Storia della fotografia
Storia della Fotografia: Sebastião Salgado

RITRATTO DI SEBASTIãO SALGADO

12/02/2019
Francesca Pone

Storia della Fotografia: Sebastião Salgado

In queste ultime settimane ero molto indecisa su chi focalizzarmi nel prossimo articolo dedicato alla Storia della Fotografia.

Poi, proprio presentandoti le mostre del mese, ho avuto l’illuminazione: chi se non Sebastião Salgado, soprattutto adesso che è in mostra a Reggio Emilia? 🙂

 

Ho saputo della sua mostra per caso, scorrendo tra le notizie locali. È stata una fantastica scoperta perché da qualche mese ammiro i suoi scatti e, più li guardo, più me ne innamoro (sì, l’ho conosciuto un po’ tardi). Finalmente potrò vederli dal vivo 🙂

Quando guardi una fotografia non c’è solo bellezza nella composizione, nei colori e nei soggetti: ogni scatto ha una storia tutta sua, qualcosa che il fotografo ha voluto raccontare a noi per “aprirci gli occhi”, per farci scoprire un mondo che va oltre le nostre abitudini e conoscenze.

Ed è proprio questa che fa Salgado con la sua fotografia 🙂

 

Ritratto di Sebastião Salgado
Ritratto di Sebastião Salgado

 

Salgado, classe 1944, è di origini brasiliane e nasce prima come economista per diventare successivamente fotografo. Fu attraverso una delle sue prime esperienze lavorative che decise di rendere la fotografia il suo progetto di vita ed il suo lavoro ideale.

Durante il suo lavoro per l’Organizzazione Mondiale del Caffè, Salgado conosce la vera Africa: lo scopo dei suoi viaggi lavorativi era testimoniare i problemi del terzo mondo per trovare soluzioni adatte ed il mezzo con il quale raccoglie le sue memorie non è che la macchina fotografica. Fu quello il punto di svolta della vita lavorativa di Salgado: dopo essersi dimesso, egli iniziò un viaggio lungo tre anni per immortalare l’Africa attraverso il suo obiettivo fotografico.

 

 

 “Non sono spinto dall’idea di fare foto belle o di diventare famoso ma da un senso di responsabilità : io scrivo con la macchina fotografica, è la lingua che ho scelto per esprimermi e la fotografia è tutta la mia vita”

 

Inoltre, per ben venticinque anni, ha immortalato istanti crudeli dei più grandi conflitti mondiali, tra cui quello del genocidio in Ruanda.

Fu proprio quest’ultima esperienza ad aprirgli gli occhi: vivere quell’avvenimento da testimone fece perdere a Salgado la fiducia nell’uomo e nel mondo e lo sconvolse tanto da risentirne anche in salute.

Toccato dall’esperienza di guerra, accantona per un po’ la fotografia per tornare in Brasile: lì, prendendosi cura delle terre di proprietà familiare, si accorse che per lui la fotografia era essenziale. L’esperienza vera e pura a contatto con la natura gli dà, così, ispirazione per un nuovo progetto fotografico che chiamerà “Genesis”: l’obiettivo è quello di rappresentare animali e paesaggi non ancora contaminati dal progresso umano, dando vita a delle immagini in grado di evocare la bellezza e la potenza della natura.

 

 

Non è lo scoop l’interesse di Salgado, tanto meno le notizie viste e riviste: attraverso il suo obiettivo l’artista brasiliano ci permette di andare oltre le credenze superficiali, per farci conoscere condizioni di vita veramente difficili.

Salgado, oltre che un grande fotografo contemporaneo, mi piace definirlo un testimone del nostro tempo; i suoi scatti fermano il tempo e rivelano quello che non siamo in grado di vedere: miseria, fame, abitudini culturali ma anche allegria, amore per la vita e per la natura che ci circonda.

Ogni persona, ogni luogo ed ogni cultura nascondono un segreto: Sebastião Salgado vuole scoprirlo e allora, a modo suo, lo ritrae e lo studia a fondo superando la semplicità ed attribuendo, ad ogni suo soggetto, una molteplicità di significati.

 

Dall’alto dei suoi 75 anni, oggi è sicuramente uno dei fotografi contemporanei più conosciuti del mondo 🙂

 

 

“Se le mie fotografie arrivano ad essere esposte in un museo vuol dire che hanno anche un valore estetico che le contraddistingue, ma non voglio assolutamente che queste siano lette come delle opere d’arte. Infatti, non nascono per essere oggetto d’arte, ma come un insieme di immagini per informare, per provocare discussioni, dibattiti”

 

Al prossimo appuntamento dedicato alla Storia della Fotografia 🙂

 

Francesca[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Recensioni
EIZO CG2730: Come un monitor mi ha cambiato la vi(s)ta

IO E IL MIO EIZO CG2730

29/01/2019
Simone Poletti

EIZO CG2730: Come un monitor mi ha cambiato la vi(s)ta

Come un Monitor mi ha cambiato la vi(s)ta: la storia d’amore fra me e il mio EIZO CG2730

ATTENZIONE: QUESTA È UNA RECENSIONE DEDICATA PRINCIPALMENTE ALLA USER EXPERIENCE DI UN FOTOGRAFO/RITOCCATORE, NON TROVERAI DATI TECNICI E SUPER-PIPPONI SULLE CARATTERISTICHE DEI MATERIALI, MA I MOTIVI CHE HANNO FATTO SCOCCARE LA SCINTILLA FRA ME E IL MIO CG2730

Se qualche anno fa mi avessero detto che avrei sofferto di nostalgia per un monitor, li avrei presi per matti.

E invece…

 

Abbiamo una unit che si occupa di produzioni fotografiche e video, dall’organizzazione, alla creatività, fino allo staff sul set (ritoccatori, assistenti digitali, fotografi, ecc…) e al ritocco. Si chiama Flow.

Alcuni giorni fa il team di Flow è partito per un servizio fotografico di alcuni giorni e, come sempre, abbiamo fornito i monitor per il set, compreso il mio EIZO CG2730, con tutti i suoi adesivi 🙂

Io invece sono rimasto in ufficio, a registrare nuovi video-corsi e ad occuparmi di FotografiaProfessionale e del nostro nuovo gruppo Facebook “Diventa un PRO”.

 

Beh, dopo meno di mezza giornata, nonostante abbia a disposizione la mia Wacom Cintiq, sentivo già terribilmente la mancanza del mio monitor. Incredibile come un pannello di qualità possa cambiarti la vita professionale così tanto!

Questa non è una recensione tecnica, puoi trovarne tantissime su internet e io credo che sia invece molto più utile parlare dei benefici reali che un monitor di questo tipo può dare a chi fa il lavoro del ritoccatore e del fotografo e a chi fotografa e ritocca per passione, ma con la voglia di avere il miglior risultato possibile.

Quindi ti spiegherò come questo monitor è stato determinante per migliorare la mia esperienza professionale quotidiana!

Sono convinto che uno strumento di lavoro, che sia una macchina fotografica, un obiettivo, un computer, una tavoletta, un software o un monitor debba avere alcune caratteristiche fondamentali:

1) Permetterti un risultato di qualità superiore;

2) Rendere il tuo lavoro più veloce e più semplice;

3) Essere più veloce e performante di te: è lui che deve “aspettare” te e non tu che devi “aspettare” lui 😉

4) Aiutare a migliorare la tua vita lavorativa riducendo problemi di salute, postura, vista, ecc…

5) Durare a lungo;

6) Avere un costo coerente con le prestazioni e la durata.

