considero più un fotografo di viaggio che paesaggista: attraverso i miei scatti, mi pongo l’obiettivo di far conoscere a tutti le meraviglie del nostro pianeta, siano esse naturali, paesaggistiche o wildlife. La scelta della meta è molto di cuore, oltre che le ovvie valutazioni economiche del viaggio. Negli ultimi anni prediligo mete dove la natura è predominante, e posso alternare diversi tipi di fotografia, da quella tradizionale, a quella aerea e subacquea. Una destinazione che mi permette di scattare fotografie con tecniche e soggetti molto diversi è sicuramente preferita rispetto a una meta “monotona”.

Io, da aspirante paesaggista, mi trovo sempre a dover coniugare due approcci per me differenti, ma complementari, alla fotografia di paesaggio: la pianificazione e il semplice vagare in cerca di ispirazione. Una volta scelta la meta, tu come procedi all’organizzazione del viaggio? Pianifichi nei minimi dettagli (con tanto di software per la posizione del sole e ore di golden e blue hour) ogni scatto, o “vagabondi” in cerca di idee?

I miei viaggi sono tutti organizzati e pianificati da me in prima persona, in ogni loro aspetto: tappe, alberghi, ristoranti, escursioni, ogni cosa. C’è un notevole lavoro di mesi di ricerca dietro ogni viaggio, al fine di trovare i posti e le esperienze migliori dove scattare. Tuttavia, al di là di alcuni “must” fotografici che scelgo prima di ogni viaggio, all’interno di ogni luogo mi muovo abbastanza in libertà, lasciandomi ispirare. Ovviamente cerco di essere nei posti giusti all’ora del giorno giusta, ma in un viaggio, soprattutto se molto intenso, è impossibile pianificare ogni cosa, e bisogna lasciare spazio ad imprevisti, e creatività. La fotografia è arte, non è scienza o ingegneria, e credo che una esagerata pianificazione soffochi la creatività necessaria ad ottenere dei buoni scatti.

Lo zaino di un paesaggista tende a riempirsi facilmente tra ottiche, corpi macchina e accessori vari. Tu come gestisci la tua attrezzatura? Meglio viaggiare leggeri, o meglio avere sempre tutto con sé onde evitare imprevisti?

Scattando fotografia “tradizionale”, fotografia aerea e anche sott’acqua, la scelta dell’attrezzatura è fondamentale. Personalmente devo portarmi 3 tipologie di attrezzatura diverse, quindi cerco di avere il meno possibile con me, della qualità migliore possibile. Nel mio ultimo viaggio ad esempio, in Namibia, sono quasi riuscito ad avere tutto in un unico zaino. Per la fotografia tradizionale, una mirrorless fullframe con il “tuttofare” 24-70mm, con in più un 70-300 per le sessioni di safari e un 14mm 2.8 per le fotografie della via lattea. Come fotografia aerea un drone DJI Mavic, da poco sostituito con il Mavic 2 PRO, compatto ma con ottima qualità fotografica. Per gli scatti “action” o acquatici una GoPro Hero 6 Black, che uso come “jolly” dove non posso avere con me attrezzatura migliore ma più “delicata”

In base all’attrezzatura, quindi, bisogna scegliere il modo più adatto per portarsela con sé. Tu usi uno zaino, una tracolla, o qualche prodotto che ancora noi non conosciamo?

L’attrezzatura e il modo per trasportarla dipendono molto dalla pianificazione di scatti che ho in mente di fare: se affronto un viaggio su strada, mi permetto di avere tutto con me a disposizione in auto, e prendere di volta in volta l’attrezzatura necessaria. Durante escursioni miste, ho con me uno zaino Kata che mi permette di avere obiettivi, drone e go pro in un unico comodo zaino. Per giornate “urbane”, o durante la visita di siti archeologici dove sono richieste tante ore di esplorazione, ho con me solo la fullframe con il 24-70, fissata attraverso un cinturone con “fondina” laterale, proprio come una pistola, di modo che non pesi nulla sulle spalle, e sia facilmente “estraibile”. È impensabile per me soffrire troppo per portare l’attrezzatura, rischio di rovinarmi la giornata e soprattutto non essere nello spirito giusto per realizzare gli scatti con ispirazione artistica.

Ultima domanda, molto libera: lascia un consiglio ai lettori, su come affrontare al meglio la fotografia di paesaggio. 

