News ed Eventi
Le mostre fotografiche di Agosto 2019

© STEVE MCCURRY

01/08/2019
Francesca Pone

Le mostre fotografiche di Agosto 2019

Tutte le mostre fotografiche in Italia a Agosto 2019!

(se vuoi segnalarci altre iniziative, scrivi un commento e le aggiungeremo alla lista)

 

 

* I n  C h i u s u r a *

 

Letizia Battaglia. Fotografia come scelta di vita

Fino al 18 Agosto

Casa dei Tre Oci – Venezia

https://www.themammothreflex.com/grandi-fotografi/2018/12/19/letizia-battaglia-mostra-fotografia-venezia/

 

Franco Fontana. Sintesi

Fino al 25 Agosto

Palazzo Santa Margherita – Modena

https://zero.eu/it/news/una-grande-mostra-omaggio-a-franco-fontana-a-modena/

 

 

* I n  C o r s o *

 

Helmut Newton

Fino al 1° Settembre

Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea – San Gimignano

https://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_1279130208.html

 

Tina Modotti

Fino al 1° Settembre

Palazzo Bisaccioni – Jesi

http://www.arte.it/calendario-arte/ancona/mostra-tina-modotti-fotografa-e-rivoluzionaria-59247

 

Berenice Abbott. Topographies

Fino all’8 Settembre

Palazzo delle Paure – Lecco

https://lecconotizie.com/cultura/le-fotografie-di-berenice-abbott-in-mostra-a-palazzo-delle-paure/

 

Nobuyoshi Araki. Araki’s Paradise

Fino al 30 Settembre

Santa Maria della Scala – Siena

https://www.santamariadellascala.com/it/mostre/effetto-araki/

 

Animals. Steve McCurry 

Fino al 6 Ottobre

Centro Saint Bénin – Aosta

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/2/mostre/aosta/animals-di-steve-mccurry/76780

 

 

Buone mostre 🙂

 

Francesca

Storia della fotografia
Storia della Fotografia: Ansel Adams

ANSEL ADAMS

17/07/2019
Francesca Pone

Storia della Fotografia: Ansel Adams

Eccoci di nuovo con il nostro appuntamento tutto dedicato alla Storia della Fotografia 🙂

Non te ne sarai mica dimenticato perché troppo preso dalle ferie, vero?! ⛱

Oggi parliamo di…

Ansel Adams!

 

 

 

Ansel Adams
Ansel Adams

 

 

Ansel Adams potrebbe essere definito uno dei padri fondatori della fotografia paesaggistica, un fotografo da idee e stili innovativi che ancora oggi riscuotono grande successo.

Adams nasce nel 1902 a San Francisco e, a pochi anni dalla sua nascita, conosce sulla propria pelle l’inaudita violenza e forza che può avere la natura: nel 1906, infatti, il Paese fu scosso da un violento terremoto che segnò la sua vita… e il suo volto!

Fu proprio durante questo accaduto, infatti, che Adams cadde e si fratturò il naso; questo gli causò una deformazione del setto nasale, che lo contraddistinguerà per il resto dei suoi giorni.

 

Ansel non dimenticò mai la brutale forza della natura e, pian piano, si innamorò letteralmente della sua maestosità.

 

 

Fotografia di Ansel Adams
Fotografia di Ansel Adams

 

 

La sua relazione con la Fotografia iniziò a 14 anni, quando ricevette in regalo una Kodak Brownie, e visitò il Yosemite National Park per poter immortalare i suoi primi paesaggi.

La grande passione per la fotografia, per i paesaggi e la natura sarà la costante eterna che caratterizzerà la vita di Ansel Adams.

 

 

Non ci sono regole per una buona foto, ci sono solo buone fotografie

 

 

Ansel non era uno studente modello, anzi.

Non amava andare a scuola e a 17 anni si rivelò un pessimo studente.

 

Dopo essere guarito dall’influenza spagnola che aveva ucciso milioni di persone, Ansel Adams si iscrisse al Sierra Club, un’organizzazione ambientalista che si occupava di pianificare e progettare gite annuali alla scoperta della natura: fu in quelle occasioni che il fotografo raccolse grandi scatti e perfezionò, man mano, la sua tecnica fotografica e i suoi scatti… Rigorosamente in bianco e nero 😉

 

Lo stile di Ansel Adams è unico, delicato, dall’aspetto pittoresco. A piccoli passi, il fotografo si immerge in un contesto naturale, lo scopre, ne mette in luce i propri particolari, lo immortala e lo presenta all’osservatore implicito come un soggetto mai stravolto, consueto.

 

 

Fotografia di Ansel Adams
Fotografia di Ansel Adams

 

 

Uno dei momenti più importanti della carriera e della storia di Ansel Adams è la fondazione del gruppo f/64 nel 1932.

Il nome è dovuto alla minima apertura del diaframma, una tecnica sì complessa ma che permette di allargare la profondità di campo riducendo lo sfumato dello sfondo e risaltandone i dettagli.

Questa, infatti, è una delle regole della fotografia paesaggistica tanto cara ad Adams 🙂

 

Nel frattempo, il fotografo continuò a prendere parte alle escursioni organizzate dal Sierra Club e, nel corso degli anni, molti dei suoi scatti divennero fonti ufficiali per mettere in luce alcune problematiche ambientali.

Ansel, infatti, era in grado di dare vita a fotografie vere e senza filtri, essenziali per poter far conoscere al mondo come la natura si stava evolvendo.

 

 

Fotografia di Ansel Adams
Fotografia di Ansel Adams

 

 

 

Ho sempre pensato che la fotografia sia come una barzelletta: se la devi spiegare non è venuta bene

 

 

Ancora oggi, Ansel Adams è molto studiato nelle scuole di Fotografia per l’invenzione del sistema zonale.

Si tratta di una tecnica nata per la fotografia in bianco e nero, che oggi può essere usata sia dalla fotografia digitale che da quella analogica. Questa tecnica prevede lo studio dell’esposizione per sviluppare tutta la sfera di toni che fanno parte di una scena.

Lo scopo della tecnica è quello di offrire un’immagine il più fedele possibile a quella reale, oltre che facilitare il lavoro del fotografo durante il settaggio della macchina fotografica.

 

 

Fotografia di Ansel Adams
Fotografia di Ansel Adams

 

 

Nella sua vita non si occupò solo di ritrarre la tanto amata natura, ma si dedicò anche a qualche reportage: uno dei più importanti fu quello realizzato durante la visita al Manzanar War Relocation Center, dove vennero internati tutti i nippo-americani durante l’attacco bellico di Pearl Harbour.

Ansel Adams visitò il centro e documentò le serene condizioni di vita dei nippo-americani, totalmente diverse rispetto a quelle documentate qualche anno prima dalla fotografa Dorothea Lange.

Le foto di Adams vennero poi esposte al MoMa di New York e non si risparmiarono a critiche e polemiche a causa dell’avanzare della Seconda Guerra Mondiale e del risentimento provato dagli americani nei confronti dei loro connazionali.