Per questo, non sono minimamente interessato ai dati tecnici fini a se stessi, ma credo che sia comunque utile un riepilogo delle caratteristiche del monitor, che puoi trovare in fondo all’articolo.

L’EIZO CG2730 è un monitor della serie ColorEdge, di fascia medio alta, con tecnologia True Black. Diciamo che è superiore ai monitor della serie CS e inferiore al CG277 e al CG279 (il mio prossimo monitor).

Lo sto usando ormai da un anno in modo davvero intensivo e credo che sia giunto il momento di condividere con te quella che è diventata davvero una grande storia d’amore 🙂

COME L’EIZO CG2730 HA MIGLIORATO L’ERGONOMIA DEL MIO SPAZIO DI LAVORO

Mi occupo principalmente di quattro attività:

1) Creo corsi di post in video e faccio workshop di post dal vivo

2) Mi occupo della gestione di FotografiaProfessionale

3) Faccio ritocco in remoto e sul set per diverse aziende e fotografi

4) Sono il Direttore Creativo di un’agenzia di comunicazione

 

Per questo il mio spazio di lavoro deve comprendere una serie di attrezzature che mi consentano di “cambiare ruolo” molto rapidamente, più volte al giorno.

Ho un microfono per registrare corsi, risposte audio alle vostre domande e le lezioni in streaming dell’Accademia di Post.

Un Mac Book Pro che devo poter staccare da tutto il resto per portarlo con me ai workshop e alle lezioni di Photoshop che tengo allo IED Moda di Milano.

Una Wacom Cintiq Pro 24 per ritoccare meglio e più velocemente e soprattutto il mio monitor EIZO per avere una sicurezza assoluta nella correzione cromatica delle immagini che realizzo per i miei clienti e correggo per i fotografi con cui collaboro.

Grazie al design particolare del monitor, molto sottile e piuttosto alto alla massima estensione, con la sua palpebra profonda e anti-riflesso, ho potuto ottimizzare lo spazio.

Ho posizionato il monitor sopra alla Cintiq, così posso ritoccare in gran velocità e mi basta alzare lo sguardo rapidamente, di tanto in tanto, per controllare che cromie e toni siano a posto. La Cintiq ha un pannello davvero ottimo, che la posizionerebbe piuttosto in alto fra i monitor per il ritocco, ma ti assicuro che non è paragonabile all’affidabilità del CG2730.

Quando poi devo fare correzione cromatica mi basta spegnere la Wacom Cintiq e dedicare tutta la mia attenzione al monitor EIZO.

L’unico piccolo vero difetto è l’assenza nella scatola di un cavo HDMI. Ci sono tutti i cavi possibili ed immaginabili, ma non un cavo HDMI 😉

COME L’EIZO CG2730 MI HA SALVATO LA VISTA

Lavoro davanti ad un monitor per 8/10 ore al giorno da quasi 29 anni, spesso per 6 giorni alla settimana, anche 7 se ho un workshop nel weekend.

Sono miope, porto le lenti a contatto e ultimamente gli occhiali per leggere; sono allergico al pelo di gatto (e ho una gatta in casa) e questo mi fa gonfiare gli occhi e mi cancella la lacrimazione per due periodi all’anno.

Insomma, sono un vero disastro!!! 🙂

Fino a qualche tempo fa ero disperato, arrivavo a sera con gli occhi stanchissimi e con dei mal di testa FEROCI.

Da un anno a questa parte, da quando ho sostituito il precedente monitor con il mio EIZO CG2730, la mia vita e la mia vista sono cambiate.

Non so come spiegartelo, andrebbe visto e provato, ma guardando questo monitor ti renderai conto che la QUALITÀ del contrasto e del dettaglio è diversa. Non è più contrastato, è semplicemente… migliore.

Dopo 8 ore di lavoro i miei occhi sono INCREDIBILMENTE meno stanchi e il mal di testa è molto meno frequente (non è sparito del tutto perché a volte, con certi clienti… 😉 ).

Questo intendo quando parlo di benefici!

L’incredibile qualità del pannello si traduce in un comfort operativo mai provato prima.

I tuoi occhi ti ringrazieranno, la tua cervicale farà la ola e sarai molto meno stanco.

COME L’EIZO CG2730 HA MIGLIORATO LA QUALITÀ DEL MIO LAVORO

Se ti occupi di fotografia e di post-produzione, l’affidabilità cromatica del tuo monitor è fondamentale.

L’EIZO CG2730 ti garantisce una resa davvero eccellente e ha alcune caratteristiche che ritengo fondamentali:

Sonda di calibrazione hardware interna e profilo legato al monitor

Questo significa che il tuo monitor ha una sonda interna, che esce quando richiamata dal software di calibrazione (Color Navigator), tarata specificamente sul TUO pannello. È la garanzia di una calibrazione e di una profilatura affidabile e costante nel tempo. Il fatto poi che la profilatura sia “interna” al monitor ti consente di staccare il monitor dal tuo computer, collegarlo ad un altro e avere comunque la stessa resa cromatica.

Possibilità di gestire diversi profili

Puoi calibrare e profilare il tuo EIZO CG2730 per la fotografia, per la stampa e per il web e avere sempre immediatamente a disposizione i diversi profili con un semplice click su un tasto del monitor.

Calibrazione Automatica ogni 200 ore di lavoro

Capita di solito la sera, quando spengo il computer, che il mio EIZO mi dice “Hey, io rimango acceso e mi calibro da solo” 😉 Così ogni 200 ore il CG2730 ripete la calibrazione e io ho sempre il monitor in ottima forma, con i suoi bei colori affidabili e corretti.

Non mi devo più ricordare di fare la calibrazione, non devo più avere una sonda hardware esterna, non mi devo più preoccupare di nulla, se non di accendere il mio monitor e lavorare al meglio.

 

Quanto costa?

Non pochissimo, ma il valore reale è decisamente superiore e se tieni d’occhio la pagina Facebook di EIZO Italia potrai trovare spesso delle offerte molto interessanti su monitor ex-fiera (o ex workshop di FotografiaProfessionale) con pochissime ore di lavoro, a prezzi incredibili 😉

l’EIZO CG2730 è uno strumento potentissimo, affidabile, preciso, che non ha bisogno di manutenzione o di interventi.

Mi ha permesso di migliorare la mia produttività, aumentare la qualità dei risultati e ha reso più semplice il mio lavoro.

Come ti avevo preannunciato, si tratta di una grande storia d’amore 🙂

Ho preferito parlarti della mia esperienza diretta proprio perché credo che sia molto importante sapere cosa questo monitor può fare per te, quali benefici reali e immediati può darti.

Quindi non mi resta che lasciarti alle caratteristiche tecniche e darti appuntamento al prossimo corso o al prossimo articolo sul sito FotografiaProfessionale.

Buon lavoro e buon divertimento.

 

Simone Poletti

CARATTERISTICHE TECNICHE (dal sito EIZO)

Il monitor propone un’elevata risoluzione di (2560 x 1440 Pixel), un ottimo rapporto di contrasto di 1500:1 e una luminosità di 350 cd/m2. In questo modo strutture e grafiche possono essere elaborate con grande precisione. I contorni dei caratteri sono chiari e nitidi. Il modulo LCD con tecnologia IPS (Wide Gamut) consente un angolo di visione di 178 per una visione senza perdita di cromaticità e contrasto anche dai lati.