L’attrezzatura, gli obiettivi e la macchina fotografica sono un mezzo, non un fine. Troppi fotografi passano più tempo a leggere schede tecniche di attrezzatura invece di vivere l’ambiente ed immergersi in esso. La fotografia è arte, è un mezzo di espressione, al di là dei risultati che potete avere. Fatelo per voi stessi, fatelo perché vi piace e sicuramente otterrete degli scatti migliori!

Puoi seguire Enrico:

Lorenzo

Tecniche Paesaggio 3

Interviste
In viaggio con un paesaggista: Alberto Maccagno

MYANMAR © ALBERTO MACCAGNO

06/09/2018
Lorenzo Montanari

In viaggio con un paesaggista: Alberto Maccagno

“In viaggio con un paesaggista” è uno spazio dove intervisto un fotografo paesaggista italiano. Ma non paesaggisti a caso, gente importante eh 😉

Alberto Maccagno è l’intervistato di oggi.

Alberto è uno scrittore.

No scherzo, è un fotografo paesaggista, e pure bravo. Però lui, con le sue foto, racconta storie proprio come uno scrittore.

Racconta storie di vita, storie di realtà lontane dall’Italia, e spesso sconosciute o dimenticate. Attraverso i suoi viaggi mette in luce quelli che sono i problemi sociali o ecologici dei luoghi che visita.

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Interviste
In viaggio con un paesaggista: Francesco Gola

SPAIN © FRANCESCO GOLA

20/08/2018
Lorenzo Montanari

In viaggio con un paesaggista: Francesco Gola

“In viaggio con un paesaggista” è uno spazio dove intervisto un fotografo paesaggista italiano. Ma non paesaggisti a caso, gente importante eh 😉

Francesco Gola è l’intervistato di oggi.

Francesco ama il mare, e ama le lunghe esposizioni. Queste sono le caratteristiche principali delle sue stupende foto.

Ma le sue foto sono molto di più. Per lui sono un collegamento tra il suo mondo interiore di sogni ed emozioni, e quello esteriore della Natura.

Nella sua esperienza può vantare clienti e collaborazioni con nomi del calibro di Nikon, Apple, NiSi e Capture One.

Bello eh?

Ora veniamo a noi.

Allora, intanto ciao e grazie di aver accettato di fare questa breve intervista 😊

Partiamo dalla cosa più importante, la meta: come la scegli?

Hai presente quando sotto la doccia ti viene la risposta geniale alla domanda che ti hanno fatto tre ore prima e alla quale non hai saputo rispondere? Più o meno è così. Infatti la meta è una folgorazione, mai una vera e propria pensata, e arriva quando lo decide lei, non quando serve a te. Può venire guardando la copertina di un libro, sfogliando cose a caso su internet, guardando hashtag improbabili su Instagram. Una volta l’ho trovata guardando l’etichetta di uno shampoo al supermercato, giuro, e ci ho organizzato dietro un viaggio di una settimana in solitaria in un’isola scozzese.

La parte più importante è percepire quando viene, per non tarparle le ali. A quel punto partono le mille domande: “ma quindi quel faro dov’è?”, “ma ci si arriva senza traghetto?”, “e il sole dove tramonta?”, “ma le maree?”.

E così, in men che non si dica, mi infilo in quella che reputo la parte più divertente di tutte, che mi permette di viaggiare ancor prima di alzarmi dalla scrivania: la pianificazione.

Io, da aspirante paesaggista, mi trovo sempre a dover coniugare due approcci per me differenti, ma complementari, alla fotografia di paesaggio: la pianificazione e il semplice vagare in cerca di ispirazione. Una volta scelta la meta, tu come procedi all’organizzazione del viaggio? Pianifichi nei minimi dettagli (con tanto di software per la posizione del sole e ore di golden e blue hour) ogni scatto, o “vagabondi” in cerca di idee?

Credo che vagabondare nella natura con il cavalletto in spalla e le cuffie nelle orecchie sia stato il motivo per cui abbia iniziato a dedicarmi seriamente alla fotografia di paesaggio.

È qualcosa che consiglio a tutti, perché è davvero un modo per ritrovare se stessi, cosa che servirà sicuramente dopo nella fase di scatto. Purtroppo, però, dopo un po’ mi sono accorto che andare a caso significa quasi sempre fallire nel catturare il momento magico che andiamo cercando, perché lasciamo letteralmente tutto al caso. Se la fortuna è cieca, sulla sfiga… lo sai.

