Interviste
MUSTAFA SABBAGH: OSSESSIONI E QUASI-VERITÀ

© MUSTAFA SABBAGH

08/07/2014
Gloria Soverini
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MUSTAFA SABBAGH: OSSESSIONI E QUASI-VERITÀ

A maggio Simone Poletti mi ha detto: “Ti porto a vedere la mostra di un fotografo che secondo me ti piace”, ed in effetti aveva così tanto ragione che ho pensato anche di intervistarlo…
Mustafa Sabbagh è stato immerso per anni nelle atmosfere della moda; è stato assistente di Richard Avedon, ed oggi si distingue per le sue immagini eleganti, ma allo stesso inquiete, disturbanti, ricercate. La volontà di conoscere meglio la persona dietro la macchina fotografica è stata esaudita dalle sue risposte cordiali e profonde, ma anche dalle pieghe dei suoi neri, dalla pelle dei suoi soggetti (a lui così cara), dal gusto così classico ma così moderno dei suoi set; forse mai come in questo caso ho sentito una certa vicinanza con il fotografo “interrogato”, sarà per i sorrisi che sono affiorati sulle mie labbra man mano che le risposte si svelavano, oppure per il modo concreto in cui riesce a concatenare riflessioni e concetti diversi fra loro, e a trasporli in immagini.
Insomma, un fotografo poliedrico con una solida base di pensiero che sfocia in un’azione conturbante dai risultati inaspettati.
Che dici, facciamo cominciare sì o no quest’intervista? 😉

FP: Quando è iniziato tutto, quando hai avuto i primi rapporti con la fotografia e come si sono sviluppati?

MS: Se parli di rapporti, ho avuto il mio primo, precoce, rapporto intorno ai 6 anni, in Giordania, scoprendo una Polaroid in un cassetto, innamorandomi come solo un bambino si sa innamorare. Rapportarmi all’obiettivo è diventato esso stesso, immediatamente, obiettivo finale, insopprimibile come solo i grandi amori o le esigenze primarie. A distanza di tempo, percepisco quell’incontro nei termini di un’agnizione, più che di una scoperta… “Il quadro deve essere per l’artista, come per chiunque altro ne farà esperienza più tardi, una rivelazione, una risoluzione inattesa, inaudita, di un bisogno eternamente familiare” (Mark Rothko). Io sento il bisogno di visualizzare materialmente ciò che mi attrae, mi respinge, mi affascina, mi spaventa; ho bisogno di puntare la luce su ciò che, ancora, non mi è del tutto chiaro.

© Mustafa Sabbagh
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FP: Hai mai seguito dei corsi o frequentato dei workshop? Intendo da allievo… so che ne hai anche tenuti diversi 🙂

MS: Certo, ho seguito corsi, e certo, ho frequentato workshop, in Italia e all’estero; altrettanto certo è che non ho mai smesso di essere allievo. Cambiano solo i docenti: quella che ascolto con maggiore attenzione, adesso, è la strada, ventre che mi accoglie e percorso che mi guida, con una generosità che difficilmente trovi in aula magna…

FP: Quali sono i tuoi rapporti con l’insegnamento? Cos’è che insegni, o cerchi di insegnare, più di ogni altra cosa? Cosa non si può invece imparare (sempre che non si possa)?

MS: Orgogliosamente incoerente, quando insegno non amo salire in cattedra, ma mi siedo al banco assieme ai colleghi che vengono ad ascoltarmi. Non credo nei didatticismi, soprattutto se mi trovo a parlare di fotografia. Un amore non lo insegni, non lo fotocopi, lo puoi solo vivere e raccontare. Quello che cerco di raccontare dunque, e non di insegnare, è un atteggiamento di profonda apertura mentale, condicio sine qua non che può essere supportata solo da un’altrettanto profonda cultura. La tecnica ha un suo peso, certo, ma “l’evoluzione della tecnica è arrivata al punto di produrre l’inermità di fronte alla tecnica” (Karl Kraus). Io cerco di trasmettere soprattutto la volontà di non essere inermi attraverso la comunicazione delle immagini consce, ma soprattutto inconsce, presenti in ognuno di noi.

FP: Hai lavorato per moltissimi anni nel campo della moda; cosa ti porti dietro da quello che hai vissuto in quel periodo? Quanto ti ha segnato il rapporto che hai vissuto spalla a spalla con Richard Avedon?