  • LCD a 27“ Wide Gamut a 2560 x 1440 pixel (WQHD) per un gamut estremamente ampio
  • Circuito ASIC per una riproduzione cromatica precisa
  • Copertura del 99% dello spazio AdobeRGB e del 98% dello standard DCI P3
  • Sensore di calibrazione integrato nel cabinet
  • Calibrazione hardware del punto di bianco, della gamma e della luminosità
  • Digital Uniformity Equalizer – distribuzione luminosa omogenea su tutto lo schermo
  • Tabella colore a 16 bit e gestione del colore a 10 bit per canale
  • Correzione automatica del drift colore e della luminosità
  • Ingresso Display Port, DVI-D e HDMI
  • Set completo: software ColorNavigator per la calibrazione e palpebra luce in dotazione
Interviste
I racconti di Gianluca Colla

GIANLUCA COLLA ©

16/01/2019
Lorenzo Montanari

I racconti di Gianluca Colla

Dopo mesi a rincorrerlo, finalmente Gianluca riesce a rispondere (via mail, da un punto indefinito nel globo) alle mie domande. E io non potevo essere più contento di così.

E lo capirai anche tu, leggendo, perché sono così contento.

Un po’ perché Gianluca scatta i generi di fotografia che più mi piacciono, e un po’ perché fa veramente foto stupende, che meritano un approfondimento. Per me è stato come intervistare il mio artista musicale preferito: dopo che hai scoperto qualcosa di più su di lui, le canzoni le capisci meglio, di più.

Con la fotografia è la stessa cosa: dopo che inizi a conoscere il fotografo, inizi a capire le sue foto, non solamente a guardarle.

Signore e signori,

Gianluca Colla.

Ciao Gianluca 😊

So che la tua carriera ti ha portato, e ti sta portando, a viaggiare per tutto il mondo.

Sei stato in Islanda, in India, sul Rio delle Amazzoni, nel Circolo Polare Artico e Antartico… e potrei andare avanti ancora. Quindi sorge spontanea la domanda: da dove mi stai scrivendo adesso? Sei in Italia oppure all’estero?

In effetti giro parecchio… ad esempio mentre in Italia si affronta l’inverno, ti scrivo dal caldo ancora pressante del deserto degli Emirati Arabi. Ad essere onesti le nebbie padane con le quali sono cresciuto, che molti rifuggono, a me mancano molto in questo momento!

 

 

Parlando sempre di viaggi, cosa ti ha tenuto impegnato ultimamente?

L’anno appena concluso è stato ancor più intenso del solito per quello che riguarda i viaggi, sono passato dalla Patagonia, all’Australia, all’Indonesia, al Giappone, a diversi viaggi in Marocco… senza contare i lavori nell’”eurozona” e quelli “dietro casa”, che seppur possano sembrare i meno interessanti, quando viaggi tanto di colpo diventano i più esotici.

Sei un membro di National Geographic Creative, i tuoi lavori sono stati pubblicati sul Washington Post e il New York Times, tra i tuoi clienti si contano Apple, Canon e Fujifilm (di cui sei brand ambassador). Sei Esperto di Fotografia per National Geographic Expeditions e insegni allo European Institute of Design.

Sono risultati veramente incredibili: ma com’è iniziato tutto? Ti ricordi le tue prime esperienze con la macchina fotografica?

In realtà sono arrivato alla fotografia quasi per caso e abbastanza tardi, fino a 18 anni non solo non ho mai scattato una fotografia, ma trovavo anche che i fotografi fossero una razza abbastanza bizzarra: ore e ore a tirarsi appresso una pesante borsa ed aspettare che una nuvoletta si materializzasse da qualche parte… Poi, dopo una lunga avventura in moto in giro per l’Europa con mio padre, di cui non ho praticamente documentazione ma solo bei ricordi ed emozioni, mi sono trovato in mano una vecchia reflex a pellicola e da lì ho cominciato (quasi come fosse la legge del contrappasso) a documentare tutto quello che riuscivo. Adoravo la pellicola diapositiva e la sua unicità, ovvero il fatto che una volta premuto il pulsante di scatto, il gioco era finito. La passione sconfinata per la foto è arrivata immediatamente, ma in realtà la decisione di farne la mia vita è arrivata più tardi. All’epoca pensavo ancora che il mio futuro sarebbe stato disegnare case…

Mentre hai ripercorso un po’ la tua storia, ti è venuto in mente un progetto per te particolarmente significativo? Hai anche uno scatto a cui tieni molto?

Sono tante (troppe, direi) le foto a cui tengo, non tanto per la loro eventuale bellezza, che è un fattore puramente soggettivo, quanto per l’attaccamento emotivo alle persone ritratte. Spesso, nel mio lavoro, debbo in poco tempo entrare nella vita di persone estranee, con cui mi trovo a condividere ogni secondo della loro esistenza, 24h su 24h, e questa intensità crea dei legami molto forti. Per me le foto di queste persone sono tutte dei tesori a cui non posso rinunciare. Ma se proprio devo scegliere un progetto sugli altri, sicuramente quello sulla longevità: ho potuto documentare tutti i più incredibili ultracentenari al mondo, e ho imparato cosi tanto da loro, dalla loro saggezza, dalla loro esperienza. È un’esperienza che mi ha letteralmente cambiato la vita, per cui ha un posto speciale nel mio cuore.

 

 

Guardando i tuoi lavori, si vede come ti piaccia spaziare diverse società e zone del mondo. Parli di persone, parli di luoghi, parli di culture, mondi e storie. Qual è il filo conduttore che lega tutti i tuoi scatti?

Ad essere sincero non cerco un filo conduttore tra storia e storia, direi piuttosto tra foto e foto all’interno di una storia. Memore del viaggio che feci con mio padre, in cui sentii subito la carenza di ricordi in immagini, per me fotografare è diventato documentare qualcosa che altri non hanno la fortuna di vedere o sperimentare di persona, per cui il mio scopo principale è veramente quello di raccontare, fare in modo che chi guarda possa in qualche modo rivivere le emozioni (positive o negative che siano) che io ho vissuto. Dovendo trovare un vero filo conduttore tra le mie foto, questo forse può essere a livello estetico, nel senso che le mie immagini, a prescindere da tema e soggetto, tendono a essere sempre molto colorate, dense e sature.

Nel tuo portfolio vedo raccolte come “South Georgia”, “Call of the Mountain” e “Antarctic Circle”, ma anche altre come “Jugensteel” e “Longevity’s secrets”. Passando quindi dalla natura incontaminata, alla città e alle industrie, come scegli la location dei tuoi scatti?

É la natura del lavoro a dettare la location, io mi adatto… sono estremamente curioso (fin troppo, direbbero alcuni) e la fotografia, oltre che un mezzo per documentare, è per me anche un mezzo per scoprire, per cui trovo interessante sia a livello sociale che a livello visuale una giungla di alberi o una giungla di cemento o una giungla di ghiaccio (anche se tendo a preferire l’ultima).

Amo profondamente la natura e i grandi spazi, ed allo stesso tempo amo profondamente l’essere umano e la sua interazione con l’ambiente e lo spazio che lo circonda, per cui trovo appassionante in egual misura fotografare sia la prima che il secondo.