 

 

Fotografia di Ansel Adams
Fotografia di Ansel Adams

 

 

Secondo Ansel, la fotografia è il riflesso del proprio autore.

Più studi, più leggi, più ascolti musica e scatterai fotografie, più sarai in grado di fare la differenza nel tuo campo ed emergere.

Nessuno potrà mai ottenere la tua stessa fotografia, perché questa non è solo frutto di settaggi o di luce, ma è soprattutto frutto dell’anima del fotografo 🙂

 

Grazie alle sue fotografie, Adams è stato in grado di raccontarci la maestosità e la grandezza della natura. Tutto questo senza emozioni vere e proprie da immortalare, ma solo da farci provare.

Le sue foto ci parlano e ci raccontano quella che nel tempo è stata ed è la natura, oggi un tema a noi così caro e tutt’altro che banale 🙂

 

 

L’assoluta facilità con cui possiamo produrre un’immagine banale porta spesso ad una totale mancanza di creatività

 

 

Francesca

Interviste
Intervista a Nicola Montanari

FOTOGRAFIA DI NICOLA MONTANARI

12/07/2019
Francesca Pone

Intervista a Nicola Montanari

Negli scorsi mesi abbiamo lavorato assieme al fotografo Nicola Montanari per la realizzazione dei nuovi video-corsi sulla fotografia di ritratto 🙂

 

Siamo entusiasti dei nuovi progetti e non vediamo l’ora di farteli vedere.

 

E assieme a noi, anche Nicola Montanari 😉

Tra uno shooting e l’altro, ho potuto conoscerlo un po’ più a fondo…

 

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News ed Eventi
Le mostre fotografiche di Luglio 2019

CHRIS STEELE-PERKINS, JAPAN

02/07/2019
Francesca Pone

Le mostre fotografiche di Luglio 2019

Tutte le mostre fotografiche in Italia a Luglio 2019!

(se vuoi segnalarci altre iniziative, scrivi un commento e le aggiungeremo alla lista)

 

 

* I n  C h i u s u r a *

 

Chris Steele-Perkins. Japan 

Fino al 21 Luglio

Magazzini fotografici – Napoli

http://www.magazzinifotografici.it/japan-di-chris-steele-perkins-magnum-photographer/

 

 

Ferdinando Scianna. Viaggio, memoria, racconto

Fino al 28 Luglio

GAM – Palermo

https://www.gampalermo.it/museo/mostre/ottobre-2005-oggi/625-scianna-2019.html

 

 

* I n  C o r s o *

 

 

Letizia Battaglia. Fotografia come scelta di vita

Fino al 18 Agosto

Casa dei Tre Oci – Venezia

https://www.themammothreflex.com/grandi-fotografi/2018/12/19/letizia-battaglia-mostra-fotografia-venezia/

 

Franco Fontana. Sintesi

Fino al 25 Agosto

Palazzo Santa Margherita – Modena

https://zero.eu/it/news/una-grande-mostra-omaggio-a-franco-fontana-a-modena/

 

Helmut Newton

Fino al 1° Settembre

Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea – San Gimignano

https://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_1279130208.html

 

Tina Modotti

Fino al 1° Settembre

Palazzo Bisaccioni – Jesi

http://www.arte.it/calendario-arte/ancona/mostra-tina-modotti-fotografa-e-rivoluzionaria-59247

 

Berenice Abbott. Topographies

Fino all’8 Settembre

Palazzo delle Paure – Lecco

https://lecconotizie.com/cultura/le-fotografie-di-berenice-abbott-in-mostra-a-palazzo-delle-paure/

 

Nobuyoshi Araki. Araki’s Paradise

Fino al 30 Settembre

Santa Maria della Scala – Siena

https://www.santamariadellascala.com/it/mostre/effetto-araki/

 

 

Buone mostre 🙂

 

Francesca

News ed Eventi
Adobe ti costringe ad aggiornare: facciamo chiarezza

22/05/2019
Francesca Pone

Adobe ti costringe ad aggiornare: facciamo chiarezza

Negli ultimi giorni è iniziata a circolare una notizia da parte di Adobe che ha preoccupato diversi utenti.

Alcuni di voi ci hanno scritto per avere informazioni in merito: cerchiamo, allora, di fare chiarezza sulla tempesta che ha colpito le vecchie suite Creative Cloud 😉

 

 

È stata una semplicissima mail da parte di Adobe a spaventare gran parte degli utilizzatori: l’azienda, infatti, sta comunicando agli utenti delle vecchie versioni di Adobe Creative Cloud che non dispongono più della licenza per utilizzare il pacchetto. Se intendono ancora fruirne, allora devono aggiornare la suite alle versioni più recenti.

Ma quello che più ha spaventato i clienti non è tanto il dover aggiornare la suite, accettando anche costi più elevati, bensì l’avviso da parte di Adobe di poter incorrere in potenziali denunce da terze parti per l’utilizzo (senza permesso) del software non aggiornato.

 

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Post-produzione
Una goccia alla volta: la post per lo Still Life Beverage

UNO STILL LIFE BEVERAGE DI GIORGIO CRAVERO

07/05/2019
Simone Poletti

Una goccia alla volta: la post per lo Still Life Beverage

La Post-Produzione per lo Still Life Beverage: una disciplina fra la meditazione e la velocità.

Faccio una premessa: la post e il vino sono due delle mie passioni più grandi, quindi questo articolo sarà pieno di doppi sensi fra bevande (da meditazione) e post (da sorseggiare). Perdonami 🙂

Oltre a fare il ritoccatore e ad aiutare i fotografi a far pace con la post, sono un appassionato di fotografia. Amo i ritratti e tutto ciò che è foto in studio, ma quando mi mettono davanti un oggetto con cui giocare e un kit di luci da poter torturare, lì davvero mi diverto come un matto.
Anche perché lo Still Life si adatta perfettamente al mio modo di fare post e alle cose che amo di più nel ritocco.
La post per lo Still Life è una roba da ossessivi compulsivi del pixel, fatta di precisione, tecnica e pazienza. Di superfici da pulire, colori da uniformare e portare perfettamente “a cromia”, oggetti da regolare, drizzare, rendere perfetti. Curve da lisciare, riflessi da eliminare o enfatizzare, una quantità spropositata di tracciati, maschere, gruppi e piccole regolazioni quasi impercettibili.

La post per lo Still Life Beverage porta tutto ad un livello superiore: è più difficile, più tecnica, più divertente e più appassionante!

Fare post per lo Still Life Beverage vuol dire avere un rapporto quasi simbiotico fra ritoccatore e fotografo: il lavoro dell’uno è determinante per quello dell’altro ed entrambi definiscono il risultato finale con la qualità del loro intervento.

Questo significa che il fotografo deve scattare il meglio possibile, curando ogni minimo dettaglio e confrontandosi spesso con il ritoccatore per decidere insieme cosa rifinire in post e cosa invece deve essere concluso già in scatto.

Alcune immagini, come lo splash di Aperol Spritz qui sopra, presuppongono l’uso di diversi scatti, preparati con attenzione e uniti in post per un risultato incredibile.