MS: Il rapporto con Avedon, che custodisco con la stessa devozione con cui si custodiscono le cose più preziose, mi ha segnato nella misura in cui mi ha in-segnato che ciò che conta non è il nome, non è la tecnica; è l’empatia con il nome, l’adattabilità della tecnica, rispetto al soggetto ed al messaggio. Marshall McLuhan diceva “Il medium è il messaggio”: Avedon mi ha insegnato a traslare questo concetto nell’immagine, e ad accarezzarlo rispetto a ciò che vuoi comunicare.

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FP: Quanto pianifichi gli shooting e quanto, invece, lasci all’istinto?

MS: Credo che, in me, la fase di pianificazione sia costante. Non solo in studio, ma anche visitando una mostra, esplorando una nuova città, stringendo un’altra mano… Tutto riemerge nelle mie foto, al punto che vivo tutto come fosse stadio progettuale. Per tornare alla domanda precedente, questo è certamente un retaggio ereditato dagli anni in cui ho lavorato nella moda, così come dalla laurea in architettura. Fotografare un vestito di McQueen non è poi così diverso dal fotografare un imponente palazzo barocco, perché anche l’abito si abita. Ora, però, non mi interessa il modo di indossare un abito, quanto il motivo per cui lo si indossa: mi interessa la psicologia, più che l’estetica. È chiaro che, in questo tipo di ricerca, lasci spazio all’istinto. Ma chiedermi quanto spazio io riservi all’istinto significherebbe ingabbiarlo nella progettualità, e questa sarebbe una contraddizione in termini, non trovi?

FP: Chi decide lo styling e chi sceglie i modelli? Quali sono i tuoi rapporti con le persone che hai intorno durante gli shooting?

MS: Quando ne ho l’opportunità lavoro da solo, semplicemente perché mi risulta più facile comunicare le mie idee attraverso lo scatto finale. Nel casting come nello styling, opero per contrasto: disturbo quando la forma è perfetta, dissacrandola, ed ingentilisco quando non lo è, sacralizzandola, nell’ottica di portare in luce l’autenticità dell’individuo – umanamente sacra, religiosamente profana. La tensione che si viene a creare tra me e l’effigiato nell’atto dello scatto, e dunque della verbalizzazione del mio messaggio, è talmente intensa che in quel momento preclude ogni altro tipo di rapporto umano; allinearsi con il proprio inconscio è quanto di più totalizzante io possa sperimentare… “Creare non è un gioco un po’ frivolo. Il creatore si è impegnato in un’avventura terribile, che è di assumere su di sé, fino in fondo, i pericoli che corrono le sue creature” (Jean Genet). È un atto per me sublime, nell’accezione propria del romanticismo… e, quando si tratta di atti romantici, non ammetto infedeltà.

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FP: Conosci personalmente i collaboratori di cui ti avvali o si tratta di professionisti diversi di volta in volta?

MS: Dipende dalla natura dei progetti, se si tratta di commissioni o di lavori personali. Sono naturalmente portato alla socievolezza, come ogni buon selvaggio rousseauiano; tuttavia, se ho bisogno di supporto per lavori particolarmente impegnativi, preferisco contare sulla mia “famiglia”: persone che amo, delle quali mi fido, che conoscono e condividono la mia visione, con le quali – per me che sono fondamentalmente, fieramente autistico, da questo punto di vista… – basta uno sguardo per intendersi.

FP: Hai ancora dei lavori commissionati o si tratta soprattutto di progetti personali?

MS: Entrambi. Quando convivi con un’esigenza, l’essenziale è che essa possa essere placata; l’unica condizione che pongo è, tuttavia, quella di poterla comunicare secondo la mia lingua. Ancora una volta, si tratta fondamentalmente di una questione di fedeltà… e di un certo feticismo, perché rappresentare le proprie visioni proiettandovi sopra le proprie costruzioni mentali ha certamente un che di fetish.

FP: Qual è l’attrezzatura con cui scatti abitualmente? Digitale o pellicola?

MS: Ultimamente scatto spesso in digitale, per una pura questione di praticità e di immediatezza. Ma mi capita di avvertire l’esigenza della pellicola, in relazione al gusto che intendo conferire ad un’opera. Quando voglio richiamare la memoria preferisco la camera oscura, ricordandomi di Proust quando scrisse che “la fotografia acquista dignità quando cessa di essere una riproduzione del reale, e ci mostra cose che non esistono più”. Con il digitale è lo studium, con la pellicola è il punctum.
In ogni caso, resto dell’idea che un’immagine potente trascende dal mezzo. Il fatto che la quasi totalità della popolazione possegga un’automobile, non fa automaticamente di te Ayrton Senna…

FP: C’è della post-produzione nel tuo lavoro? Te ne occupi personalmente?