Avere la possibilità di viaggiare così tanto, incontrare culture diverse e vedere luoghi che di solito vedi solamente in foto (anche grazie a te ovviamente) è per molti fotografi un sogno. Se questa possibilità è anche la stessa che ti dà la motivazione per alzarti con il sorriso ogni mattina… Beh, credo ci si possa dire veramente soddisfatti. In tutto questo, qual è la cosa che ti piace di più del tuo lavoro?

La bellezza del mio lavoro è la possibilità di imparare, in tutte le sue fasi. Prima di un viaggio, studio e apprendo in base alla destinazione, per arrivare (almeno in parte) preparato. Durante il viaggio stesso, la miriade di esperienze sul campo sono una fonte di apprendimento continuo ed una lezione di vita. Dopo il viaggio, condividere le esperienze vissute con altre persone è uno spunto per riflettere ed approfondire ulteriormente quanto vissuto… insomma, suona come una frase fatta, ma è vero che non si finisce mai di imparare!

 

 

Nella tua carriera, oltre ad un fotografo, sei un videomaker e scrivi sul tuo blog.

Quando hai iniziato a dedicati anche ai video? E soprattutto, c’è qualcosa che non sai fare?

Se comincio con la lista delle cose che non so fare domani siamo ancora qua…

Ho iniziato il video 6 o 7 anni fa, quasi per caso. Un cliente mi ha chiesto di lavorare su un progetto di rebranding per il quale voleva il medesimo “occhio” sia per le foto che per il video, e mi sono trovato catapultato in un nuovo universo che mi ha subito affascinato, sia per la forte componente tecnica (alla fin fine sono un nerd mancato) sia per le immense possibilità espressive che si ottengono combinando immagine, movimento e suono. Il video da un lato perde l’immediatezza della fotografia, ma guadagna molto in possibilità espressive nel momento in cui si entra nella fase dell’editing.

La produzione video rappresenta una parte molto grande del lavoro adesso, ed è molto più complessa di quello che potrebbe sembrare: da solo non riuscirei a lavorare su tutti i fronti, infatti dal concept, all’organizzazione alle riprese al montaggio, viene tutto fatto insieme a mia moglie (siamo una delle rare coppie a cui piace lavorare insieme ): è il caso di dire che si respira arie di immagini 24 ore su 24 in casa nostra (uno dei nostri due pargoli poco tempo fa ha già messo in chiaro che da grande vorrebbe aiutarci a fare i video, cosi potranno essere ancora più belli a suo dire…).

Tra foto e video, sicuramente dovrai ben organizzare tutta la tua attrezzatura. Cos’è, però, che non può mai mancare nella tua borsa, per la quale ci sarà sempre spazio?

Si, sicuramente l’attrezzatura deve essere ben organizzata e ben stoccata, e facendo video il quantitativo di materiale cresce esponenzialmente… non ti dico il numero di valigie di materiale che possiedo perché ne ho un po’ vergogna, tant’è che lo tengo segreto anche ai miei familiari.

Comunque, l’equivalente in pieno formato di una focale 35mm non manca mai. È l’ottica con cui mi sento più a casa, quella con cui scatto oltre l’80% delle mie foto e buona parte dei miei video. E’ quella in cui mi rifugio quando a volte il soggetto è talmente bello o talmente difficile che cerco di ridurmi all’essenziale per concentrarmi solo sulla parte creativa e non su quella tecnica. È un po’ per me come la coperta di Linus!

 

Come ben sappiamo tutti, il lavoro di un fotografo non si conclude una volta finiti gli scatti, ma si conclude una volta finita la fase di postproduzione. Tu come gestisci questo procedimento? Quanto è fondamentale per te, la postproduzione, nel lavoro di un fotografo?

Ho un workflow molto semplificato, nel senso che io mi limito a convertire un file e non a postprodurlo e ritoccarlo (questa parte se fosse necessaria la lascerei sicuramente fare a Simone). Per il mio tipo di fotografia, una lavorazione del raw alla massima qualità con la corretta densità colore è tutto quello che cerco. Quindi passo molto tempo ad avere un ambiente di lavoro adeguato, con monitor widegamut, calibrati, etc, ma poi una volta convertito il file non lo tocco più. A volte vorrei essere un utilizzatore avanzato come voi di FotografiaProfessionale, ma in realtà il grosso degli interventi che faccio sulle immagini sono atti a ottenere uniformità cromatica tra fotocamera, monitor e stampante.

Bene, siamo in dirittura d’arrivo. Abbiamo parlato di chi è Gianluca Colla, e di come è diventato Gianluca Colla. Cosa ti riserva il futuro? Hai qualche progetto importante che puoi condividere con me e i lettori?

Il futuro immediato è tante ore a casa a mettere mano a tutti i progetti dell’ultimo anno, che sono stati scattati, ma non ancora completamente “terminati” in quanto a scelta e lavorazione delle immagini (per la parte fotografica) o di editing e montaggio (per la parte video).

Poi, il 2019 per il momento prevede tanta, tanta Islanda… non lo vedete ma c’è un sorrisetto (più un ghigno direi)  soddisfatto, è uno dei miei posti preferiti al mondo dove andare a fotografare!

Ti faccio l’ultima domanda, che in realtà non è una domanda: ti lascio questo spazio per parlare direttamente ai lettori. Sentiti libero di parlare di ciò che vuoi, di consigliarli su qualcosa del mondo della fotografia, dei viaggi… O parlargli di quello che mangerai a cena stasera. Io ho concluso, a te la parola, e grazie per questa intervista.

Questa sera mangerò una qualche pietanza impronunciabile dai contenuti oscuri, con tante spezie, quindi preferisco evitare il pensiero.

Però un consiglio mi permetto di darlo: di tutte le cose che ho avuto la fortuna di imparare lungo il mio cammino, forse la più vera e la più utile me l’ha insegnata un centenario di Okinawa, in Giappone. Quando gli ho chiesto quale fosse il segreto della sua longevità, mi ha mostrato il suo tornito bicipite e guardandomi serio negli occhi ha urlato: “vitamina S” e poi è scoppiato in una grande risata. Ci ho pensato un po’ e poi ho capito che si riferiva al Sorriso, quello vero, quello sincero, quello appunto con la S maiuscola. Siamo tanto presi nella nostra quotidianità che spesso dimentichiamo di prendere le cose un po’ meno seriamente, di lasciare andare lo stress e sorridere di certe situazioni o problemi che tutto in un colpo apparirebbero meno gravi se presi per il verso giusto.

Sorridere, ridere, di sé stessi, della vita, contagiare chi ci circonda con un po’ di buon umore. Questo è quello che più di tutto ci farà vivere, se non più a lungo, almeno meglio. E se il sorriso lo possiamo trasportare anche nel nostro lavoro e nelle nostre immagini, allora il cerchio si chiude veramente!

Grazie a te per le chiacchiere e buona luce a tutti!

 

 

Puoi seguire Gianluca:
Sul suo sito: www.gianlucacolla.eu

Lorenzo

Tecniche Paesaggio 3

Storia della fotografia
Storia della Fotografia: Elliott Erwitt

ELLIOTT ERWITT

10/01/2019
Francesca Pone

Storia della Fotografia: Elliott Erwitt

Anno nuovo, vita nuova. Così si è soliti dire 🙂
Ma il format di FotografiaProfessionale tutto dedicato alla Storia della Fotografia rimane: questa volta parliamo del fotografo statunitense Elliott Erwitt 🙂

 

I suoi scatti, per ancora poco tempo, sono in mostra fino al 27 Gennaio al Castello Visconteo di Pavia: si tratta di settanta scatti che ti permetteranno di ripercorrere la storia del costume del Novecento attraverso l’ironia e la spontaneità che hanno sempre contraddistinto Erwitt.