 

L’ingresso della post nella fotografia di Still Life (non solo di bevande), ha portato ad un incredibile aumento delle possibilità creative e della qualità del prodotto finale. Oggi sono possibili cose che semplicemente erano irrealizzabili senza l’intervento della post e gli stessi fotografi di still life scattano e “pensano” in modo diverso: con meno limiti, più velocità, più opportunità.

L’uso della post ha introdotto nello Still Life una serie di possibilità prima inimmaginabili: dal focus stacking agli effetti speciali come splash e composizioni di oggetti.

Oggi, anche grazie alla post, le immagini di still life sono più veloci da realizzare, più belle, più creative e alla portata di un maggior numero di fotografi.

Per questo è ancor più di prima fondamentale studiare, lavorare, esercitare e accrescere al massimo le proprie competenze per riuscire ad essere al top in un settore nel quale la qualità media dei professionisti è altissima e i migliori del mondo sfiorano vette incredibili.

Nel caso dello Still Life la solita frasetta da social “Sono tutti Fotografi” non vale proprio.

Se vuoi essere ad un livello da vero pro in questo settore devi diventare un fotografo di grande qualità e competenza tecnica e un ritoccatore con i controcazzi (scusa il termine, ma rende l’idea 😉 ).

 

Cosa serve per una post di qualità nello Still Life Beverage?

1. Fotografie di altissima qualità, concordate prima dell’inizio dei lavori

2. Conoscenza dei materiali e delle superfici

3. Capacità di realizzare tracciati super-precisi in brevissimo tempo

4. Capacità di interpretare la visione del fotografo e interpretarla al meglio

5. Velocità e precisione nella pulizia dell’immagine dai difetti

6. Competenza nella correzione colore

7. Gestione di luci, ombre e prospettive

8. Capacità di riprodurre effetti reali attraverso la post

1. Fotografie di altissima qualità, concordate prima dell’inizio dei lavori

Puoi essere il miglior ritoccatore del mondo, ma se gli scatti non sono di altissima qualità ti aspettano lunghe ore di lavoro scomodo e difficile per poi ottenere risultati discutibili. Sono il primo io ad accorgermene: quando lavoro sulle foto dei miei clienti (professionisti di alto livello), il lavoro è semplice, divertente e piuttosto veloce; quando invece creo immagini partendo da scatti miei (come fotografo sono un semplice appassionato), ho molte più difficoltà.

Una grande post non può sostituire un grande scatto.

 

2. Conoscenza dei materiali e delle superfici

Ogni materiale riflette la luce e si comporta in modo differente: non solo il fotografo, ma anche il ritoccatore deve saperlo. Altrimenti ci ritroviamo con vetri lucidi dai riflessi satinati, liquidi senza trasparenze, riflessioni su superfici a specchio ecc…

Se hai dubbi, prendi oggetti veri e guarda come reagiscono alla luce, come riflettono, come si specchiano. La Post deve, il più possibile, riprodurre effetti reali e veritieri: il modo migliore per ottenerli è “copiarli” dalla realtà (quando non è possibile ottenerli direttamente in scatto 😉 )

3. Capacità di realizzare tracciati super-precisi in brevissimo tempo

“Un tracciato è per sempre”.

Non l’ha detto Ansel Adams, l’ho detto io, ma rimane vero 🙂

Nello Still Life il tracciato è semplicemente l’unico modo sensato per separare parti dell’immagine in modo preciso, qualitativo e sempre editabile. Perché, come sempre, ogni cosa che fai in post deve essere sempre editabile e ripristinabile: devi sempre poter tornare indietro.

In un’immagine di Still Life possiamo avere anche 20/25 tracciati diversi, sono fondamentali e non ti pentirai MAI di aver preparato un tracciato in più.

Li odi? Vieni al mio workshop di Photoshop Base e farò in modo che scoppi l’amore! 😉

4. Capacità di capire la visione del fotografo e interpretarla al meglio

Capire quello che ha il fotografo in testa, che immagine ha in testa, quali sono per lui le caratteristiche imprescindibili e i difetti da eliminare.

Capire soprattutto qual è il messaggio che deve essere trasmesso, con quale tono e con che linguaggio.

Queste sono le cose che un ritoccatore DEVE saper fare. Ovviamente, se sei sia il fotografo che il ritoccatore, è molto più facile.

 

5. Velocità e precisione nella pulizia dell’immagine dai difetti

Esistono diverse tecniche per la pulizia e la correzione dei difetti, ognuno ha la sua preferita. Il mio consiglio principale è: trova il tuo modo, sii disposto a cambiarlo (io lo faccio piuttosto spesso), ma non lasciarti prendere dalle mode.

Per capirci: la “separazione delle frequenze” non è la soluzione ad ogni male e non è vero che è il metodo usato da TUTTI i ritoccatori professionisti. È vero però che può essere molto utile, mixata ad altre tecniche e che lo stesso metodo che utilizzi per correggere l’incarnato di una modella può essere usato per eliminare la polvere dal quadrante di un orologio o da un bicchiere.

Il tuo flusso di lavoro per l’eliminazione dei difetti deve essere:

1. Collaudato e a prova di bomba

2. Semplice per te (la semplicità è un fattore soggettivo, ma se usi un metodo che trovi astruso e non ti “calza” alla perfezione, meglio cambiarlo)

3. Deve preservare la texture dei materiali

4. Deve permetterti risultati di qualità altissima in tempi brevi

 

6. Competenza nella correzione colore

La correzione del colore è un fattore importantissimo in ogni tipo di Still Life. Soprattutto quando devi metter insieme scatti realizzati magari con luci leggermente diverse (per enfatizzare un dettaglio rispetto ad un altro) devi essere in grado di uniformare cromaticamente e tonalmente ogni parte dell’immagine.

7. Gestione di luci, ombre e prospettive

Conoscere il modo di muoversi della luce e delle ombre, per poter riprodurre certi effetti in post, è importantissimo.

Come è fondamentale conoscere la prospettiva e il funzionamento dei piani prospettici e focali. Per questo consiglio sempre ai miei ritoccatori di fare un corso di disegno: le regole del disegno sono le stesse che dovrai rispettare nella composizione di un’immagine digitale.

8. Capacità di riprodurre effetti reali attraverso la post

Nelle composizioni Beverage, come nelle immagini ambientate, può essere necessario ricreare effetti che in scatto non abbiamo potuto ottenere: dalle ombre di oggetti inseriti in un secondo momento a gocce d’acqua, fumo, ecc…

La soluzione migliore è sempre quella di avere uno scatto da montare, ma a volte capita che, per problemi di tempo o di disponibilità, si debba fare di necessità virtù. A quel punto, un po’ di esperienza e una bella banca di effetti e immagini pronte all’uso (raccolte nel tempo) può salvarti la vita 😉

Queste sono, secondo me, le cose che ti servono per una post da Pro nello Still Life Beverage, ma sono sicuro che ce ne possano essere tante altre: scrivi nei commenti quelle che vengono in mente a te 😉

Se vuoi diventare un Pro della Fotografia Still Life, non posso che consigliarti la Masterclass con Giorgio Cravero, a partire dal primo video-corso, dedicato proprio alla Fotografia di Beverage!