Pianificare così diventa una necessità perché, a meno che non abbiamo davvero dei giorni da perdere e null’altro da fare nella vita, se stiamo una settimana in Scozia a far foto, vogliamo essere al posto giusto al momento giusto, è innegabile.
Iceland - Francesco Gola
Se vai in Islanda ad Agosto per fotografare l’Aurora boreale, probabilmente al ritorno venderai tutta la tua attrezzatura dal nervoso, perché ad Agosto l’aurora non la vedrai sicuro dato che ci sono 24 ore di luce. Così come se decidi di fotografare un tramonto sul mare in Costa Azzurra in estate, perché il sole ti tramonta alle spalle. O come se ti metti in testa di fotografare un maestoso faro in tempesta in Bretagna, quando a causa della bassa marea potresti raggiungerlo a piedi.
Queste sono tute cose che puoi sapere prima, e ormai con una facilità disarmante. E saperle ti permette di scegliere non solo la meta più adatta al periodo a disposizione, ma anche di adattarti agli imprevisti che, quasi certamente, dovrai fronteggiare una volta arrivato in campo, perché nessun piano di battaglia resiste al primo colpo di cannone.
Pianificare non significa portare a casa lo scatto, ma massimizzare le possibilità che hai di farlo.
Infatti è bene ricordarsi e accettare sempre e comunque l’unica regola che governa davvero la fotografia di paesaggio: per quanto tu possa pianificare, Madre Natura è sempre al comando.

Lo zaino di un paesaggista tende a riempirsi facilmente tra ottiche, corpi macchina e accessori vari. Tu come gestisci la tua attrezzatura? Meglio viaggiare leggeri, o meglio avere sempre tutto con sé onde evitare imprevisti?

Il mio approccio nell’attrezzatura è sempre stato molto minimal per diversi motivi.

Il primo è quello della praticità: fare lunghe passeggiate a piedi con chili e chili sulle spalle è davvero una tortura spesso non necessaria, soprattutto quando scoppia il temporale e devi correre a cercare un riparo. In linea generale, non porto mai un corpo macchina di scorta, poiché credo che il livello di affidabilità raggiunto dalle attuale macchine sia tale da garantire una ragionevole sicurezza; e poi non sono mica su una slitta trainata da cani per un viaggio di due mesi al Polo Nord!

Per quanto riguarda gli obiettivi, invece, per me è una scelta mentale. Utilizzo infatti solo due lenti a focale fissa: uno Zeiss 18mm (la mia lente primaria) e uno Zeiss 21mm (quello che affettuosamente chiamo “il teleobiettivo”). Se setti il tuo cervello solo a una o due focali, già camminando nella location di scatto sarai infinitamente avvantaggiato a trovare la composizione giusta, perché il tuo cervello comincerà ad elaborare la scena con quel “poco” che hai a disposizione, invece che autogiustificarsi dicendo “vabè, una zoommata e qualcosa si trova sicuro”. Salvare spazio in obiettivi e corpi macchine mi permette poi di portare una ragionevole abbondanza di accessori, che facilmente possono creare qualche problema per la loro natura poco affidabile.

Scotland - Francesco GolaBatteria di scorta, memory card addizionali, telecomandi di scatto remoto, torce e pile di ogni genere mi assicurano di non restare “a piedi” sul più bello.

Indispensabili per la fotografia di paesaggio i filtri. Anche qui stesso approccio: pochi ma buoni. Non servono mille gradazioni, ne servono due o tre; l’importante è che siano di qualità eccellente, per non andare a vanificare un nostro viaggio epico con attrezzatura da migliaia di euro, in un banale scatto fatto con un fondo di bottiglia che rende tutto opaco.

Infine, anche qui ricorda una legge fondamentale, il Paradosso della Scelta: più attrezzatura abbiamo a disposizione, più faremo fatica a scegliere quale utilizzare.
Insomma, penso che uno zaino snello permetta di mantenere snella e fresca anche la mente.

In base all’attrezzatura, quindi, bisogna scegliere il modo più adatto per portarsela con sé. Tu usi uno zaino, una tracolla, o qualche prodotto che ancora noi non conosciamo?

Non ho ancora trovato il Santo Graal degli zaini, ma penso comunque che lo zaino sia la soluzione migliore per questo genere fotografico. Uno zaino permette di organizzare bene l’attrezzatura per non perdersi a cercare quello che ci serve una volta in campo, oltre che distribuire correttamente il peso sulle spalle quando facciamo lunghe passeggiate. Tracolla, Sling Bag e altre soluzioni sono sicuramente ottime per le uscite in città, ma non per la paesaggistica.