 

Autoritratto di Elliott Erwitt, New York (2009)
Autoritratto di Elliott Erwitt, New York (2009)

 

Il suo vero nome è Elio Romano Erwitz ed è nato il 26 Luglio del 1928 a Parigi da genitori ebrei di origine russa. Per dieci anni, Elio ha vissuto in Italia ma nel 1939 la sua famiglia fu costretta a fuggire in America a causa delle persecuzioni fasciste.

Negli anni successivi studiò Fotografia e Cinema e vantò un’esperienza alquanto insolita: seguì come assistente fotografo l’esercito americano in Francia ed in Germania. Un modo tutto particolare di vivere sulla propria pelle gli anni della guerra 🙂

 

Anche in situazioni di guerra, dove prevalevano le armi, Erwitt donava ai suoi scatti un aspetto buffo ed ironico, tralasciando la tristezza ed il dolore che si provava a vivere eventi così difficili.

 

Elliott Erwitt, Fort Dix, New Jersey (USA), 1951
Elliott Erwitt, Fort Dix, New Jersey (USA), 1951

 

 

Negli anni, Elio ebbe modo di incontrare fotografi di grande fama come Robert Capa e Roy Stryker, che lo assunse per collaborare con lui ad un progetto fotografico; successivamente, ormai affermatosi come fotografo freelance, iniziò a collaborare con numerose riviste statunitensi e aziende tra cui compagnie aeree come l’Air France e KLM ✈️

 

“La fotografia è tutta qui: far vedere ad un’altra persona quel che non può vedere perché è lontana, o distratta, mentre tu sei stato fortunato e hai visto.”

 

Nel 1953 ci fu una svolta: Erwitt fu congedato dall’esercito e, sotto consiglio di Capa, entrò nella prestigiosa agenzia Magnum Photos che gli assegnò vari progetti fotografici in giro per il mondo; questo permise al fotografo di acquisire una grande visibilità. Ancora oggi, ormai novantenne, Elliott fa parte dell’agenzia che lo riconosce come uno dei massimi esponenti nel mercato della fotografia.

Negli anni Settanta egli si dedicò anche alla sua passione per il cinema: nel 1970 fu operatore addetto alla camera di “Gimme Shelter” e realizzò “Arthur Penn: the Director”, cui fecero seguito “Beauty Knows No Pain” e “Red, White and Bluegrass”. In svariate occasioni, inoltre, fu accreditato come fotografo sui set cinematografici 🎥 

 

Nei suoi sessant’anni e più di carriera ha avuto modo di raccontare la storia contemporanea attraverso il suo obiettivo fotografico e ha avuto occasione di fotografare grandi star come l’attrice Marylin Monroe, Jackie Kennedy al funerale del marito, il rinomato incontro di pugilato tra Muhammad Alì e Joe Frazier e persino Che Guevara!

 

Il suo segreto?

Saper cogliere l’attimo giusto 🙂

 

 

 

E l’attimo giusto l’ha saputo cogliere anche con il celebre scatto del confronto fra Nixon e Kruscev, che ha fatto il giro del mondo ed Elliott lo racconta così:

 

Nixon e Kruscev, Elliott Erwitt
Nixon e Kruscev, Elliott Erwitt

“Ero a Mosca per fotografare frigoriferi ad una fiera di prodotti americani. Lì vidi Nixon puntare il dito contro Kruscev, si misero a discutere proprio davanti a me. Io mi preoccupavo solo di trovare una buona inquadratura. Nixon, invece, utilizzò il mio scatto per la sua campagna elettorale: per fortuna quella volta non vinse. Ecco quella foto ha mosso qualcosa, ma io non c’entro.”

 

La fotografia di Elliott Erwitt non è frutto della progettazione, è una fotografia spontanea e che va oltre la volontà dell’artista, in grado di cogliere anche buffi giochi di prospettiva: fotografare come lui, di certo, non è una cosa da tutti 🙂

Ottenere scatti come i suoi è frutto di istinto, di fortuna e di un occhio che sa cogliere l’attimo: il tempo è vano, scorre veloce… Eppure Erwitt è in grado di fermarlo ed immortalare istanti inaspettati per renderli visibili a chi, per sfortuna o per distrazione, non ha goduto del suo stesso momento.

Non c’è interesse per il paesaggio nella sua fotografia, che racconta una commedia umana a cui prendono parte uomini e animali: in particolare, Erwitt è sempre stato appassionato di cani e a loro ha dedicato ben quattro diversi libri, oltre che innumerevoli scatti 🐶

 

 

Nonostante i suoi anni, ancora oggi si dedica con passione e dedizione ad un’arte meravigliosa come la fotografia 🙂

 

Hai già visitato la sua mostra a Pavia?

Qual è l’aspetto che ti piace di più della fotografia di Erwitt? 🙂

 

“Di me dicono che sono un’umorista: la cosa più difficile e utile del mondo è far ridere la gente.”

 

 

Francesca

Recensioni
Fujifilm XT-3: colpo di fulmine per una videomaker

FUJIFILM XT-3

30/11/2018
Roberta Bedocchi

Fujifilm XT-3: colpo di fulmine per una videomaker

Come avrai visto dai nostri canali social, ho avuto il piacere e la possibilità di provare la nuova nata in casa Fujifilm: la tanto attesa XT-3 😀

Subito poco dopo aver saputo che Fujifilm avrebbe inviato la nuova XT-3 in agenzia per permetterci di testarla, ha avuto ufficialmente inizio la mia intrepida attesa: ogni campanello che suonava, ogni fattorino che arrivava era motivo di batticuore. Era il pomeriggio di Halloween quando il fattorino ha suonato alla porta della nostra agenzia dicendo “Ho una spedizione per voi da parte di Fujifilm!”.

Sono scattata dalla sedia: l’attesa era terminata e finalmente potevo spacchettarla e stringerla fra le mie mani!

 

Ho potuto testarla giusto per qualche giorno, ma è stato il tempo necessario per innamorarmi a pieno di una fotocamera “senza specchio” come questa.

Ne ho approfittato, allora, per vivermi Reggio Emilia dietro l’obiettivo e provare questo gioiellino che tanto desideravo 😀

 

Il mio set-up video era il seguente :FUJINON XF35mmF2 R WR (equivalente a un 53mm nel

formato 35 mm) e XF50-140mmF2.8 R LM OIS WR (equivalente a un 76- 214 mm nel formato

35 mm), monopiede e stabilizzatore elettronico Zhiyun Crane.

 

Devo essere sincera: lavoro con attrezzatura Fujifilm da quando faccio parte del team di FotografiaProfessionale ed il mio non è stato amore a prima vista con la sorella minore Fuji TX-2.

Da anni utilizzo con grande soddisfazione Panasonic, precedentemente Gh4 e ora Gh5, quindi il mio non è stato un approccio immediato al sistema Fuji. Dopo aver utilizzato la XT-2 in svariati video realizzati, ho iniziato decisamente a familiarizzare con il suo sistema 🙂

Il menù non è sempre molto intuitivo e la grande mancanza di un display completamente ruotabile la rendevano non molto simpatica ai miei occhi. Così, ho deciso di testare la nuova XT-3 per due giorni utilizzandola come se non avessi mai preso in mano una macchina Fuji prima d’ora e senza preconcetti.