 

Ci sentiamo al prossimo articolo o al prossimo corso di FotografiaProfessionale!

A presto 🙂

 

Simone Poletti

Interviste
La visual engineering di Steve Giralt

STEVE GIRALT

30/04/2019
Francesca Pone

La visual engineering di Steve Giralt

Il mondo della comunicazione si sta evolvendo e, con esso, anche le tecnologie e i processi stanno cambiando. Il tempo ha dato vita a nuove tecnologie che sono entrate, sempre più, a far parte della nostra vita: parliamo dei bracci robotici sì, ma non solo.

Steve Giralt, visual engineer, ha sfruttato questi nuovi processi per ripensare e ricreare gli schemi della fotografia e del video: dall’incontro fra ingegneria e fotografia sono nati contenuti mai visti, dinamici ed unici e Steve ha lasciato campo libero alla propria creatività creando nuovi modi di vedere il quotidiano.

Così sono volata dall’altra parte dell’oceano (solo con la testa, purtroppo) e ho fatto qualche domanda a Giralt e al suo modo tutto innovativo di dedicarsi alla fotografia.

 

 

Steve Giralt
Steve Giralt

 

FP: Raccontati: chi è Steve Giralt?

SG: Nato da subito come fotografo, sono diventato poi un regista ed infine mi sono affermato come visual engineer.

Sono originario di Miami, ma poi ho lasciato la città per studiare fotografia pubblicitaria al college, presso il Rochester Institute of Technology di New York.

 

FP: Quando e come è cominciata la tua professione da fotografo?

SG: Faccio parte della prima generazione di cubani-statunitensi di Miami. Ho avuto per la prima volta tra le mani una macchina fotografica al liceo, quando realizzavo qualche scatto durante gli eventi sportivi scolastici. Ho apprezzato il poter acquisire competenze in camera oscura e mi sono innamorato della magia della fotografia.

 

 

Dopo il liceo ho trovato lavoro come fotografo per realizzare ritratti per gli annuari scolastici, ma poco dopo ho lasciato per poter studiare fotografia a New York.

Così, concluso il college, mi sono trasferito di nuovo per poter affiancare altri fotografi ed iniziare a realizzare shooting per alcuni magazine. Pochi anni dopo, ho iniziato a dedicarmi alla fotografia di prodotto e ho avviato il mio primo studio a Manhattan: con il passare del tempo, ho cominciato a fotografare sempre di più, ad ottenere commissioni sempre più importanti e a realizzare grandi lavori pubblicitari. Sono davvero innamorato del lavoro che faccio: trovo affascinante il dover risolvere problemi.

 

FP: Da chi hai tratto ispirazione per realizzare i tuoi lavori e creare questo stile unico? Quali sono le tue icone di riferimento?

SG: Mi sono sempre ispirato più ai film che ad altri fotografi: quando guardo dei film, ne esco sempre ricco di tante nuove idee da poter realizzare nei miei scatti. Penso a Stephen Spielberg, a Tony Scott, ai fratelli Coen, Peter Jackson, Quentin Tarantino e molti altri.

 

FP: Ho visto che realizzi sia fotografie che video commerciali. Credi che foto e video siano due campi distinti o dipendenti l’uno dall’altro?

SG: Penso che la linea sottile che prima separava fotografia e video, in realtà, ora sia scomparsa completamente. Per me sono un’unica cosa: spesso io penso ad una storia per poterla prima raccontare con il video e poi anche con la fotografia.

 

FP: Che formazione hai seguito per arrivare ad essere chi sei oggi?

SG: Dopo aver studiato fotografia pubblicitaria, ho seguito e seguo tutt’ora alcuni corsi che sono stati di grande influenza per permettermi di fare il lavoro che faccio oggi. Ho partecipato a corsi di saldatura, di lavorazione del legno, realizzazione di circuiti elettronici e alimentatori; poi ho appreso come utilizzare software come Arduino e Maya e tanto altro.

Ho utilizzato tutte queste nozioni acquisite assieme alle mie conoscenze di fotografia per raccontare le storie che racconto oggi.

 

 

FP: Da dove nasce la definizione “Visual Engineering” e cosa significa?

SG: “Visual Engineering” descrive per me il lavoro che faccio e amo svolgere bene. Ho combinato insieme tecnologie ingegneristiche con tradizionali tecniche di fotografia e di video making per raccontare storie.

Penso che la storia che creiamo e come progettiamo uno strumento o un metodo abbiano una grande rilevanza nel modo in cui raccontiamo. Raramente utilizzo gli stessi strumenti e metodi due volte, cerco di innovare costantemente il modo in cui fotografiamo i diversi soggetti; questo vale sia per i miei progetti personali che per i lavori che ci commissionano.

 

FP: Che valore aggiunto dà l’applicazione dell’ingegneria agli effetti speciali che utilizzi in fotografia e video? Da dove nasce quest’idea?

SG: L’applicazione di nozioni ingegneristiche ci permette di catturare effetti visivi e punti di vista che non si sono mai potuti vedere prima. Ci permette anche di ottenere scatti più proficui dato che si commettono meno “errori umani” quando i robot fanno la parte più grossa del lavoro.

 

FP: Cosa significa dover lavorare con dei bracci robotici? Come ti trovi a lavorare con loro e quali funzioni hanno sul set?

SG: Amo i robot e nel mio studio utilizzo alcuni bracci robotici come miei fedeli assistenti: il braccio Bolt lo utilizzo per i movimenti di camera ad alta velocità, mentre gli altri due sono impiegati per muovere le luci o per realizzare movimenti in cui è necessaria tanta precisione. I bracci robotici mi permettono di avere tanta precisione e controllo sul set: io li programmo e loro fanno esattamente quello che chiedo loro di fare.

 

 

 

FP: Cosa c’è dietro la realizzazione di uno scatto fatto con l’aiuto di un braccio robotico? Sul set lavorano con te altre persone?

SG: In base alla tipologia di lavoro che c’è da fare, utilizzo i bracci robotici oppure vengo affiancato solo dal mio team. Ci sono lavori per i quali non utilizzo alcun robot e tutto quello che si vede è realizzato da persone in carne ed ossa: dipende tutto da qual è la storia che stiamo cercando di raccontare.

Sul set comunque ci sono sempre i ragazzi del mio team ad assistermi, non importa quanti robot ci siano.

 

FP: Molte delle tue foto presentano esplosioni di colori, di liquidi, fiamme. Come gestisci tutto questo su un set? Realizzi tutto con l’ausilio dei bracci robotici?

SG: Di solito per queste cose non utilizziamo i robot, ma utilizziamo strumenti realizzati appositamente per l’occasione e l’effetto che desideriamo ottenere. I bracci robotici ci sono di notevole supporto, invece, quando dobbiamo utilizzare fuoco e fiamme: in questi casi la sicurezza delle persone sul set è molto importante.

 

FP: Ti occupi personalmente dello styling del set o hai delle figure apposite che lo fanno per te? Come studi la preparazione di un set?