MS: Spessissimo non c’è. La post-produzione c’è, e me ne occupo personalmente, nella misura in cui non altera l’autenticità; questo per me è imperativo. Non è nella mia natura mettere sotto accusa qualsiasi tipo di libertà, dunque neanche quella di usare i mezzi come meglio si crede; ma posso dirti che, per quanto mi riguarda, spesso la perfezione mi annoia, e percepisco la smania di perfezione veicolata da un certo tipo di fotografia non più che uno sterile esercizio di stile. Nel momento in cui poni al centro dei tuoi pensieri l’umano, troppo umano, non puoi prescindere dall’amore per l’imperfezione; in quest’ottica, la post-produzione è un artificio, che allontana dalla verità sacrale di una cicatrice. Amare le imperfezioni significa leggere le diversità connaturate a ciascun essere umano in quanto persona, e non in quanto modello a cui ambire. L’ambizione ad un modello imposto è la colpa più mistificante, aberrante e deviante di cui l’individuo, e la società, si stiano macchiando; e nella costruzione dell’immaginario, trovo la post-produzione selvaggia un’arma decisamente subdola e ingannevole.

© Mustafa Sabbagh
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© Mustafa Sabbagh
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FP: Trai ispirazione da qualche fotografo o corrente artistica, o ti affidi solo al tuo gusto?

MS: Mapplethorpe e Man Ray, Caravaggio e Van Der Weyden, Pieter Hugo e Bourdin, Lucian Freud (e a tratti anche Sigmund), Giovanni Battista Pergolesi e i Nine Inch Nails, Pasolini e Kubrick, Anna Magnani e Leigh Bowery, i miei amici e i social networks… Davvero è utile farti una lista di nomi? Non basterebbero dieci schermate di questo sito… Proprio ieri notte mi perdevo negli Shakespeare’s Sonnets di Bob Wilson, contaminazione visionaria del gioco delle parti, e qualche giorno fa, invitato come giurato ad un concorso dalla Cambre Mode’s di Bruxelles, ho visitato la personale di Michaël Borremans, cantore di una tensione silenziosa e a tratti nonsense… In definitiva, inspiro ed espiro; assorbo, rielaboro e lascio riaffiorare costantemente. È la mia forma di fotosintesi, per produrre il mio ossigeno, e – come ogni cosa necessaria, benedizione e condanna – è un processo che non trova mai sosta.

FP: Non ti esprimi solo con fotografia ma sono tue anche diverse produzioni video (cortometraggi, campagne pubblicitarie e video musicali… complimenti anche per la collaborazione con gli Aucan!); cosa preferisci del video rispetto alle foto, e viceversa?

MS: Per come li concepisco, il video non è altro che una sequenza di scatti, e la fotografia è un frame estrapolato da un video. Sono entrambi figli del lavoro sull’immagine, l’uno dinamico, l’altro statico. Dello scatto amo la sintesi, la sua ferita immediata, il piacere che ritrovo nella subitaneità; d’altro canto, il video è piacere prolungato… ma entrambe sono modalità diverse della stessa mia forma di… onanismo, ecco.

FP: Le persone sono il tuo soggetto principale. Ci sono altre cose che ti attraggono tanto quanto gli “esseri umani”? 🙂

MS: Periodicamente mi ritrovo a lavorare sui dittici: accosto un ritratto ad un paesaggio, o semplicemente ad un elemento naturalistico o architettonico, suggestionato da un particolare comune, formale o sostanziale, o da un elemento completamente discordante… perché credo che sia il contesto a creare la sostanza. Oltre ad abitare la nostra pelle, noi abitiamo il nostro contesto. Io sono il posto che vivo, abito la natura, ed abito la mia natura. “It is my daily mood that makes the weather”, scrisse Goethe… In definitiva, oltre agli esseri umani, sono attratto dalla componente umana presente nella natura, negli oggetti, negli spazi, ma anche dalla sua assenza. Ancora una volta, la contaminazione…

FP: Sono stata recentemente alla Paggeria d’Arte di Sassuolo per visitare la tua mostra “Almost True” e sono stata rapita dai tuoi neri profondi e dai volumi accennati da leggeri giochi di luce; cos’è, per te, “quasi vero”?