 

La XT-3 si presenta come una macchina dalla risoluzione di 26.1 MP (contro i 24 MP della sorella minore) e il processore è il più avanzato X-Processor 4.

Si è posta sul mercato strizzando fortemente l’occhio ai videomaker pro e, rispetto alla sorella minore, ha subìto forti upgrade in campo video, ma non solo: anche rispetto alla cugina XH-1 sono state introdotte decisive migliorie che la rendono, a mio parere, fortemente competitiva e performante.

Ora basta chiacchiere: vediamo nel dettaglio qualche specifica interessante 🙂

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Storia della fotografia
Storia della Fotografia: Willy Ronis

VINCENT SUR LA ROUTE DES VACANCES, 1946 © WILLY RONIS

28/11/2018
Francesca Pone

Storia della Fotografia: Willy Ronis

No, non ci siamo dimenticati di voi e dello spazio tutto dedicato alla Storia della Fotografia 😄

Dopo Man Ray, diamo spazio a Willy Ronis: alcuni fra i migliori scatto del fotografo francese sono in mostra presso la Casa dei Tre Oci di Venezia fino al 6 Gennaio 2019 🙂

Spero di invogliarti quanto basta per partecipare ad una mostra (a mio parere) molto interessante e stimolante, soprattutto per te che cerchi di ottenere sempre il meglio da una passione forte come la fotografia 🙂

 

Alcuni scatti di Willy Ronis in mostra a Venezia
Alcuni scatti di Willy Ronis in mostra a Venezia

 

Dai, iniziamo questo viaggio nella storia 🧐

 

 

Willy Ronis è stato un grande fotografo francese: figlio di immigrati nato il 14 Agosto 1910, Willy eredita la passione per la fotografia e la musica dai suoi genitori; il padre è fotografo e ritoccatore, mentre la madre è insegnante di pianoforte in un circolo musicale.

Fin da giovane, l’artista non aveva ipotizzato ad una carriera nella fotografia: dopo aver iniziato a studiare violino, il suo sogno d’infanzia era sempre stato quello di divenire compositore.

Il suo sedicesimo compleanno, però, fu la svolta per Willy Ronis: il ragazzino chiese in regalo la sua prima macchina fotografica. Si trattava di una Kodak in formato 6,5 x 11, che utilizzò soprattutto per realizzare autoritratti nello studio del padre, che poi stampava autonomamente.

 

“La fotografia è lo sguardo. Si ha o non si ha. Può affinarsi con gli anni, ma si manifesta fin da subito”

 

Willy Ronis, Autoportrait aux flashes, Paris (1951)
Willy Ronis, Autoportrait aux flashes, Paris (1951)

 

L’obbligo militare gli fa lasciare casa e, fino al suo ritorno nel 1932, la fotografia sembra dimenticata: la grave malattia del padre, però, lo obbligò a sostituirlo nel suo studio e Willy fu costretto ad abbandonare la sua grande passione per la musica, coltivata anche durante gli anni di servizio militare.

Il lavoro in studio, purtroppo, non lo entusiasmava affatto, ad eccezione di qualche commissione industriale. Il fotografo decise ugualmente di coltivare le proprie inclinazioni artistiche e nel tempo libero girava per Parigi a caccia di immagini da immortalare: è da quei momenti che il giovane si appassiona realmente alla fotografia e sperimenta formati fotografici sempre più piccoli.

Si approccia, inoltre, alla fotografia di reportage: quegli anni sono molto duri per la Francia e Willy gira per la città per documentare gli avvenimenti per alcuni giornali di sinistra, scrivendo per loro anche qualche articolo.

Nel 1936 viene a mancare suo padre: nonostante la sua difficile situazione economica, decide di chiudere lo studio ereditato dal padre e fare il fotografo illustratore, in particolare a causa dell’enorme discrepanza tra la sua visione della fotografia e i bisogni della clientela. Fu quella decisione che rese la fotografia una scelta di vita per un grande fotografo come lui 🙂

A causa di un’attrezzatura ormai antiquata, Ronis acquistò una Rolleiflex che rese i suoi lavori più rapidi e di qualità. Il fotografo vanta, poi, l’aver vissuto un grande evento storico: fu tra i primi a fotografare la sconvolgente opera “Guernica” di Picasso, dedicata ad un triste episodio della Seconda Guerra Mondiale.

Sono anni difficili, sia per il mondo che per l’artista: la guerra obbliga Ronis ad improvvisare altri mestieri come quello di pittore su gioielli. Dopo la Liberazione (e una lunga pausa), egli torna più determinato che mai sulla fotografia di reportage e lavora anche per la stampa illustrata.

In quegli anni, inoltre, si approccia anche alla moda e alla pubblicità.

 

 

Ronis si è sempre approcciato in maniera empatica alla vita e alle cose semplici, scoprendovi un significato nascosto ma di grande valore. Il fotografo francese è un grande comunicatore, che attribuisce importanza ai messaggi veicolati attraverso i suoi scatti: per lui la fotografia è il tramite per manifestare le proprie emozioni e i propri sentimenti dinnanzi alle situazioni che vive e vede attraverso il suo punto di vista 🙂

Il “Caso” è un concetto a cui lui ha sempre tenuto molto: “La fortuna è il premio della pazienza”, così diceva Willy Ronis. Per lui ogni attimo da immortalare nelle sue fotografie era un dono: una donna che passeggia, un uomo in bicicletta, due amanti che si baciano. Tutto per lui era frutto del caso e della fortuna, un dono che la vita gli offriva 🙂

 

Negli anni, Willy Ronis ha ricevuto molti premi per omaggiare la sua innata bravura: nel 1947 gli viene consegnato il “Prix Kodak” e nel 1957 è medaglia d’oro alla Biennale di Venezia 🙂

Questi, però, sono solo alcuni dei suoi innumerevoli successi che non finirei di elencare 😌

Nel 1983, raggiunta ormai un’età rispettabile, Ronis dona alla città di Parigi il suo intero patrimonio fotografico, frutto di una carriera lunghissima e ancora non conclusa 🙂

È nel Settembre 2009, infatti, che Willy Ronis ci lascia.

Di lui ci restano fotografie mozzafiato, rigorosamente in bianco e nero, per raccontarci il Novecento attraverso i suoi occhi 🙂

 

 

“Una foto significativa è una foto funzionale. La funzione di una foto consiste nella sua capacità immediata di sintetizzare la propria intenzione”

 

 

Francesca

 

Interviste
Giorgio Cravero, fotografo di Still Life, ci racconta un mestiere “artigianale” come la fotografia

NELLO STUDIO DI GIORGIO CRAVERO

24/09/2018
Francesca Pone

Giorgio Cravero, fotografo di Still Life, ci racconta un mestiere “artigianale” come la fotografia

Giorgio Cravero, fotografo di Still Life, è uno dei tanti esperti del settore che gli studenti di Accademia di Postproduzione hanno avuto l’onore di conoscere 🤩

Durante un nostro Workshop organizzato presso il suo studio fotografico a Torino, le nostre Balene hanno potuto scoprire come lavora Cravero sulla fotografia e la postproduzione pubblicitaria e, durante quel weekend, hanno lavorato al suo fianco dalla fase di scatto fino alla postproduzione delle immagini.

Il settore su cui il fotografo torinese lavora di più è il Food & Beverage, ma Cravero vanta anche esperienza in fotografia per gioielli, cosmetica e Fine Art.