SG: Sul set, al mio fianco, c’è sempre una grande varietà di stylist: food stylist, prop stylist, costruttori di scenografie. Lavoriamo in stretta collaborazione per essere certi che i risultati finali siano perfettamente quelli desiderati e ipotizzati durante la fase di creazione dello scatto.

 

 

 

FP: Qual è il tuo rapporto con la post-produzione? Te ne occupi personalmente?

SG: Mi occupo personalmente della post-produzione del materiale che condivido sul mio profilo Instagram, ma per tutti i lavori che realizziamo commissioniamo la post-produzione a professionisti del settore: dobbiamo essere sicuri che quello che abbiamo immortalato sul set diventi una fantastica storia da “leggere” sullo schermo. La post-produzione è molto importante per fornire agli scatti un valore aggiunto.

 

FP: Che consigli daresti a chi vuole iniziare ad osare e ottenere questi effetti nella fotografia e nel video?

SG: Prima di tutto, bisogna essere sicuri di star utilizzando gli effetti speciali giusti per ottenere il risultato tanto sperato. Anche gli effetti devono essere in grado di aggiungere valore alla storia che stai cercando di raccontare. All’inizio bisogna acquisire dimestichezza con gli effetti speciali più semplici, poi man mano si possono complicare i giochi. Se quel che stiamo realizzando è pericoloso, bisogna essere ancora più attenti per evitare che nessuno si faccia del male sui set.

 

FP: C’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti dirmi di te?

SG: Una cosa davvero unica del mio lavoro è che spesso costruisco io stesso le luci che utilizzo sul set: lavoriamo spesso con l’high speed camera Phantom ad alti frame rates e questo richiede grandi quantità di luce senza sfarfallii.

Principalmente mi definisco uno storyteller ed un regista; spesso le persone pensano che io trascorra il mio tempo a realizzare tutte le tecnologie e gli strumenti del set, ma in realtà ho una persona che lavora per me e che fa la maggior parte del lavoro. Io do vita ai concetti principali delle storie che stiamo per raccontare e propongo le tecnologie che dovremmo realizzare per rendere quelle storie realtà, ma raramente sono quello che costruisce tutto.

 

FP: Grazie mille Steve per la tua intervista, a presto!

 

Puoi scoprire l’arte di Steve Giralt sui suoi canali social:

Sito web

Instagram

Youtube

Vimeo

 

Francesca

Interviste
Stefano Oppo: mantenersi con la fotografia stock

FOTOGRAFIA DI STEFANO OPPO

18/03/2019
Francesca Pone

Stefano Oppo: mantenersi con la fotografia stock

Manca davvero poco al Photography PRO Day 🙂

Stefano Oppo, fotografo stock, sarà uno degli otto magnifici relatori di quest’edizione.

Se ancora non conosci il mondo della fotografia stock, non puoi assolutamente perderti la nostra chiacchierata 😉

Stefano Oppo
Stefano Oppo

 

 

FP: Ciao Stefano, innanzitutto grazie per l’intervista. Raccontaci chi sei!

 

Sono Stefano Oppo e sono un fotografo e videomaker professionista da oltre trent’anni 🙂

 

FP: Quando e come hai iniziato ad essere un fotografo stock? Ora lo sei a tempo pieno?

 

Ho iniziato nel 1995: l’agenzia fotografica di Milano per cui lavoravo distribuiva tramite cataloghi cartacei le immagini delle grosse agenzie di stock americane, tedesche e olandesi.

Quando decise di mettersi in proprio e di creare una collezione tutta Italiana, mi fece un contratto per realizzare 50 produzioni. Probabilmente sono stato il primo fotografo a realizzare produzioni di stock a Milano. Da lì poi sono stato contattato da agenzie con cui lavoro tutt’ora.

 

Fotografia di Stefano Oppo

 

FP: Come ti sei approcciato alla fotografia stock?

 

Inizialmente non è stato facile: dovevo fare tutto da solo, cercare truccatori promettenti che non facessero pagare troppo, dovevo trovare una stylist che portasse vestiti ma anche accessori e oggetti di scena e, soprattutto, dovevo trovare modelli a basso costo, in un periodo in cui i modelli a Milano costavano davvero tanto.

 

FP: Quali sono i criteri con cui un’agenzia stock seleziona i propri fotografi?

 

Non è l’agenzia che sceglie i fotografi di stock, ma è il fotografo che decide se fare stock. È un mestiere che richiede molta costanza e molto impegno: conosco fotografi professionisti che sono stati contattati da grosse agenzie ma poi non hanno continuato, altri invece che non sono neanche fotografi hanno presentato i loro lavori ad un’agenzia e sono stati ingaggiati.

Fotografia di Stefano Oppo
Fotografia di Stefano Oppo

 

FP: Che consigli daresti a quelli che vogliono far diventare la fotografia stock una fonte di guadagno a tempo pieno?

 

Non scoraggiarsi se gli inizi sono poco promettenti: la fotografia di stock funziona come un volano, deve prendere velocità prima di decollare. Inoltre iniziare da soli è molto difficile perché i contenuti che vengono richiesti dal mercato sono difficili da individuare senza una esperienza specifica.

 

Fotografia di Stefano Oppo

 

FP: Come vedi il rapporto tra fotografia e post-produzione? Ti occupi personalmente della post dei tuoi scatti?

 

È un rapporto strettissimo: la post ha la stessa importanza che aveva una volta il laboratorio di sviluppo quando bisognava avere un amico sviluppatore per ottenere i risultati desiderati! Oggi bisogna saper utilizzare sia Lightrooom che Photoshop. Personalmente sono molto esigente e mi piace controllare tutte le fasi, dallo scatto alla post produzione. Se non fossi in grado di farmi la post da solo, allora dovrei trovare qualcuno coi miei stessi gusti estetici.

 

FP: Quali sono i soggetti che preferisci fotografare? E quelli più venduti tra le tue fotografie?

 

Mi piace molto fotografare le persone, infatti quelli sono anche gli scatti più venduti. Questo, però, non vuol dire necessariamente che siano quelle che fanno guadagnare di più…
Fotografia di Stefano Oppo

 

FP: Il 23 Marzo sarai al Photography PRO Day. Su cosa sarà impostato il tuo speech? Sei emozionato?

 

Non tutti conoscono il mercato della fotografia di stock, quindi parlerò di come si diventa fotografi di stock e di cosa bisogna fare per avere successo in quel campo, ancora oggi poco conosciuto 🙂

 

FP: C’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti dirmi?

 

La fotografia di stock è un mercato che, con poco impegno, permette di avere un introito mensile. Quanto grande dipende da noi, tutto sta ad iniziare 😉

 

FP: Allora ci vediamo il 23 Marzo, grazie Stefano!

 

Francesca

Interviste
Riccardo Pieri, fotografo di emozioni

FOTOGRAFIA DI RICCARDO PIERI

15/03/2019
Francesca Pone

Riccardo Pieri, fotografo di emozioni

Cosa significa fotografare matrimoni oggi?