Il vero problema è trovare uno zaino davvero adatto alle proprie esigenze. Se ne stai cercando ancora uno, ti suggerisco di focalizzarti su tre aspetti secondo me essenziali: possibilità di configurare a piacere gli spazi all’interno (e ancor meglio, magari dotato di una unità interna removibile), impermeabilità e adeguato supporto lombare. Ricorda inoltre che alle compagne aeree ben poco interessa se nel tuo zaino fuori misura massima c’è una preziosa reflex o un sacco di patate: va in stiva senza passare dal via. Evita dunque zaini con colori troppo appariscenti per attirare l’attenzione di qualche nazihostess e assicurati che le dimensioni esterne siano all’incirca compatibili con le dimensioni massime della compagnia aerea (circa, perché all’italiana, forzando un po’, qualche centimetro si recupera sempre!).

Ultima domanda, molto libera: lascia un consiglio ai lettori, su come affrontare al meglio la fotografia di paesaggio. 

Credo che il miglior modo di affrontare la fotografia di paesaggio sia con il cuore e con la mente, non con l’attrezzatura.

La migliore reflex, il più nitido degli obiettivi, il più stabile dei cavalletti ti restituiranno solo delle belle cartoline se tutto quello che ti limiti a fare è applicare la teoria imparata.
Non mi ricordo di aver realizzato una buona immagine solo perché di fronte a me c’era un tramonto spettacolare o la tempesta perfetta, ma ricordo esattamente l’emozione che ho provato mentre stavo catturando ogni scatto che poi ho deciso di pubblicare.
Nel momento in cui riuscirai a trasferire quello che provi alla tua macchina fotografica, allora sarai in grado di chiudere quel cerchio iniziato magari, davvero, con un’idea sotto la doccia e, per un istante, sarai tutt’uno con tutto quello che ti circonda.

Ho sempre lavorato per quell’istante, e credo non ci sia miglior obiettivo da provare a perseguire per ogni fotografo di paesaggio.

Spain - Francesco Gola

Puoi seguire Francesco:
Sul suo sito: francescogola.net

 

Lorenzo

Fotografia
Et voilat! Foto di paesaggio… Tâac!

ALBA A TELLARO – © ENRICO STEFANELLI

16/04/2014
Simone Conti
7 commenti ]

Et voilat! Foto di paesaggio… Tâac!

Era da tanto che non mi divertivo così a realizzare foto di paesaggio! La fotografia di paesaggio è, in genere, arte per lupi solitari. Si cammina, magari per ore, “cammellando” tanta attrezzatura per raggiungere lo spot individuato. Poi si inizia a scattare in solitudine, magari ascoltando un po’ di musica o semplicemente il canto della natura.

I workshop di Fotografia Professionale sono generalmente piuttosto divertenti oltre che istruttivi, almeno così mi dicono i vari partecipanti che spesso tornano a frequentarne altri. Io mi diverto, certo può essere faticoso, ma è un gran piacere realizzarli. Se così non fosse credo proprio che non ci sarebbe tutto l’entusiasmo che in genere li accompagna. LEGGI TUTTO >>

Tecnica Fotografica
Lo scatto di paesaggio: 5 “regole” che ogni tanto si dimenticano

OLTREMARE – © FRANCESCO GOLA

09/02/2014
Simone Conti

Lo scatto di paesaggio: 5 “regole” che ogni tanto si dimenticano

Non sono mai stato un grande amante della foto di paesaggio. La trovavo noiosa. Solo la luce del sole, nulla che si potesse costruire, dovere sottostare ai tempi e ai modi della natura… orribile non poter “fare la luce”, ma doverla solamente “subire”.

Qualche tempo fa ho avuto modo di visitare una terra meravigliosa, l’Islanda e il mio rapporto con la fotografia di paesaggio è cambiato. Mi sono appassionato maggiormente a questa tipologia di scatto.

Mi dirai: «Bella fatica! In un posto così… come non appassionarsi?»

The Wreck - © Francesco Gola
The Wreck – © Francesco Gola

Vero! Tornato nella monotona e piatta pianura Padana, ho realizzato che l’approccio che avevo in passato con la foto di paesaggio era sbagliato. Capito questo ho iniziato a trarne piacere. Quello che ho capito è che nonostante non possa “fare la luce” come vorrei, la luce si può cercare invece di subirla passivamente.

Con questo articolo vorrei parlarti di due argomenti che, per me, sono intimamente legati quando si parla di paesaggio:

  1. Francesco Gola
  2. le mie 5 regole non dette sulla fotografia di paesaggio

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