Scopriamo insieme a Giorgio Cravero come l’attrezzatura può rendere le tue foto decisamente migliori (e il perché dell’artigianalità della fotografia) 😉

In occasione del Workshop a Torino, FotografiaProfessionale l’ha intervistato per scoprire qualcosa di più su di lui e gli strumenti del mestiere. La particolarità che ho molto apprezzato dell’intervista è il suo definire la fotografia un mestiere estremamente artigianale. 🔨

“Bisogna sempre pensare alla fotografia come un mestiere estremamente artigianale, il che vuol dire che più uno lo esercita e più viene naturale, facile. Vengono fuori soluzioni che non avevamo pensato prima e si ottengono risultati diversi da quelli che ci aspettavamo”.

A mio parere una definizione che sa un po’ di antico, come piace a me.

La nostra partnership con Fujifilm Italia, inoltre, ci ha permesso di testare assieme a Cravero la Fujifilm GFX 50S 📷

Quali sono i punti di forza della Fujifilm GFX 50S? Ce lo dice Cravero 😉

Buona visione! 🎬

 

 

Francesca

 

Post-produzione
Corsi e workshop: come faccio a evitare i “pacchi”?

COME EVITARE DI PRENDERE UN “PACCO”?

18/01/2018
Simone Poletti
4 commenti ]

Corsi e workshop: come faccio a evitare i “pacchi”?

10 semplici regole per scegliere un video-corso o un workshop di qualità e non prendere pacchi

 

Lavoro in un’azienda che fa corsi di formazione, quindi ti avverto fin dall’inizio: in questo articolo non mi sentirai parlar male di chi fa corsi 🙂

Ma, facendo formazione da diversi anni, mi rendo conto ogni giorno di più che molti sono un po’ disorientati dalla presenza sul mercato di un’enormità di workshop e corsi di fotografia e di post-produzione.

Diciamoci la verità: tanti fotografi che facevano un po’ fatica a “tirare fine mese” si son messi a fare corsi, forse invogliati dal successo di team più strutturati, come il nostro o altri che sono su questo mercato da anni.

Ci sono anche tanti fotografi che hanno iniziato a fare corsi spinti dai loro amici e conoscenti, perché sono semplicemente bravi ad insegnare!

Ci sono poi tanti che vengono ai workshop o acquistano video-corsi e pensano “Posso farlo anche io!“. Così il giorno dopo aprono una pagina Facebook e si mettono a distribuire tutorial o a vendere corsi live.

In particolare in questi primi giorni del 2018 ho visto comparire sui social una miriade di corsi, workshop, incontri di fotografia e di post: dal corso base di fotografia al workshop più evoluto.

Chiariamo subito un punto: non c’è niente di male. Chiunque si lanci in una nuova impresa ha la mia solidarietà e il mio “in bocca al lupo”.

Anzi, alcuni sono davvero bravi e la concorrenza fa solo e sempre bene: tiene “alta l’asticella” e ti ricorda ogni giorno che devi migliorare costantemente e tenerti aggiornato 😉

Il successo di FotografiaProfessionale è dovuto a tre fattori: alla nostra bravura (scusa l’immodestia, ma è vero), al sostegno e allo sprone dei nostri utenti (fantastici!) e al fatto che ci sono tanti colleghi bravissimi che ci costringono a fare sempre meglio.

 

Poi, come è sempre accaduto in ogni campo (anche nella fotografia, è solo questione di tempo), quelli bravi rimangono e hanno successo, quelli scarsi scompaiono nel nulla e cambiano mestiere.

Quindi, se il problema non è la concorrenza o il fatto che ci siano tanti fotografi che fanno corsi e workshop, qual è?

Il problema è che tu, come utente interessato a questi workshop o a questi corsi, spesso non trovi gli strumenti per capire cosa è valido e cosa no.

Spesso ai miei workshop mi sento dire “Ho fatto decine di corsi prima di trovare voi, provavo un po’ a caso prendendo anche grosse fregature”.

Come fai ad evitare quelle fregature e andare dritto al punto, trovando subito il corso o il workshop che fa per te?

Coma fai a distinguere cosa ti può essere davvero utile da una perdita di tempo e denaro?

Beh, credo che si possa stilare un piccolo “Vademecum dell’aspirante allievo“, una serie di piccoli ma utili consigli per facilitare la tua scelta.

Non ti preoccupare, sarò breve e non dovrai studiare un tomo di 1000 pagine. Mi affiderò all’esperienza, al buonsenso e… alla sintesi 😉

 

Sarò breve e sintetico
Sarò breve e sintetico

10 semplici regole per scegliere un video-corso o un workshop di qualità e non prendere pacchi

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Post-produzione
Brindo alle balene… e ai piani ben riusciti!

IL BRINDISI POST DIPLOMA

09/03/2017
Simone Poletti

Brindo alle balene… e ai piani ben riusciti!

Sono già passati alcuni giorni ma, come sempre, l’eco emotiva di un finale d’Accademia si trascina per settimane.

 

Il finale d’Accademia di cui parlo sono i 4 giorni di workshop che concludono ogni edizione della nostra Accademia di PostProduzione. Questi, a loro volta, si concludono con l’esame che diploma i migliori allievi del corso.

Sai cos’è l’Accademia di Post vero?

Ne ho già parlato davvero tante volte, ma se non ne hai mai sentito parlare, qui trovi tutte le info che ti servono: Accademia di Post 2017.

L’Accademia è un percorso di circa 4 mesi, ed ora che abbiamo terminato la IV edizione credo di averne capite alcune chimiche tipiche. Molte altre però sono peculiari di ogni singolo gruppo di allievi.

Percorrendo insieme una strada lunga 16/18 settimane, lavorando insieme e provando insieme le stesse difficoltà, gli stessi successi e raggiungendo traguardi comuni, si crea uno spirito di “corpo”, una coesione all’interno del gruppo davvero importante. Devo dire che l’atmosfera che si respira in Accademia rimane davvero unica e difficile da spiegare chi non l’abbia provata 😉

 

Al lavoro nelle giornate conclusive

Pensa solo al fatto che, gli allievi dell’Accademia, hanno un modo di chiamarsi fra loro “Balene” che spesso non viene del tutto compreso all’esterno. C’è una ragione molto seria e concreta per quel “soprannome”, ma se vuoi scoprirla… Dovrai venire in Accademia!

Fa parte, come dicevo, di un’atmosfera unica e davvero intensa.

Si respirano le aspettative e la determinazione di ognuno, la voglia di superare i propri limiti e di raggiungere gli obiettivi che mano a mano, settimana dopo settimana, si vanno chiarendo sempre più.

L’Accademia è una mezzofondo corsa a velocità sostenuta: un percorso relativamente breve (per scelta), ma denso di contenuti e sfide appassionanti.

Breve, dicevo, perché chi ha degli obiettivi da raggiungere e ha preso delle decisioni che riguardano il proprio futuro, non può aspettare anni per avere dei risultati tangibili.

Per questo l’Accademia dura 4 mesi: per permetterti di avere subito quello che ti serve per accettare le sfide del mercato in un mondo, quello della fotografia e della post, che non aspetta.

Per questo abbiamo creato un percorso didattico che è, in realtà, un grande acceleratore di risultati e un grande stimolatore di voglia di fare e di ottenere progressi reali.