Significa emozionarsi e dare vita ad un racconto personale, un reportage fedele fatto di stati d’animo, condivisioni e soprattutto persone che hanno reso meraviglioso il giorno più importante nella vita di una coppia 🙂

Tutto questo con uno stile personale e “fuori moda”.

Perché le mode passano, proprio come dice Riccardo Pieri 😉

Il 23 Marzo, Riccardo sarà uno dei relatori al Photography PRO Day 2019: in attesa del suo intervento, ho scambiato con lui qualche parola per capire com’è oggi la fotografia matrimonialista 🙂

 

Riccardo Pieri
Riccardo Pieri

 

FP: Raccontaci chi sei 🙂

Piacere, sono Riccardo!
Amo la vita, i viaggi e la mia famiglia. Tutto ciò che è naturale mi mette di buon umore per il semplice motivo che odio la finzione, dovuta ad ogni contesto.

Odio svegliarmi presto al mattino, rispondere in tempo reale ai messaggi, ma soprattutto odio i luoghi comuni.

Fare il fotografo per me vuol dire emozionarsi, scoprire e condividere: amo con tutto me stesso il mio lavoro, da sempre. Sono tra quelle persone fortemente convinte che se qualcosa va male nella nostra professione dipende quasi sicuramente da noi stessi e dal nostro approccio; dare la colpa agli altri è fin troppo facile e dannoso.

 

FP: Quando e come è iniziata la tua carriera da fotografo matrimonialista?

Sono fotografo matrimonialista dal 2012, è iniziato tutto per caso, o quasi.

Forte di questa passione ho deciso di lasciare il mio lavoro precedente per dedicarmi a tempo pieno al settore fotografico.
Inizialmente i dubbi mi perseguitavo ogni secondo, e ancora oggi, a distanza di quasi 7 anni non se ne sono andati. Credo che questo sia anche normale perché ogni giorno siamo costretti ad affrontare nuove sfide per fa si che la nostra professionalità resti tale.

 

Fotografia di Riccardo Pieri
Fotografia di Riccardo Pieri

 

FP: Cosa significa per te fare il fotografo matrimonialista oggi?

Tanto…veramente. Per chi ci affida il compito di raccontare uno dei giorni più importanti della vita dobbiamo avere sempre massimo rispetto e concentrazione unita, ovviamente, ad un’alta tecnica fotografica.

Con tutti i mezzi che ormai hanno a disposizione i nostri clienti, direi proprio che sono abituati a vedere ottime immagini, per cui dobbiamo cercare di stupirli, ma sopratutto emozionarli, con ogni mezzo possibile.

 

FP: Usi i social network? Sono utili nel lavoro di un fotografo?

Non usare oggi l’aiuto dei social network per mostrare e, soprattutto, promuovere la nostra attività, sarebbe veramente dannoso per la nostra professione. Attenzione, però, a non abusarne o a credere che possano sostituire la nostra personalità: questo ancora non è possibile. Ricordatevi un’altra cosa, forse la più importante: avere tanti like non significa che le nostre fotografie sono migliori rispetto ad altre con pochi.

 

FP: Come vedi il rapporto tra fotografia e post-produzione?

Credo che entrambi gli argomenti vadano di pari passo. Fotografare e post-produrre in un determinato modo ci permette di avere una precisa personalità in termini qualitativi del lavoro. Credo altrettanto fortemente che una pessima fotografia non potrà mai diventare bella grazie ad un’accurata fase di elaborazione, invece una buona fotografia grazie ad un’ottima post-produzione possa diventare vincente.

 

Fotografia di Riccardo Pieri
Fotografia di Riccardo Pieri

 

FP: Ti occupi personalmente della post-produzione dei tuoi scatti?

Assolutamente sì! Come ho detto in precedenza, fa parte del nostro modo di vedere la fotografia, in particolare quando riguarda un racconto personale; al contrario invece, se si tratta di scatti di Still Life oppure di architettura non avrei alcun dubbio, mi affiderei a chi meglio di me sa usare i vari programmi di elaborazione grafica.

 

FP: Che consigli daresti a chi vuole fare il fotografo matrimonialista oggi?

Bisogna avere uno stile proprio e fresco, senza trarre spunto dai tanti blog che si trovano in giro. Le mode passano, il vostro gusto non lo farà mai se lo tenete costantemente attivo.

 

Fotografia di Riccardo Pieri
Fotografia di Riccardo Pieri

 

FP: Il 23 Marzo sarai ospite del Photography PRO Day. Di cosa parlerai e quali strategie condividerai?

Sarà per me un grande onore prendere parte al Photography PRO Day e cercherò prima di tutto di trasmettervi la mia passione per la fotografia e vi darò qualche consiglio utile per intraprendere questa fantastica professione.

 

FP: C’è qualcosa che vorresti dirmi e che non ti ho chiesto?

Una cosa vorrei dirla: per fare questo lavoro dobbiamo essere prima in pace con noi stessi, altrimenti non possiamo certamente esserlo con gli altri e questo trasparirebbe dalle nostre foto.

 

Fotografia di Riccardo Pieri
Fotografia di Riccardo Pieri

 

FP: Ci vediamo il 23 Marzo allora 😉

 

 

Francesca 

Interviste
Emilio Tini e un modo nuovo di produrre Fotografia di Moda

FOTO DI EMILIO TINI

08/03/2019
Francesca Pone

Emilio Tini e un modo nuovo di produrre Fotografia di Moda

 

Quando ho iniziato la mia esperienza in FotografiaProfessionale, sentivo spesso parlare in ufficio di Emilio Tini per la sua fotografia nuova e fresca.

Emilio esprime se stesso attraverso i suoi scatti e descrive, a modo suo, ciò che gli si para dinnanzi alla macchina fotografica. La sua fotografia, specialmente con il suo nuovo progetto fotografico Fantastiche Visioni, è una ricerca dei volti che fanno parte di un’Italia in divenire, è una ricerca di ciò che va oltre la superficialità e lo scontato.

Ho avuto il piacere di intervistarlo per te e di conoscere più da vicino la sua fotografia 🙂

 

Emilio Tini
Emilio Tini

 

FP: Come nasce Emilio Tini fotografo? Raccontaci la tua storia.

 

ET: Sono cresciuto in un piccolo borgo medievale in Umbria dove la gente, se non fai le cose che fanno tutti, si spaventa e ti giudica. I miei, sin da bambino, mi hanno fatto crescere in maniera non standardizzata: mi proponevano un approccio personale alla vita, stimolando il protagonismo e la creatività, attraverso la costruzione di giochi a partire dagli oggetti più comuni come foglie, posate, buste e figurine di carta. Mi hanno fatto conoscere da giovanissimo l’arte in tutte le sue sfumature.

Da bambino mi sentivo un po’ alieno tra i miei coetanei. In realtà questo approccio mi ha permesso di avere un punto di vista originale, non scontato che poi mi è servito nella mia professione.