MS: Il comunicato stampa di Almost True, regalatomi da Fabiola Triolo, si apriva con una frase di Jean Baudrillard secondo la quale la fotografia è una messinscena, un esorcismo tutto umano. Per Oscar Wilde, “una verità, in arte, è quella di cui è vero anche il contrario”. Di conseguenza, in questo micromondo fatto di immagini, tutto è vero e tutto non lo è, perché la verità non è una ed unica. La verità, per me, non è un dogma. Ognuno ne possiede una propria, irriducibile rispetto a quella di chi lo affianca. Io stesso, in quanto fotografo ma soprattutto in quanto uomo, smaschero inganni perpetrandone degli altri: quegli inganni perpetrati sono le mie verità – o meglio, le mie quasi-verità.

"Almost True", la mostra alla Paggeria d'Arte di Sassuolo (MO)
“Almost True”, la mostra alla Paggeria d’Arte di Sassuolo (MO)

Drusilla sulle cartoline della mostra
Drusilla sulle cartoline della mostra

Particolari da scoprire
Particolari da scoprire
Le sale della Paggeria con le foto di Mustafa Sabbagh
Le sale della Paggeria con le foto di Mustafa Sabbagh

FP: Dalle tue foto traspare una profonda inquietudine, una bellezza che attrae e respinge allo stesso tempo, disturba e affascina; è elegante anche quando spudorata, pare nascondere messaggi segreti che solo tu conosci… cos’è importante comunicare, secondo te, e perché PROPRIO con la fotografia?

MS: Perché, a partire dal giorno in cui ho aperto quel cassetto a 6 anni, ho acquistato sempre maggiore consapevolezza del fatto che – per me accanito nomade, con la valigia sempre a portata di mano – la fotografia era la mia madrelingua, il mio esperanto. La fotografia è il mezzo più veloce per quanto profondo, più democratico per quanto gestito da un solo uomo, il mio codice linguistico prediletto. È la panacea attraverso la quale appago il bisogno non tanto di proclamare, quanto di indagare – me stesso in primis, le mie passioni, le mie ossessioni. La smania di conoscere per dissacrare, per magnificare, per autenticare l’immagine che custodisco, mia e di chi catturo, a prescindere da chi la guarderà… o, forse, anche per chi la vorrà e la saprà guardare, perché “nulla – soprattutto non gli applausi o le risate – ti impedirà di danzare per la tua immagine”.

FP: Dopo averci tanto girato intorno, una domanda a bruciapelo: cos’è per te la Bellezza e come riesci ad esprimerla attraverso delle immagini tanto paradossali (come probabilmente le intendono i più)?

MS: La bellezza è un fiore appassito, che continua tenacemente a profumare. Sono le occhiaie che ti segnano dopo il troppo lavoro, o il troppo piacere. Hai presente The ballad of sexual dependency, di Nan Goldin? Il modo in cui si pone fiera davanti all’obiettivo, nonostante I suoi lividi, è bellezza. Un paio di scarpe distrutte dal tanto camminare. La bellezza è lo scarto intuitivo di chi, posto davanti all’autenticità, ha gli strumenti per costruirsi una propria storia.

FP: Vorresti parlarci di un progetto, o di una foto, cui sei particolarmente legato spiegandocene i motivi?

MS: Potrei risponderti citando i lavori pubblicati su riviste prestigiose, i ritratti delle top-models più famose, le opere esposte in musei internazionali… In realtà, probabilmente per una forma di autodifesa, mi ritrovo ad amare allo stesso modo ognuno dei miei progetti, e una volta terminati, ad archiviarli con lo stesso distacco proprio di chi è già posseduto da un nuovo amore, da un nuovo viaggio, da una nuova prospettiva. Ecco perché il progetto cui sono particolarmente legato è sempre quello in atto.

FP: Qual è la domanda che non ti hanno mai fatto ma che avresti sempre voluto che ti venisse posta?

MS: “Lo lascio in bianco, mette lei la cifra?”

FP: Grazie mille Mustafa per aver condiviso con noi il tuo pensiero!
Consiglio di approfondire l’ampio lavoro di Sabbagh visitando il suo sito all’indirizzo www.mustafasabbagh.com e il suo portale Vimeo