 

L’ho scritto anche in una recente email: “Se hai solo voglia di passare il tempo facendo qualche foto e imparando due tecniche di post per far bella figura con gli amici, allora no, l’Accademia non fa per te. Ci sono tantissimi workshop, modelsharing e giornate dedicate a questo in giro“.

Ma se per te la fotografia e la post non sono un semplice passatempo, se vuoi risultati, se vuoi raggiungere degli obiettivi concreti e ottenere soddisfazioni, anche economiche, allora l’Accademia è il posto giusto per te.

 

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Quattro mesi passano in un lampo per una persona motivata e che abbia veramente voglia di mettersi in gioco e di dare una svolta decisa alla propria carriera professionale come fotografo, ritoccatore, assistente digitale, grafico, ecc…

Diventano quello che è l’Accademia per i suoi allievi: un’esperienza appassionante, divertente, intensa ed appagante.

Per questo i 4 giorni finali sono una “botta emotiva” così intensa e dura così a lungo…

Lo so, ho la faccia di quello burbero e un po’ orso, ma in realtà sono un gran sentimentale e mi affeziono tantissimo a chi compie questo percorso. E mi sento davvero molto responsabilizzato nei confronti delle persone che investono l’Accademia di un ruolo spesso davvero importante: quello di aiutarli a cambiare le cose.

Per questo mi ritrovo a guardare tutti negli occhi durante quegli ultimi 4 giorni e a ricordare loro perché sono lì e quanta strada hanno fatto. “Ragazzi, vi ricordate come eravate 4 mesi fa? Vi ricordate cosa sapevate fare allora e vi rendete conto di cosa siete in grado di fare oggi?”

Per questo poi, quando si arriva alla fine, diventa difficile non commuoversi quando alle parole “Complimenti, esame superato” segue un abbraccio liberatorio 🙂

 

In questi 4 mesi ho visto persone “normali” fare cose eccezionali, ho visto tanti tenere duro davanti a mille difficoltà e ottenere poi il premio che meritavano. Ho visto Mattia ed Emanuele partire quasi da zero e diventare davvero bravi: è un inizio, certo, ma che inizio!

Ho visto Davide e Andrea affrontare momenti che solo in pochi conoscevamo e venirne fuori con grande grinta. E con mio grande orgoglio.

Ho visto Debora andare un po’ in crisi per poi, lei piccola donna emiliana, tirare fuori una “cazzimma” incredibile e finire con un gran sorriso e mille “Ok, ok!” 🙂

 

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Ne ho citati solo alcuni, ma sono orgoglioso del percorso di ogni singolo allievo dell’Accademia IV, come di quelli delle edizioni precedenti. E sono orgoglioso soprattutto dei risultati che stanno ottenendo DOPO l’Accademia di Post, tracciando la propria strada e determinando i propri successi.

 

E le cose sono andate così bene, sono stati così tanti gli allievi che hanno cambiato davvero le cose nella loro vita professionale che abbiamo pensato: come possiamo far sì che l’Accademia migliori ulteriormente e permetta di ottenere risultati ancora maggiori?

Sai come si dice, no? “Squadra vincente non si cambia”.

Ecco, noi abbiamo cambiato tutto, rivoluzionando il programma e trasformandolo per renderlo ancora più efficace, professionalizzante e produttivo.

Se vuoi puoi scoprire tutto quel che c’è da sapere sulla Nuova Accademia di Post da questa pagina. Scoprirai che abbiamo creato due percorsi successivi e che puoi scegliere tu a che livello arrivare e a che punto fermarti. Scoprirai che abbiamo aumentato le giornate dal vivo e inserito più sessioni fotografiche per farti provare esperienze vere e formative sul campo, insieme ai migliori professionisti del settore. Scoprirai che l’Accademia di Post oggi è davvero l’unico percorso in Italia che ti permetta un processo di crescita così importante in così poco tempo.

 

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Non ci sono trucchi o metodi miracolosi. Niente formule americane del successo o nomi esotici. Nessun “guru” del successo senza sforzi.

L’Accademia è lavoro intenso, impegno, esercizio sul campo, prove pratiche, lezioni in live streaming, workshop dal vivo, tecnica, studio, compiti a casa, entusiasmo, voglia di fare e risultati. Risultati concreti, reali e misurabili settimana dopo settimana.

 

Per aiutarci in questo lavoro così impegnativo, da quest’anno siamo affiancati dal nostro Partner Ufficiale FujiFilm Italia che fornirà macchine fotografiche per gli shooting e altre cose interessanti, e dai nostri Partner Tecnici Wacom e Mafer che ti permetteranno di affrontare le giornate dal vivo con i migliori strumenti possibili.

Insomma, finisce con grandi emozioni un percorso fantastico e siamo già pronti ad iniziarne subito uno nuovo e appassionante.

E sarà spettacolare perché, come diceva un famoso personaggio dei telefilm (ricordi chi?): “Adoro i piani ben riusciti!

Se hai voglia di scoprire quanto bravo puoi diventare, ti aspetto in Accademia 😉

A presto e buon divertimento.

Simone Poletti

 

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News ed Eventi
World Press Photo 2017: vincitori e polemiche

L’ISOLA DELLA SALVEZZA © FRANCESCO COMELLO

14/02/2017
Gloria Soverini

World Press Photo 2017: vincitori e polemiche

Sono stati annunciati i vincitori della Sessantesima edizione del Concorso del World Press Photo, scelti fra 80.408 immagini scattate da 5.034 fotografi provenienti da oltre 125 paesi.

La polemica sulla “World Press Photo of the Year”: a che punto siamo?

 

La Fondazione del World Press Photo è nata nel 1955 grazie ad un gruppo di fotografi olandesi, uniti dall’intento di sviluppare e promuovere il lavoro dei fotogiornalisti, grazie anche ad una serie di attività ed iniziative internazionali, la prima delle quali è stato proprio il Concorso annuale organizzato per far conoscere il proprio lavoro ai colleghi di altre nazionalità.

Lavoriamo per sviluppare e promuovere il fotogiornalismo di qualità perché le persone meritano di vedere il proprio mondo e di esprimersi liberamente.
Libertà di informazione, libertà di ricerca e libertà di parola sono sempre più importanti, ed un giornalismo visivo qualitativamente valido è essenziale per riportare in modo preciso ed indipendente proprio i fatti che rendono possibili queste libertà.
In un momento in cui il mondo, la stampa e la fotografia stessa stanno subendo dei cambiamenti profondi, ci stiamo sforzando di aiutare sia i fotogiornalisti che il pubblico a capire e a rispondere a queste trasformazioni in modo che tali libertà continuino ad essere garantite.

È con questo intento che è importante approcciarsi a quello che è il concorso di fotogiornalismo più importante del mondo, con le sue motivazioni profonde e le sue diversità intrinseche – le stesse che accompagnano la cronaca quotidiana di ogni paese, tanto che non mancano mai le polemiche per le scelte della giuria.

 

Mary F. Calvert, che fa parte della giuria, ha detto che la foto vincitrice di quest’anno rappresenta al meglio il significato e la definizione del World Press Photo:

 

«È stata una decisione molto molto difficile, ma alla fine abbiamo ritenuto che la foto dell’anno fosse un’immagine esplosiva che parlasse davvero dell’odio dei nostri tempi. Ogni volta che arrivava sullo schermo dovevi quasi spostarti indietro, tanto è forte quell’immagine».
(fonte: Il Post)

 

World Press Photo of the Year © Burhan Ozbilici
World Press Photo of the Year © Burhan Ozbilici

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