Ho iniziato in questa maniera a esercitare il mio sguardo, il pensiero e il gusto estetico e a soddisfare l’insaziabile fame per le immagini. Poi sono arrivati gli studi dove, oltre a formarmi delle basi solide ho imparato la disciplina, il sacrificio ma anche ad avere lo sguardo e la testa aperti a 360 gradi sul mondo. A diciotto anni ho avuto il privilegio di entrare all’ISIA di Urbino e ho scoperto la fotografia, in particolare Avedon e Bresson, e ne sono rimasto folgorato. Ho subito sposato quella chirurgia estetica di Avedon, quei bianchi e neri netti e amato la poesia e l’ironia, il modo di raccontare storie di Bresson. Ho cominciato allora, all’età di venti anni, a scattare.

Le immagini erano una declinazione di quello che vedevo: la traccia di questi due maestri filtrata attraverso la mia sensibilità. Avevo già le idee chiare di quello che volevo, di quello che doveva essere il mio stile: pulizia, rigore, sensualità, ironia.

 

Giuliano Fujiwara, foto di Emilio Tini (2013)

 

 

Negli anni successivi mi trasferii da Urbino a Milano per un master in Fotografia e per pagarmi le spese facevo da assistente a vari fotografi internazionali e nel frattempo scattavo i primi test per le agenzie di modelle. Le idee erano chiare: zero immagini noiose o già viste. L’ispirazione arrivava sempre dai miei maestri fotografici e dal mio vissuto.

Dopo due anni di lavoro da assistente con un book personale sotto braccio, provavo a bussare a tante porte ma nessuno mi apriva e mi liquidavano dicendo che le mie immagini non funzionavano e spesso aggiungevano che con quello stile strano non sarei mai andato da nessuna parte.

I sacrifici e la perseveranza per inserirmi in questo mondo erano vani. Tanto impegno e pochi risultati, sembrava che se non conoscevi gente influente non andavi ai cocktail party, alle serate di gala, in discoteca… Non potevi entrare in questo meccanismo. Mi sentivo demotivato e scoraggiato. Stavo lasciando Milano per tornare in Umbria, ero deciso a cambiare vita.

Poi Piero Piazzi, noto talent scout e direttore di Women Model Management, vedendo dei test che avevo fatto, mi fissò un appuntamento con la casa editrice Condè Nast. Andai al colloquio pensando all’ennesimo buco nell’acqua, invece furono così entusiasti del mio portfolio, fuori dal comune, che mi proposero sedici pagine per Vogue Gioiello con le top del momento ed i cappelli di Philip Treacy.

Da lì è cominciato tutto: le mie storie forti e creative ricche di staticità dinamica e ironia hanno iniziato a uscire in un circuito internazionale. Un agente mi ha contattato per rappresentarmi a livello internazionale ed è iniziata l’ascesa verso una carriera costellata di lavori importanti, realizzata senza raccomandazioni o giri disonesti. Questo mi rende fiero di me stesso e mi permette di guardarmi allo specchio, con soddisfazione, ogni mattina.

 

L'Officiel Italia, foto di Emilio Tini (2015)
L’Officiel Italia, foto di Emilio Tini (2015)

 

FP: Quali sono, se ci sono, i tuoi riferimenti stilistici, anche al di fuori della fotografia? Cosa ti emoziona e cosa ti appassiona?

 

ET: Sono una persona che ha solo memoria visiva: le immagini restano per sempre, mentre parole, numeri, concetti evaporano. Per questo il lavoro che faccio mi viene spontaneo come respirare!

Per quanto riguarda la fotografia sicuramente Avedon e Bresson; dei contemporanei, nel settore moda, mi affascinano molto Mario Sorrenti per la carnalità e l’ironia delle immagini e Craig McDean per la tecnica.

Fuori dall’ambito fotografico sono un divoratore di immagini.

Ci sono molti autori che mi hanno influenzato: per esempio nel cinema Antonioni, Godard, Polasky, Bellocchio, Bertolucci e Ferreri, mentre nella pittura Hopper, Shiele, Donghi… L’elenco è molto lungo: in ognuno di loro ho trovato dei miei frammenti sensibili e mi ci sono confrontato. Da lì li ho assimilati per ridarli poi al mondo attraverso le mie immagini.

 

FP: Sei un fotografo di moda e un ritrattista: come ti sei avvicinato al mondo della moda? Qual è la tua visione della fotografia fashion?

 

ET: È stato tutto molto causale, ma allo stesso tempo è come se le cose dovessero avere questo corso: sono sempre stato attratto dalle immagini ma in fotografia ho cominciato con il reportage. Un’esperienza tosta e formativa perché scattavo in pellicola, con una gloriosa Rolley Flex 6×6 bi-ottica: poco spazio per errori e molta concentrazione per cercare l’attimo perfetto.

Quando ho cominciato a vivere da solo e facevo l’assistente, mi sono affacciato al mondo della moda quasi per esigenza di sostentamento: fare test per modelle, lookbook e piccoli cataloghi erano il mezzo per vivere, da lì è cominciato tutto.

La mia visione della fotografia di moda è molto personale, credo che si abbia una grande possibilità, fortuna e responsabilità nel poter parlare ad un vasto pubblico ed emozionarlo. Penso che, come diceva Franz Kafka per i libri “Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia con un pugno in testa, perché mai lo leggiamo?”.

Ecco, per me vale lo stesso con la realizzazione delle fotografie, specialmente quelle di moda.

 

Foto di Emilio Tini
Foto di Emilio Tini

 

 

FP: Hai uno stile molto personale, che ci ha colpito immediatamente. Ti ha aiutato a trovare spazio o è stato un ostacolo? Come reagisce il mondo dell’editoria fashion alle proposte creative?

 

ET: Il mio stile è stato sempre una “croce e delizia”: sicuramente è poco commerciale, forte e spigoloso, spesso è stato un ostacolo ma è anche quello che mi ha permesso 15 anni fa di emergere dalla massa di fotografi che operavano nel settore. In Italia è ancora molto dura proporre cose nuove, non viste, fuori dai canoni soliti; all’estero c’è più apertura e rispetto per i creativi e i comunicatori. Spesso in questo paese si lavora a “briglie tirate” con tante paure e limitazioni creative.

 

FP: Come nasce un tuo servizio fotografico? Sei tu che fai le proposte al cliente (o alla rivista) o ricevi input precisi?

 

ET: È un discorso che viene declinato nello specifico a seconda del cliente e delle produzioni. Ogni esperienza professionale è sempre diversa. Sono un professionista e mi metto a disposizione del brand e della mission, ma senza rinunciare al mio punto di vista. Spesso il mio sguardo trasversale è quello che viene richiesto ed è per quello che mi scelgono: un buon equilibrio, pulizia, raffinatezza ed originalità.

 

Foto di Emilio Tini per Gianfranco Ferrè, 2011
Foto di Emilio Tini per Gianfranco Ferrè, 2011

 

FP: Che rapporto hai con la post-produzione? Ti occupi dei tuoi scatti o hai collaboratori che lo fanno?

 

ET: Tutto quello che vedete in una mia immagine è fatto dal vivo sul set: luci, ombre, scenografie, trucchi, esplosioni di glitter e colate di liquidi. Mi piace molto l’artigianalità di questo lavoro, sono un fotografo vecchia scuola ed un purista dell’immagine. Uso la post produzione per pulire la pelle, perfezionare piccoli dettagli, mai per stravolgere l’immagine. Seguo tutto il processo degli scatti: dall’ideazione alle prove di stampa, sono molto preciso e meticoloso ma ho un valido team di professionisti che si occupa della mia post-produzione.

 

FP: Cosa consiglieresti a chi voglia entrare oggi in questo mondo? Qual è la “ricetta del successo” di Emilio Tini?

 

ET: Il panorama è molto cambiato da quando ho cominciato io 15 anni fa. La fotografia digitale dà facile accesso a tutti: i social come Instagram e Facebook sono un veicolo di diffusione e condivisione immediato. Sono oramai tutti fotografi.

Credo che questi nuovi aspetti creino e creeranno sempre più confusione tra fotografia amatoriale improvvisata e professionale e resisteranno solo coloro che sono ben inseriti nel sistema. I budget al ribasso danno accesso ancora di più a professionisti improvvisati e discutibili.

Credo che, soprattutto in Italia, non ci sia una profonda cultura fotografica. La maggior parte delle persone valuta il lavoro in maniera superficiale e con poca professionalità. Non si conosce la storia della fotografia e il suo passato e quindi non si apprezza il presente in maniera oculata, ostacolando lo sviluppo di prodotti e stili freschi e innovativi. C’è molta paura di osare, di creare cose nuove e mai viste.

Ricette per il successo pre-confezionate non ce ne sono: consiglierei di conoscersi bene, indagare quello che si vuole trasmettere, credere in se stessi e nel proprio “sguardo sensibile” senza tradirsi mai: soprattutto adesso è importante avere una voce propria e particolare rispetto alla massa.

Tenacia, costanza, sacrifici ed anche un pizzico di fortuna sono gli ingredienti che funzionano!

 

Foto di Emilio Tini per The Room Magazine, 2015
Foto di Emilio Tini per The Room Magazine, 2015

 

FP: Quanto conta l’attrezzatura? Ti senti più tecnico o istintivo?

 

ET: Sono cresciuto dando spazio sempre più alla mia parte istintiva, alle emozioni, al fiuto per le cose o, nel lavoro, per l’immagine giusta. La vedo come scriveva Bresson:“Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi ed il cuore: è un modo di vivere”. Penso quindi che si possano creare delle ottime immagini se ci si mette anima e contenuto. Con il tempo però impari anche che un’ottima attrezzatura e padronanza tecnica ti danno la possibilità di esprimerti al meglio, senza limiti, attraverso un ventaglio sconfinato di opzioni.

 

FP: Quanto conta nel tuo lavoro il rapporto con il soggetto? Come lavori di solito sul set? Preferisci la disciplina o un ambiente più rilassato?

 

ET: Sono un appassionato di umanità, mi intrigano le persone e l’interazione con esse è una delle cose che preferisco di questo lavoro. Mi affascina e mi entusiasma la complicità che si crea con i soggetti: amo scavare dentro di loro, condividere noi stessi sul set anche per poco tempo. Il fotografo, per creare delle immagini intense, deve essere anche un filantropo, uno psicologo. Da un dialogo profondo con un soggetto nasce la fiducia e la disponibilità per mettersi in gioco senza filtri, disarmati, darsi e svelarsi per far nascere delle immagini che vibrino e comunichino emozioni.

 

Campagna per Borsalino, Emilio Tini (2014)
Campagna per Borsalino, Emilio Tini (2014)

 

FP: A volte sembra che tu abbia un rapporto quasi metafisico con gli spazi: crei immagini iconiche e molto grafiche (come per Borsalino) con pochi tagli di luce e colore. Quanto contano la grafica e le sintesi per Emilio Tini?

 

ET: L’arte concettuale ed il realismo magico, l’uso metafisico degli oggetti e degli spazi mi hanno sempre affascinato. Sono due correnti artistiche che ho scoperto quando ero adolescente. L’arte concettuale e il realismo magico mi hanno svegliato, aperto la testa e il cuore ed io ora cerco di farlo attraverso le fotografie.

L’arte concettuale per un discorso semiotico, l’uso degli gli oggetti desunti dal quotidiano e riproposti con provocazione nella fotografia. Il realismo magico declinato con meno razionalità e più spiritualità emotiva. Penso alle atmosfere di artisti come Antonio Donghi, Felice Casorati, Edward Hopper ma anche a scrittori come Alejandro Jodorowsky e Milan Kundera.

Le foto sono precise, incise, i particolari e lo spazio ben definiti, ricchi di particolari, atemporalità, dettagli sensoriali immobili, bloccati, immersi in una magica sospensione. I soggetti sono raffigurati con realismo ma, grazie all’aggiunta di elementi surreali o paradossali, danno una rappresentazione di sottile mistero, trasmettono un senso d’irrealtà.

 

Emma Marrone, foto di Emilio Tini (2018)
Emma Marrone, foto di Emilio Tini (2018)

 

FP: A quali progetti sei particolarmente legato e quali sono i prossimi?

 

ET: Sono molto legato alle prime campagne pubblicitarie che ho realizzato. Ero fresco, ingenuo, completamente libero.

Penso alle immagini surreali di Giuliano Fujiwara, designer giapponese, con il quale ho collaborato per 5 anni o agli ADV per Gianfranco Ferrè, in particolare quello con le esplosioni di glitter (zero post-produzione: tutto vero, fatto sul set in tempo reale!) sui corpi dei modelli.

Il prossimo progetto è il progetto della vita! Il mio primo grande progetto fotografico, grande perché mi espongo in prima persona come direttore creativo e fotografo: il mio stile, lo sguardo, la sensibilità, la creatività.

Si chiama ‘Fantastiche Visioni FV’. Esce il 14 Marzo 2019 ed è un progetto artistico e fotografico sui talenti italiani. Verranno presentati attraverso un portale web ed un’edizione cartacea i protagonisti noti e meno noti del made in Italy in una chiave iconografica nuova, fresca, moderna, come non li avete mai visti. Il progetto è diviso in capitoli ed uscirà a partire da quest’anno due volte all’anno. Potete seguirci su www.fantastichevisionifv.com o su Instagram fantastiche_visioni_fv .

 

Fantastiche Visioni FV, Foto di Emilio Tini
Fantastiche Visioni FV, Foto di Emilio Tini

 

 

FP: Quali sono, secondo te, gli ingredienti per un’immagine perfetta?

 

ET: Uno su tutti: il senso del timeless. Un’immagine ben costruita a livello tecnico, compositivo, carica a livello emotivo: un’icona che non diventa vecchia con il passare degli anni.

 

FP: Grazie per l’intervista e in bocca al lupo per il tuo nuovo progetto 😉 

 

Potete seguire qui Emilio Tini:

Sito: www.emiliotini.net

Instagram: emiliotini

Sito Fantastiche Visioni FV: www.fantastichevisionifv.com

Instagram Fantastiche Visioni FV: fantastiche_visioni_fv

 

Francesca